Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22609 del 10/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/08/2021, (ud. 20/04/2021, dep. 10/08/2021), n.22609

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

G.W.F., rappr. e dif. dall’avv. Chiara Bellini,

chiara.bellini.ordineavvocativicenza.it, elett. dom. presso lo

studio in Vicenza, piazzetta Palladio n. 11, come da procura

allegata in calce all’atto;

– ricorrente –

Contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappr e dif. ex

lege dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui Uffici è

domiciliata, in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– costituito –

per la cassazione del decreto Trib. Venezia 16.4.2020, n. cron.

4067/2020, R.G. 7238/2018;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

Ferro Massimo alla Camera di Consiglio del 20.4.2021.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. G.W.F. impugna il decreto Trib. Venezia 16.4.2020, n. 4067/2020, R.G. 7238/2018 che ha rigettato il ricorso contro il provvedimento della competente Commissione territoriale, la quale aveva negato la protezione internazionale, in tutte le misure, nonché il permesso di soggiorno per motivi umanitari;

2. il tribunale, per quanto qui d’interesse, ha ritenuto: a) insussistente la credibilità del narrato, già nel racconto contraddittorio e riferito ad un conflitto familiare per la proprietà di un terreno, con atti di magia che uno zio avrebbe praticato alla famiglia, provocando la morte del padre e poi dei fratelli, così inducendo all’espatrio dalla Nigeria per analogo timore; b) insussistenti conseguentemente i presupposti della persecuzione ai fini dello status di rifugiato; c) insussistenti, perché nemmeno propri delle dichiarazioni, i requisiti della protezione sussidiaria, quanto al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), e assente il conflitto armato di cui lett. c) art. cit., nella regione di provenienza del Delta State (città di Agbor), secondo le fonti acquisite; d) esclusi i presupposti della protezione umanitaria, per genericità della domanda e difetto già di allegazione della vulnerabilità, anche in ragione sia della non credibilità delle dichiarazioni, sia della insufficienza quale elemento in sé della condizione lavorativa, come esempio di integrazione raggiunta, non bastevole e comunque non rappresentata;

3. il ricorso è su tre motivi; ad esso resiste il Ministero che si è costituito.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il ricorso si contestano: a) la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 5, 7 e 14, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19, del D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, avversando la triplice statuizione di diniego per omesso esercizio della cooperazione istruttoria, mancato rispetto delle norme sulla valutazione della credibilità, omessa considerazione del conflitto armato in Nigeria, anche laddove il tribunale avrebbe condiviso il giudizio di non credibilità del narrato espresso dalla competente commissione; b) la violazione del principio del non refoulement ex artt. 3 CEDU e 33 Conv. Ginevra, per omessa considerazione della esposizione a trattamento disumano o degradante cui rischierebbe di essere sottoposto il richiedente al rientro;

2. i motivi, da trattare in via congiunta perché connessi, sono inammissibili, per plurime ragioni; in primo luogo osserva la Corte che in essi – con particolare riguardo ai primi due – si cumulano censure eterogenee e con omissioni di trascrizione degli aspetti essenziali delle difese nel merito prospettate quali non considerate e non riportate anche per gli estremi di ritualità processuale con cui sarebbero stati introdotti; quanto al giudizio di non credibilità, motivato dal tribunale per le contraddizioni rilevate e comunque ricostruito come del tutto avulso dal contesto dei requisiti della protezione, si ribadisce che, in primo luogo, “il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, obbliga il giudice a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, verifica sottratta al controllo di legittimità al di fuori dei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (Cass. 21142/2019, 3340/2019); in ogni caso, i citati parametri, per come enunciati nella norma, sono “meramente indicativi e non tassativi… possono costituire una guida per la valutazione nel merito della veridicità delle dichiarazioni del richiedente, i quali, tuttavia, fondandosi sull'”id quod plerumque accidit”, non sono esaustivi, non precludendo la norma la possibilità di fare riferimento ad altri criteri generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare il giudice circa la veridicità delle dichiarazioni rese, non essendo, in particolare, il racconto del richiedente credibile per il solo fatto che sia circostanziato, ai sensi del comma 5, lett. a), della medesima norma, ove i fatti narrati siano di per sé inverosimili secondo comuni canoni di ragionevolezza” (Cass. 20580/2019);

3. appare pertanto corretta la conseguente esclusione sia della protezione connessa allo status di rifugiato, sia la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b); lo stesso motivo, quanto al profilo di violazione sub D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), è inammissibile ove non considera che il giudizio negativo sulla irrilevanza della versione offerta ha correttamente orientato in modo ostativo il tribunale anche con riguardo ai presupposti della protezione sussidiaria, sulla quale la deduzione del rischio è stata giudicata come non pertinente, in quanto proprio – già nella rappresentazione – a conflitto familiare e privato; il motivo si contrappone in modo generico alla statuizione giudiziale sull’assenza di conflitto armato, omette anche solo di richiamare fonti alternative, più specifiche (con riguardo alla zona di provenienza), non considerate in giudizio e decisive, quali idonee ad incrinare le conclusioni motivate cui è giunto il decreto (Cass. 22385/2020); tanto più che, si ripete, “la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (Cass. 18306/2019);

4. quanto alla censura sul diniego di protezione umanitaria, è inammissibile, dovendosi ripetere, con Cass. 6182/2019, che “l’attendibilità della narrazione svolge un ruolo rilevante anche in relazione al riconoscimento della protezione umanitaria, atteso che ai fini di valutare se il richiedente abbia subito un’effettiva e significativa compromissione dei diritti fondamentali inviolabili, questa dev’essere necessariamente correlata alla condizione del richiedente medesimo, posto che solo la sua attendibilità consente di attivare poteri officiosi”; inoltre, si ribadisce – con Cass. 23778/2019 (pur sulla scia di Cass. 4455/2018) – che “occorre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente… altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″; si tratta di principio ribadito da Cass. s.u. 29460/2019, facendo qui difetto i termini oggettivi di un’effettiva comparabilità, per genericità dei riferimenti alle condizioni personali in Nigeria, nonché la non decisività in sé o comunque non sufficienza della stessa integrazione lavorativa ad integrare i requisiti della protezione umanitaria; il motivo si risolve pertanto in un dedotto vizio di motivazione, oltre il limite del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 8053/2014) e nemmeno assolve ai requisiti di specificità redazionale;

il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; sussistono i presupposti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla 1. 228/12, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 20 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2021

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