Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22610 del 16/10/2020

Cassazione civile sez. I, 16/10/2020, (ud. 23/07/2020, dep. 16/10/2020), n.22610

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20556/2015 proposto da:

F.E., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Mazzini N.

114/a, presso lo studio dell’avvocato Pascucci Franco, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Bruno Mario Vittorio,

giusta procura al margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Banca Sella Holding S.p.a., in persona del legale rappresentante

pro-tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via C. Fracassini n.

4, presso lo studio dell’avvocato Neri Alessandra, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati Barcellona Eugenio,

Valentini Romano, giusta procura al margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1221/2014 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 23/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/07/2020 dal Cons. Dott. ACIERNO MARIA.

 

Fatto

RAGIONI DELLA DECISIONE

La Corte di Appello Torino, confermando la pronuncia di primo grado sia in ordine alla sentenza non definitiva che a quella definitiva, impugnate unitariamente, ha dichiarato la risoluzione del contratto uniforme per strumenti derivati regolamentati del 20/7/2000 stipulato da F.E. e B.M. in qualità di investitori e la s.p.a. Banca Sella; ha condannato la banca alla restituzione degli importi conseguenti agli ordini di cui ai documenti da 6 a 26 in quanto aventi sottoscrizione dell’investitore apocrifa ed ha condannato i convenuti, previa rideterminazione del passivo di conto corrente al pagamento del residuo del saldo predetto.

Il tribunale aveva affermato che la risoluzione si era fondata sul grave inadempimento dovuto al fatto che l’intermediario aveva operato in mancanza di ordini impartiti secondo le modalità previste in contratto. Le sottoscrizioni contestate agli ordini erano apocrife e non risultava ordine telefonico. Non vi era stata ratifica. D’altra parte gli investitori dovevano una somma alla banca derivante da un altro rapporto di conto corrente e dall’utilizzo del castelletto per operazioni con l’estero.

La Corte d’Appello, per quel che rileva ai fini del ricorso, ha affermato che non poteva riconoscersi agli investitori l’ulteriore importo di 33.688,18 richiesto dagli appellanti sul rilievo che la risoluzione del contratto travolgesse ogni operazione con conseguente diritto alla restituzione della complessiva somma impiegata per tutte le operazioni effettuate dalla Banca, successivamente al 20/7/2000 e, quindi, di tutte le somme depositate in conto corrente. Ha precisato al riguardo la Corte territoriale che la consulenza tecnica d’ufficio aveva provveduto alla esatta quantificazione dell’importo da restituire agli investitori, tenendo conto dell’illegittimo addebito operato dalla banca in relazione agli importi che per effetto della risoluzione del contratto erano stati stornati dalla determinazione finale del saldo passivo.

Quanto al motivo d’appello che contesta la debenza del residuo saldo passivo sul rilievo che l’importo accertato si sarebbe fondato su un ordine firmato in bianco relativo ad operazioni estere mai compiute, con conseguente utilizzo da parte della banca per la copertura delle operazioni del contratto dichiarato risolto, la Corte d’Appello ha ritenuto aspecifica la censura e sfornita di prova l’allegazione della firma in bianco. Ha inoltre precisato che non era stato contestato specificamente il mancato utilizzo del fido da parte dei clienti, sostenendosi in astratto che dovesse ritenersi risolto anche il contratto di conto corrente, ma il finanziamento per operazioni all’estero risulta effettuato ed è stato utilizzato con ordini la cui illegittimità è stata solo invocata. In fatto la somma finanziata è stata addebitata ma non versata sul conto dal che la Corte territoriale desume che essa sia stata utilizzata. Infine l’addebito risulta successivo agli ordini apocrifi e non ha avuto alcun rilievo nella complessiva ricostruzione delle operazioni relative al contratto uniforme nè è andato a copertura del passivo dalle stesse determinato.

In conclusione, dall’accertamento della Corte d’Appello la tesi dell’appellante è risultata sfornita di prova.

Avverso tale pronuncia hanno proposto ricorso per cassazione gli investitori. Ha resistito con controricorso accompagnato da memoria la Banca Sella.

Nel primo motivo viene censurata la determinazione dell’importo riconosciuto in favore dei ricorrenti sul rilievo che l’effetto della risoluzione del contratto doveva riguardare tutte le operazioni eseguite e non solo quelle apocrife. La censura non supera il vaglio di ammissibilità dal momento che non si confronta con la ratio secondo la quale la somma ulteriormente richiesta viene ritenuta, alla luce dell’indagine peritale svolta e condivisa dalla Corte territoriale, un addebito illegittimo, espunto dal saldo passivo e non un versamento eseguito. La Corte ha chiarito che la determinazione finale della somma dovuta è stata fondata sulle somme in concreto utilizzate. La censura adombra un effetto soltanto parziale della risoluzione ma si risolve in una richiesta di riesame dei fatti e dei calcoli posti a base della decisione, condivisi con adeguata motivazione dal giudice del merito.

Nel secondo motivo analoga censura viene svolta con riferimento al residuo saldo passivo a carico dei ricorrenti, in quanto si postula che la risoluzione del contratto d’intermediazione mobiliare debba estendersi a quello sostenuto dal rapporto di conto corrente ed avente ad oggetto il finanziamento per operazioni estere. Anche questa censura non supera il vaglio di ammissibilità dal momento che censura il processo interpretativo dei contratti posti in essere tra le parti svolto insindacabilmente dal giudice del merito, peraltro senza rilievi specificamente diretti a confutare le ragioni sulle quali la Corte territoriale fonda la sua valutazione di totale autonomia di quelli diretti ad ottenere il finanziamento per operazioni estere. si afferma che anche la somma ritenuta dovuta a suo carico doveva essere compresa nell’effetto solutorio. La censura svolta al riguardo risulta, in conclusione, generica.

Il terzo motivo censura l’omesso esame di un fatto decisivo consistente nella mancata valutazione del riscontro del finanziamento estero in entrata ed in uscita, così da far emergere la destinazione dello stesso per le operazioni illegittime. La Corte d’Appello, tuttavia, risponde puntualmente su questo rilievo affermando che si tratta di un addebito successivo all’esecuzione delle operazioni relative alla negoziazione di futures che, conseguentemente il consulente tecnico d’ufficio non ha considerato. Si tratta di una valutazione strettamente attinente al merito, non censurabile in sede di giudizio di legittimità. In conclusione il ricorso è inammissibile. Le spese processuali seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali da liquidarsi in E 5000 per compensi e 200 per esborsi oltre accessori di legge.

Sussistono i requisiti processuali per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 23 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 ottobre 2020

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