Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2262 del 30/01/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 30/01/2017, (ud. 01/12/2016, dep.30/01/2017),  n. 2262

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21541-2014 proposto da:

TELECOM ITALIA S.p.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, LUIGI GIUSEPPE FARAVELLI

22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO ARTURO, che la rappresenta

e difende unitamente agli avvocati FRANCO RAIMONDO BOCCIA, ENZO

MORRICO e ROBERTO ROMEI, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

G.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GERMANICO

172, presso lo studio dell’avvocato PIER LUIGI PANICI, che la

rappresenta e difende, giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3809/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 06/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/12/2016 dal Consigliere Dott. ROSSANA MANCINO.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio.

2. La Corte di Appello di Roma, in accoglimento del gravame svolto dall’attuale intimata, accoglieva la domanda di accertamento della nullità del contratto di lavoro interinale intercorso con Telecom Italia s.p.a., quale utilizzatrice delle sue prestazioni, e conseguente accertamento della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con condanna al pagamento del risarcimento del danno commisurato alle differenze retributive maturate.

3. A base del decisum, e per quello che rileva in questa sede, la Corte del merito riteneva: il dedotto rapporto non risolto per il mero decorso del tempo tra la scadenza della proroga e la data della messa in mora (quattro anni), nè lo svolgimento di altra attività lavorativa temporanea sintomatico di una volontà abdicativa; conseguente, alla nullità del contratto, la declaratoria, nei confronti della società utilizzatrice delle prestazioni rese dal lavoratore in causa, della sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato; inapplicabile, infine, il risarcimento del danno previsto dalla L. n. 183 del 2010, art. 32.

4. Avverso questa sentenza la società in epigrafe ricorre in cassazione sulla base di tre censure.

5. Resiste con controricorso la parte intimata.

6. Il primo motivo investe la statuizione sul mutuo consenso ed infondato alla stregua della giurisprudenza di questa Corte, consolidatasi nel senso che nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo, essendo il solo decorso del tempo o la semplice inerzia del lavoratore, successiva alla scadenza del termine, insufficienti a ritenere sussistente la risoluzione per mutuo consenso, costituente pur sempre una manifestazione negoziale, che, seppur tacita, non può essere configurata su un piano esclusivamente oggettivo, in conseguenza della mera cessazione della funzionalità di fatto del rapporto di lavoro (v., per tutte, in vicenda identica a quella in esame, Cass. U135/2015).

7. Inoltre, quanto alla rilevanza del reperimento di altra occupazione, si è già affermato che non rileva il semplice reperimento di altra occupazione atteso che, rispondendo ad esigenze di sostentamento quotidiano, non indica la volontà del lavoratore di rinunciare ai propri diritti verso il precedente datore di lavoro (cfr., ex multis, Cass. 12310/2014).

8. Alla stregua dei richiamati principi è corretta la sentenza impugnata che ha escluso la risoluzione del rapporto per mutuo consenso non essendovi, oltre alla mera inerzia protratta in un periodo infraquinquennale, altre circostanze significative da cui poter desumere una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo.

9. La seconda censura (dedotta per violazione e falsa applicazione della L. n. 196 del 1997, art. 10 e della L. n. 1369 del 1966), investe la declaratoria di ripristino del rapporto di lavoro nei confronti della società utilizzatrice in conseguenza della ritenuta illegittimità del contratto di fornitura.

10. Ebbene, per consolidata giurisprudenza di questa Corte in tema di lavoro interinale, la legittimità del contratto di fornitura costituisce il presupposto per la stipulazione di un legittimo contratto per prestazioni di lavoro temporaneo; ne consegue che l’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro e, quindi, l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo; inoltre, alla conversione soggettiva del rapporto si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal D.Lgs. n. 36 del 2001, ai fini della legittimità del lavoro a tempo determinato tra l’utilizzatore ed il lavoratore (v. Cass. 14135/2015 ed i numerosi precedenti ivi richiamati).

11. Il terzo motivo, con il quale viene prospettata violazione o false applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, e invece fondato, dovendosi dare continuità alla ormai consolidata giurisprudenza della Corte (fra le prime, Cass. nn. 1148 e 13404 del 2013 e successive conformi) che ha ritenuto applicabile l’indennità prevista dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 (nel significato chiarito dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 13) a qualsiasi ipotesi di ricostituzione del rapporto di lavoro avente in origine un termine illegittimo e, dunque, anche nel caso di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore a causa della nullità di un contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato, ai sensi della L. n. 196 del 1997, art. 3, comma 1, lett. a), contratto convertito in tino a tempo indeterminato tra lavoratore e utilizzatore della prestazione (per l’evidente analogia tra il lavoro temporaneo di cui alla L. n. 196 del 1997, e la somministrazione di lavoro D.Lgs. n. 276 del 2003, ex art. 20 e segg. per l’ampia motivazione sugli effetti della nullità sul collegamento negoziale del contratto fra somministratore ed utilizzatore e quello fra lavoratore e somministratore, e sul ricorso alla sanzione meramente indennitaria prevista dall’art. 32, comma 5 cit., Cass. 14135/2015 cit.).

12. In conclusione, accolto il terzo motivo e rigettati i motivi precedenti, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e, per essere necessari ulteriori accertamenti in fatto, con rinvio della causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, che dovrà attenersi al seguente principio di diritto: “L’indennità prevista dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, trova applicazione ogni climi volta vi sia un contratto di lavoro a tempo determinato per il quale operi la conversione in contratto a tempo indeterminato e, dunque, anche in caso di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore che abbia chiesto ed ottenuto dal giudice l’accertamento della nullità di un contratto di somministrazione lavoro, convertito ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 27, u.c. – in un contratto a tempo indeterminato tra lavoratore e utilizzatore della prestazione”.

PQM

La Corte accoglie il terzo motivo del ricorso, rigettati gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2017

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