Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22596 del 27/09/2017


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Cassazione civile, sez. I, 27/09/2017, (ud. 21/06/2017, dep.27/09/2017),  n. 22596

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8296/2011 proposto da:

Fallimento della (OMISSIS) S.r.l. in Liquidazione, in persona del

curatore Dott.ssa G.A., elettivamente domiciliato

in Roma, Piazza Camerino n. 15, presso lo studio dell’avvocato

Cipriani Romolo Giuseppe, rappresentato e difeso dall’avvocato

Mencarelli Alessandro, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Banca di Credito Cooperativo di Masiano, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

Vigliena n. 2, presso lo studio dell’avvocato Di Biagio Mario,

rappresentata e difesa dall’avvocato Galligani Renzo, giusta procura

a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 9/2011 del TRIBUNALE di PISTOIA, depositato il

01/03/2011;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/06/2017 dal Cons. Dott. FRANCESCO TERRUSI.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

la Banca di credito cooperativo di Masiano propose opposizione avverso il decreto del giudice delegato al fallimento di (OMISSIS) s.r.l. nella parte in cui questi aveva ammesso soltanto al chirografo un credito (di Euro 102.032,60) derivante da un finanziamento con garanzia ipotecaria;

il finanziamento era stato accordato nella forma dell’apertura di credito in conto corrente;

nella resistenza della curatela fallimentare, il tribunale di Pistoia accolse l’opposizione e riconobbe il privilegio ipotecario;

osservò che la banca aveva allegato tutti gli estratti conto, certificati conformi alle scritture contabili; che ne erano emersi addebiti di insoluti rispetto a somme precedentemente anticipate; che detti addebiti dovevano considerarsi come operazioni di utilizzo dell’apertura di credito e che analoga funzione era da attribuire alle operazioni di giroconto di somme, dal conto affidato ad altro conto corrente passivo non coperto da analogo affidamento;

quanto all’eccezione di revocabilità, formulata dalla curatela ai sensi dell’art. 2901 c.c., il tribunale la disattese, non essendo stato dimostrato il pregiudizio alle altre ragione di credito specificamente evocate, nè la conoscibilità di tali ragioni da parte della banca;

la curatela del fallimento ha proposto ricorso per cassazione sorretto da dieci motivi;

la banca si è costituita con controricorso e ha depositato una memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

col primo motivo è dedotta la violazione degli artt. 1842 e 1843 c.c., per avere il tribunale erroneamente affermato che costituiva utilizzo dell’apertura di credito la presentazione di effetti s.b.f. indisponibili transitati sul conto corrente affidato, mentre il contratto di apertura di credito in conto corrente, secondo la curatela ricorrente, non vale a disciplinare le operazioni di castelletto;

col secondo motivo è dedotta la falsa applicazione degli artt. 1842 e 1843 c.c., per la medesima ragione;

col terzo mezzo la ricorrente denunzia l’insufficiente motivazione del decreto, per aver mancato di approfondire l’effettivo e concreto svolgimento dell’operazione salvo buon fine e di quelle di giroconto;

col quarto motivo è poi dedotta la contraddittorietà della motivazione, per avere il tribunale affermato, da una parte, che gli effetti presentati dalla correntista erano stati previamente anticipati e, dall’altro, che l’utilizzo dell’apertura di credito sarebbe avvenuto al momento in cui la banca avesse addebitato gli effetti tornati insoluti; col quinto motivo la ricorrente denunzia la falsa applicazione degli artt. 1842,1843,2808,2809,2847,2839,2855 e 2838 c.c., per avere il tribunale riconosciuto la prelazione ipotecaria sulla base degli estratti conto prodotti dalla banca e sulla base del contratto di finanziamento a medio-lungo termine;

col sesto mezzo è dedotta la nullità del decreto per omessa pronuncia su distinte eccezioni sollevate dalla curatela a proposito dell’operatività del contratto, della prova della liquidità concessa al correntista e della revocabilità del contratto medesimo e della contestuale concessione di ipoteca ai sensi della L. Fall., artt. 64 e 65;

col settino motivo viene eccepita la nullità del decreto per violazione dell’art. 115 c.p.c., stante la non contestazione della banca in ordine alla natura indisponibile degli effetti presentati per l’incasso, all’eccepita mancanza dell’erogazione del credito, al difetto di autorizzazione del correntista a eseguire operazioni di giroconto, all’esistenza di crediti di soggetti terzi, risalenti al 2006;

con l’ottavo e col nono motivo è denunziata ancora una volta l’insufficiente motivazione in ordine al rigetto della eccezione di revocabilità dell’operazione ai sensi dell’art. 2901 c.c., quanto all’esistenza e consistenza dei distinti crediti oggetto di potenziale pregiudizio e quanto alla prova della conoscibilità dei medesimi da parte della banca;

infine col decimo motivo la curatela deduce la violazione dell’art. 2901 c.c., comma 1, n. 2 e comma 3, poichè l’ipoteca de qua era da intendere come atto non contestuale al sorgere del credito, sì da costituire, ai fini della revocatoria, un atto gratuito;

i primi cinque motivi possono essere esaminati unitariamente perchè tra loro connessi; essi sono inammissibili per eccentricità rispetto all’accertamento di merito e perchè postulano distinti apprezzamenti di fatto; in ogni caso sono infondati nella tesi che ne costituisce presupposto;

risulta dalla stessa esposizione della ricorrente che tra la banca e la fallita era stato stipulato, in data 4-10-2006, un contratto di finanziamento mediante apertura di credito in conto corrente fino a concorrenza di Euro 100.000,00, con garanzia ipotecaria su un immobile;

il tribunale ha ritenuto provata la circostanza dell’avvenuto utilizzo della somma di cui al detto finanziamento, desumendola dagli estratti conto certificati (art. 50 del T.u.b.) e dal fatto che erano stati documentati accrediti di effetti poi tornati insoluti e giroconti di somme dal conto affidato ad altro conto passivo, non affidato;

l’affermazione ha come base un accertamento di fatto, istituzionalmente riservato al giudice del merito e plausibilmente motivato;

la critica sviluppata dalla curatela in iure non è pertinente, dal momento che il tribunale si è limitato a considerare i fatti come sintomatici della prova che il finanziamento era stato concretamente utilizzato a fronte di emissione di effetti, anticipati e poi tornati insoluti, e in funzione dell’estinzione di passività;

non possiede rilevanza l’obiezione incentrata sull’istituto del castelletto di sconto: essendo stato dal giudice del merito accertato che il conto della società era affidato in dipendenza dell’apertura di credito, tutti gli addebiti confluiti in conto, anche in dipendenza degli sconti di insoluti, costituivano atti di utilizzazione dell’affidamento (cfr. per riferimenti Cass. n. 7451-08; Cass. n. 13510-15);

il sesto motivo è inammissibile, in quanto la motivazione del tribunale, nei termini sopra riferiti, concretizza il rigetto implicito delle diverse contrarie argomentazioni; ed è principio consolidato che il rigetto implicito a sua volta determina un effetto di assorbimento (cd. improprio), senza dar luogo a omissione di pronuncia (v. tra le tante Cass. n. 7663-12; Cass. n. 28663-13);

egualmente inammissibile è il settimo motivo, giacchè il tribunale ha dato conto della prova dei fatti costitutivi del diritto azionato dalla banca indipendentemente dalle questioni che nel motivo si assumono non essere state oggetto di contestazione;

gli ultimi tre mezzi – dall’ottavo al decimo – sono relativi al problema della revocabilità, o meno, ai sensi dell’art. 2901 c.c. e L. Fall., art. 66, della garanzia ipotecaria concessa dalla fallita alla banca contestualmente al finanziamento, e per tale ragione possono essere esaminati contestualmente;

al fine di stabilire il regime della revocatoria non è rilevante l’elemento temporale attinente al momento di utilizzo del finanziamento, e in ciò è l’errore che inficia in parte il nono motivo e in toto il decimo;

invero, per la revocatoria ordinaria, la contestualità tra prestazioni di garanzia e credito garantito, da cui deriva la presunzione di onerosità prevista dall’art. 2901 c.c., comma 2, sussiste (finanche in mancanza di coincidenza temporale) quando il rischio insito nella funzione creditizia è assunto sul presupposto della concessione della garanzia, mentre è esclusa ove la garanzia sopravvenga quando il rischio dell’operazione creditizia sia già in atto (cfr. per tutte Cass. n. 13973-14; Cass. n. 12948-92);

consegue che il presupposto della revocatoria doveva essere valutato, quanto alla posizione della banca beneficiaria della garanzia, in rapporto al regime proprio degli atti a titolo oneroso (art. 2901 c.c., comma 1, n. 2);

era cioè onere della curatela fornire la prova della consapevolezza del pregiudizio che la garanzia avrebbe recato alle ragioni dei creditori: id est, alle ragioni creditorie cumulate nel passivo fallimentare, stante il principio secondo cui il risultato utile dell’azione revocatoria ordinaria esercitata dal curatore ai sensi della L. Fall., art. 66, giova indistintamente a tutti i creditori ammessi al passivo, compresi quelli il cui credito sia sorto posteriormente all’atto revocato, senza che, riguardo a questi ultimi, il curatore sia tenuto a dimostrare la dolosa preordinazione di cui alla seconda parte dell’art. 2901 c.c., n. 2 (cfr. la lontana ma sempre condivisibile Cass. n. 2055-78);

ora il tribunale ha escluso che sussistessero i presupposti della revocatoria;

tanto ha fatto sulla base di tre concorrenti argomentazioni: (1) perchè le ragioni di credito preesistenti al contratto, e in quello menzionate, erano adeguatamente garantite; (2) perchè i crediti ulteriori, tutti facenti capo a enti pubblici, erano di importo modesto, in parte non provati e in altra parte in ogni caso successivi alla costituzione di garanzia; (3) perchè infine non era stata fornita la prova della loro conoscibilità, da parte della banca;

di tale ultima affermazione, al lume della precedente idonea a esprimere la ratio decidendi, la ricorrente, per quanto dilungandosi, non offre concreta ed efficace censura: difatti l’ottavo mezzo, per quel che dalla sintesi finale si comprende, risulta teso a rivendicare una più compiuta esigenza motivazionale sul solo versante dell’eventus damni; il nono mezzo si palesa generico nell’indicazione delle ragioni che ne costituiscono fondamento;

la ricorrente, precisando che era stata eccepita l’inefficacia ex art. 2901 del contratto con relativa concessione di ipoteca “anche sotto il profilo della gratuità dell’intera operazione negoziale (..) e della dolosa preordinazione dei contraenti”, si incentra sul fatto che “il giudice di merito avrebbe dovuto motivare in ordine a tali deduzioni ed eccezioni prima di ritenere che la curatela non avesse adempiuto all’onere di provare l’esistenza di creditori coevi agli atti e la conoscenza, da parte della banca, del pregiudizio recato (..) a questi creditori”; con il che, però, la censura si annoda in una tesi inconcludente e generica, oltre che errata (come detto) nel presupposto della presunzione di gratuità dell’atto, dal momento che non contiene la specificazione di un fatto controverso (id est, di un fatto storico specifico), rispetto al quale il tribunale avrebbe dovuto più compiutamente motivare: la stessa allusione alla situazione di indebitamento risultante dal bilancio della fallita relativo all’esercizio 2005, fatta nel contesto dell’illustrazione del motivo, non appare assumere dignità di censura, neppure emergendo in prospettiva di autosufficienza in qual modo e con quali precisi riferimenti tale circostanza sia stata dedotta nella sede di merito;

in definitiva tutte le argomentazioni sviluppate nell’ottavo e nel non mezzo di palesano generiche e intese a ottenere una diversa valutazione dei fatti di causa; mentre quella di cui al decimo motivo è manifestamente infondata;

consequenziale è il rigetto del ricorso;

le spese seguono la soccombenza.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali, che liquida in Euro 5.600,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfetario di spese generali nella percentuale di legge.

Così deciso in Roma, su relazione del Cons. Terrusi (est.), il 21 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2017

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