Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22606 del 16/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 16/10/2020, (ud. 15/09/2020, dep. 16/10/2020), n.22606

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14248-2019 proposto da:

P.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

DOMINIQUE BONAGURA;

– ricorrente –

contro

G.Z.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 267/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 11/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. PARISE

CLOTILDE.

 

Fatto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La Corte di Appello di Torino, con sentenza n. 267/2019 depositata l’11-2-2019 e notificata il 19-2-2019, ha rigettato l’appello proposto da P.S. avverso la sentenza del Tribunale di Vercelli pubblicata il 4-10-2017, con la quale era stata pronunciata la separazione personale dei coniugi P.S. e G.Z. con addebito di responsabilità al P., il quale veniva condannato a corrispondere alla moglie, a titolo di assegno di mantenimento, la somma di Euro1.800 mensili, rivalutabili secondo Indici Istat.

Avverso la succitata sentenza, P.S. propone ricorso per cassazione, con due motivi, nei confronti di G.Z., che è rimasta intimata.

2. Con il primo motivo, il ricorrente denuncia “in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione e/o falsa applicazione dell’art. 151 c.c., comma 2, e dell’art. 115 c.p.c., nella parte in cui la Corte d’appello di Torino ha respinto il primo motivo di appello ritenendo che il sig. P. non abbia fornito la prova della preesistenza dell’intollerabilità della convivenza rispetto alla violazione del dovere di fedeltà”. Ad avviso del ricorrente era stato erroneamente accertato dai Giudici di merito il nesso causale tra la condotta contraria ai doveri matrimoniali, allo stesso addebitata, ed il fallimento del matrimonio. Rileva, in particolare, che nel ricorso per separazione del novembre 2013 la stessa G. esponeva che la crisi matrimoniale era iniziata negli ultimi due anni, ossia dal 2011, mentre la relazione extra-coniugale che egli aveva intrattenuto con altra donna risaliva all’autunno 2012. Adduce che la preesistenza della crisi era fatto incontestato e la Corte d’appello avrebbe dovuto porlo a fondamento della decisione.

3. Il motivo è inammissibile.

3.1. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione: il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. n. 24054/2017).

3.2. Nel caso di specie, il ricorrente, nel dolersi della violazione dell’art. 151 c.c. e dell’art. 115 c.p.c., censura, in realtà, la ricostruzione fattuale. Infatti la violazione di legge denunciata viene prospettata dal ricorrente sulla base dell’assunto, imprescindibile, che non sia provato il nesso causale tra le condotte addebitategli e il fallimento del matrimonio ed è, dunque, mediata dalla valutazione delle risultanze processuali, presupponendo una diversa ricostruzione, in fatto, della fattispecie concreta. La Corte territoriale, con adeguata motivazione (Cass. S.U. n. 8053/2014), ha esaminato i fatti allegati a sostegno della richiesta di addebito della separazione coniugale e le risultanze probatorie ed ha ravvisato dimostrata la violazione da parte del P. dell’obbligo di fedeltà e dei doveri coniugali, nonchè indimostrata la preesistenza dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza rispetto alla relazione extraconiugale del dicembre 2012, a cui era seguito l’abbandono della casa coniugale da parte del P.. La Corte d’appello ha ritenuto che la suddetta relazione extraconiugale avesse avuto efficacia determinante nella separazione. Il convincimento dei Giudici di merito è stato, quindi, fondato su un accertamento di fatto, anche in ordine alla non contestazione (Cass.n. 3680/2019), insindacabile in sede di legittimità, al di fuori delle ipotesi, non denunciate con il primo motivo, di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta “In relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5: violazione e/o falsa applicazione dell’artt. 156 c.c., comma 2 e dell’art. 2697c.c., comma 2, e dell’art. 115 c.p.c., nella parte in cui la Corte d’Appello di Torino ha respinto il secondo motivo di appello ritenendo che il sig. P. sia tenuto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie per l’importo di Euro 1800,00 e che non sia stata fornita dal medesimo la prova dello stato di difficoltà economica della sua società, violazioni rinvenibili nel fatto che la Corte d’Appello riferendo la propria valutazione all’anno 2013 abbia omesso di pronunciarsi su un fatto (da ritenersi quindi anche decisivo) discusso tra le parti, ovvero sulla documentata e deficitaria situazione economica personale e societaria del P. all’epoca della decisione e sulla conseguente incapacità reddituale del medesimo a sostenere la corresponsione di detto assegno”. Si duole il ricorrente dell’omessa valutazione, da parte della Corte territoriale, dei dati patrimoniali e reddituali, che riporta nel ricorso, risultanti dalle sue dichiarazioni dei redditi 2015, 2016 e 2017, prodotte su ordine del Presidente della Corte d’appello di Torino, nonchè di quella del 2018, prodotta in allegato alla comparsa conclusionale, da cui emerge che la sua situazione patrimoniale non era più solida da molti anni.

5. Il motivo è inammissibile.

5.1. La Corte d’appello ha affermato che le prove del tenore di vita, esaminate in dettaglio (pag. n. 10 e 11 della sentenza impugnata), “contraddicono le risultanze delle dichiarazioni dei redditi le quali, per giurisprudenza costante, non sono vincolanti per il giudice” (pag. n. 12 sentenza), ed ha richiamato la dichiarazione dei redditi del P. del 2013.

5.2. Premesso che la scelta e selezione delle prove motivatamente effettuate dai giudici di merito non sono censurabili in sede di legittimità (Sez. 1, Sentenza n. 16056 del 02/08/2016), la doglianza, espressa sub specie del vizio di violazione di legge e motivazionale, per un verso è in realtà diretta ad una inammissibile rivalutazione del merito, non consentita in cassazione, e, per altro verso, non si confronta con il percorso argomentativo della sentenza impugnata, secondo il quale le risultanze delle dichiarazioni fiscali del ricorrente sono state ritenute inattendibili con motivazione adeguata, ossia perchè contrastanti con il tenore di vita del P. dimostrato in causa.

5. Nulla deve disporsi in ordine alle spese del presente giudizio, stante la mancata costituzione della parte intimata.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, art. 52.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 15 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 ottobre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA