Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22600 del 10/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/08/2021, (ud. 08/04/2021, dep. 10/08/2021), n.22600

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12393-2020 proposto da:

J.U., elettivamente domiciliato presso la cancelleria della

CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso

dall’Avvocato GIANDOMENICO DELLA MORA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– resistente –

avverso il decreto RG 973/2018 del TRIBUNALE di TRIESTE, depositato

il 23/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’08/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ANDREA

FIDANZIA.

 

Fatto

RITENUTO

che viene proposto ricorso avverso il decreto del Tribunale di Trieste del 23 gennaio 2020, il quale ha rigettato il ricorso proposto da J.U., cittadino del Pakistan, avverso il provvedimento negativo della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale;

– che il Ministero si è costituito tardivamente in giudizio ai soli fini di un’eventuale partecipazione all’udienza di discussione;

– che sono stati ritenuti sussistenti i presupposti ex art. 380-bis.

Diritto

CONSIDERATO

1. che con il primo motivo è stata dedotta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, in relazione al mancato riconoscimento della protezione sussidiaria;

2. che il motivo è inammissibile;

che, in particolare, va, preliminarmente, osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, deve essere interpretata, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), nel senso che il grado di violenza indiscriminata deve avere raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass. n. 13858 del 31/05/2018);

che, nel caso di specie, il Tribunale ha accertato – mediante il ricorso a fonti internazionali qualificate – l’insussistenza di una situazione di violenza indiscriminata nella regione del Punjab in Pakistan ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. 2/12/2018 n. 32064);

3. con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 29 e 32, e al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19. in relazione al mancato riconoscimento della protezione umanitaria;

4. che con il terzo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 29 e 32, e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, in relazione al mancato riconoscimento del percorso integrativo intrapreso dal richiedente nel nostro Paese;

5. che il secondo ed il terzo, da esaminare unitariamente in relazione alla stretta correlazione delle questioni trattate, sono inammissibili;

– che, in particolare, va preliminarmente osservato che questa Corte ha già affermato, quanto alla valutazione di vulnerabilità del richiedente, che pur dovendosi partire dalla situazione oggettiva del paese d’origine, questa deve essere necessariamente correlata alla condizione personale, atteso che, diversamente, si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti, e ciò in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (in questi termini sez. 1 n. 4455 del 23/02/2018);

– che la condizione personale rappresentata dal ricorrente – costui, sedicente appartenente al partito P.P.P., aveva riferito di essere fuggito dal Pakistan per sottrarsi alle aggressioni degli aderenti al partito rivale (OMISSIS) – non è stata ritenuta credibile dal Tribunale di Trieste e tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. n. 3340 del 05/02/2019);

– che, come evidenziato, dal decreto impugnato, in disparte la propria vicenda personale ritenuta coerentemente non credibile dal Tribunale di Trieste (che ha messo in luce la genericità del racconto e le contraddizioni in cui il cittadino straniero è incorso a pag. 3), il richiedente non ha rappresentato una condizione personale di effettiva deprivazione dei diritti umani, con conseguente impossibilità per il giudice di merito di effettuare la valutazione comparativa tra i contesti di vita del cittadino straniero nel paese di origine ed in quello di accoglienza secondo i principi elaborati da questa Corte nella sentenza n. 4455/2018;

che, infine, il ricorrente si duole che non si è tenuto conto del suo percorso di integrazione, elemento che, secondo il costante orientamento di questa Corte, può essere sì considerato in una valutazione comparativa al fine di verificare la sussistenza della situazione di vulnerabilità, ma non può, tuttavia, da solo esaurirne il contenuto (vedi sempre Cass. n. 4455 del 23/02/2018);

6. che la soccombenza del ricorrente non comporta la condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali, in ragione della inammissibilità della costituzione tardiva del Ministero.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 8 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2021

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