Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22608 del 10/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/08/2021, (ud. 20/04/2021, dep. 10/08/2021), n.22608

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

F.M., rappr. e dif. dall’avv. Massimo Goti

massimogoti.opec.avvocati.prato.it, elett. dom. presso lo studio in

Prato, via Q. Baldinucci n. 71, come da procura in calce all’atto;

– ricorrente –

Contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappr. e difeso

ex lege dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici in

Roma, via del Portoghesi n. 12 è domiciliato;

– costituito –

Per la cassazione del decreto Trib. Trieste 14.2.2020, n. cron.

564/2020, in R.G. 1737/2018;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

Ferro Massimo alla Camera di Consiglio del 20.4.2021.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. F.M. impugna il decreto Trib. Trieste 14.2.2020, n. 564/2020, in R.G. 1737/2018 di rigetto del ricorso avverso il provvedimento di diniego della tutela invocata dinanzi alla competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale e da tale organo disattesa;

2. il tribunale, premettendo che il richiedente è stato sentito due volte dalla Commissione di Gorizia e poi audito dal giudice delegato, ha ritenuto, all’esito dell’udienza: a) non credibile il narrato, per molteplici contraddizioni rispetto alle plurime versioni offerte e confusione delle dichiarazioni stesse, almeno in punto di passaggio in Spagna, lite sull’appropriazione dell’attività insorta in Pakistan (Paese d’origine), circostanze dell’arresto e delle accuse di reato falsamente subite, rientro temporaneo in patria, viaggio in Kashmir ed anche tenuto conto della incomprensibilità della documentazione (non tradotta) versata in atti, priva in parte anche di relazione con il racconto; b) insussistenti i presupposti della persecuzione, nemmeno allegati e stante la natura privatistica della lite, al pari di quelli della protezione sussidiaria, per difetto di danno grave ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, ART. 14, lett. a) e b), nonché, ai sensi dell’art. 14 cit., lett. c), di un vero conflitto armato nella zona di Sialkot, in Punjab, secondo le fonti COI; c) infondata la richiesta di protezione umanitaria, mancando altre situazioni di vulnerabilità o radicamenti apprezzabili in Italia, a tale scopo non operando l’aspetto lavorativo di per sé come determinante, in ragione poi, nella specie ed oltre tutto, di un difetto di pertinenza sicura dei documenti prodotti e così valutando anche credibilità personale e situazione in Pakistan;

3. il ricorrente propone due motivi di ricorso; il Ministero si è costituito solo con atto volto a partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il primo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e art. 14, lett. c), anche come vizio di motivazione, avendo omesso il tribunale di espletare attività di cooperazione istruttoria ed in particolare di collocare il narrato nella situazione del Punjab;

2. con il secondo mezzo si deduce l’erroneità del decreto per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, anche come vizio di motivazione, avendo il decreto, nel negare la protezione umanitaria, non considerato la documentazione attinente all’attività commerciale esercitata in Italia dal richiedente, con il reddito conseguito e dunque la vulnerabilità effettiva del richiedente al rientro;

3. il primo motivo è inammissibile per i plurimi profili esposti; per un verso, la censura appare del tutto generica, non deducendo una critica specifica alle rationes dedicendi (su difetto di credibilità e dei presupposti delle protezioni maggiori) argomentate nel decreto;

4. quanto alla credibilità, poi, il motivo è inammissibile alla luce del principio, pienamente osservato nella motivazione, per cui “il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, enuncia alcuni parametri, meramente indicativi e non tassativi, che possono costituire una guida per la valutazione nel merito della veridicità delle dichiarazioni del richiedente, i quali, tuttavia, fondandosi sull'”id quod plerumque accidit”, non sono esaustivi, non precludendo la norma la possibilità di fare riferimento ad altri criteri generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare il giudice circa la veridicità delle dichiarazioni rese, non essendo, in particolare, il racconto del richiedente credibile per il solo fatto che sia circostanziato, ai sensi del comma 5, lett. a), della medesima norma, ove i fatti narrati siano di per sé inverosimili secondo comuni canoni di ragionevolezza” (Cass. 20580/2019); va invero ribadito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. 3340/20149);

5. il motivo, per altro verso, è inammissibile anche quanto alla situazione del Pakistan-Punjab, avendo il decreto correttamente attribuito rilevanza alla non credibilità, così orientando negativamente la valutazione sulla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), mentre l’assenza, secondo le fonti indicate, di un conflitto armato ai sensi e per gli effetti di protezione invocati D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. c), appare sollevata in modo ancora aspecifico, omettendo il ricorrente di segnalare fonti alternative e non considerate; invero, va ribadito che “il ricorrente in cassazione che deduce la violazione del dovere di cooperazione istruttoria per l’omessa indicazione delle fonti informative dalle quali il giudice ha tratto il suo convincimento, ha l’onere di indicare le COI che secondo la sua prospettazione avrebbero potuto condurre ad un diverso esito del giudizio, con la conseguenza che, in mancanza di tale allegazione, non potendo la Corte di cassazione valutare la teorica rilevanza e decisività della censura, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile” (Cass. 22769/2020);

6. quanto al secondo motivo, oltre a difettare di specificità laddove si richiama ad una generica situazione di compromissione dei diritti umani in Punjab senza una correlazione più diretta con la vicenda personale, la menzionata lacuna e le ragioni non credute dell’allontanamento mostrano di reagire negativamente anche sul giudizio proprio della protezione umanitaria, non permettendo di attuare una comparazione effettiva sulla situazione di vulnerabilità che graverebbe sul richiedente al rientro; non basta invero e in ogni caso la segnalazione di alcuni indici di inserimento in Italia, rispetto ai quali la motivazione della pronuncia impugnata comunque ha preso posizione, indicando in modo specifico la loro insufficienza, perché generici e non pertinenti, non avendo oltre tutto il ricorrente riportato, per il principio di autosufficienza del ricorso e dunque nel testo del medesimo, il tenore dei documenti pretesamente mal valutati, né avendo svolto impugnazione alcuna sull’impossibilità, comunque, del difetto di comparazione con l’esposizione a rischio per il caso di subentro; il ricorrente – anche in questa sede – non ha indicato altro fattore oltre alla sua presenza nel territorio italiano, così rispettando il principio per cui già Cass. 23778/2019 (pur sulla scia di Cass. 4455/2018), ha statuito che “occorre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente… altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″ (indirizzo ribadito da Cass. s.u. 29460/2019);

il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; sussistono i presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. s.u. 4315/2020).

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 20 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2021

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