Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22595 del 10/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/08/2021, (ud. 24/02/2021, dep. 10/08/2021), n.22595

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8066-2015 proposto da:

P.N., domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato NICOLA ZAMPIERI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, presso il cui Ufficio

domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

NONCHE’ contro

UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE PER IL VENETO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 784/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 05/03/2014 R.G.N. 213/2005;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/02/2021 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE’.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Venezia, ha riformato la sentenza con la quale il Tribunale della stessa città aveva accolto il ricorso proposto da P.N., appartenente al personale amministrativo, tecnico ed ausiliario della scuola (ATA), ed aveva dichiarato il diritto della stessa L. n. 124 del 1999, ex art. 8, comma 2, al riconoscimento a fini giuridici ed economici dell’intera anzianità di servizio maturata presso l’ente locale di provenienza, condannando, di conseguenza, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca al pagamento delle differenze retributive;

2. la Corte territoriale, riassunti i fatti di causa, riteneva che non fosse preclusivo il fatto che la sentenza di primo grado, già impugnata direttamente per cassazione dal Ministero ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 64 per quanto concerneva la nullità da essa sancita dell’accordo collettivo del 20 luglio 2000, fosse stata confermata da questa S.C., in quanto ciò era stato fatto dandosi al contempo atto dell’ulteriore evoluzione dell’ordinamento, il quale, secondo la stessa pronuncia di legittimità, non avrebbe potuto non essere considerato dal giudice presso il quale il processo nel frattempo continuava.

3. la Corte veneziana ha ritenuto poi che non si potessero valorizzare singoli istituti come i premi incentivanti o l’indennità di rischio, in quanto il confronto, secondo quanto precisato dalla S.C. doveva essere globale e non limitato a specifici istituti, concludendo che, così operando, quanto corrisposto dallo Stato era dapprima corrispondente e poi anche superiore a quanto percepito antecedentemente al passaggio.

3. infine, la sentenza di appello riteneva che la domanda della ricorrente di computo dell’anzianità sulla base del trattamento economico in godimento prima del passaggio fosse domanda nuova, perché in primo grado era stato chiesto invece il mantenimento dell’anzianità maturata prima del passaggio alle dipendenze del Ministero, senza lamentare “le modalità di determinazione del maturato economico applicate nel decreto di inquadramento al fine di ottenere l’inquadramento sulla base di un diverso conteggio del maturato economico” stesso, senza che il mutamento di domanda potesse trarre giustificazione da sopravvenienze normative a giurisprudenziali;

7. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la ricorrente indicata in epigrafe sulla base di undici motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c., mentre il MIUR si è limitato a depositare atto di costituzione in giudizio.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo la ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 384 e 437 c.p.c., ed addebita alla Corte territoriale di essersi sottratta al duplice riconoscimento sia del trattamento economico complessivo in godimento all’atto del trasferimento, sia al corretto inquadramento alla stregua di esso e con attribuzione della posizione stipendiale di importo pari o immediatamente inferiore al trattamento economico in godimento al 31 dicembre 1999, determinandosi altrimenti la reviviscenza del criterio del “maturato economico parziale” introdotto dall’accordo sindacale già ritenuto nullo dal giudice di primo grado;

2. il secondo motivo è rubricato come “violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 e con esso si sostiene che il passaggio in giudicato della dichiarazione di nullità dell’accordo del 20.7.2000 conseguente al rigetto del ricorso per cassazione proposto avverso la sentenza di primo grado che aveva statuito in tal senso, avrebbe impedito alla Corte di merito di attribuire alla L. n. 266 del 2005, art. 1 il medesimo significato di tale accordo;

3. la violazione dell’art. 437 c.p.c. è denunciata con la terza censura con la quale si sostiene che, contrariamente a quanto asserito dalla Corte territoriale, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado era stata allegata la riduzione del trattamento retributivo rispetto a quello goduto nell’anno 1999 ed era stata domandata anche la conservazione di tutti i diritti economici e giuridici maturati;

4. considerazioni di ulteriore sviluppo rispetto a quelle sopra riassunte in merito al primo motivo, la ricorrente svolge nel quarto motivo, intitolato “ulteriore violazione della L. n. 266 del 2005, art. 1”, con il quale si insiste nel sostenere che la Corte d’Appello avrebbe dovuto accertare la classe stipendiale di inquadramento tenendo conto di tutte le voci retributive dell’anno 1999;

5. la quinta censura torna a denunciare la violazione della L. n. 266 del 2005, art. 1 unitamente alla violazione dell’art. 437 c.p.c., del principio di non contestazione perché il Ministero non aveva mai specificamente contestato i conteggi che evidenziavano il peggioramento retributivo derivato dall’omessa valutazione, in sede di inquadramento, del compenso incentivante e dell’indennità di rischio;

al riguardo, infatti, il resistente si era limitato a sostenere che al momento del passaggio erano state considerate tutte le voci contrattuali previste dall’accordo ARAN dell’anno 2000;

6. con il sesto motivo, intitolato “violazione dei principi di tutela giurisdizionale effettiva e di equivalenza, dell’art. 19, comma 1 T.U.E., dell’art. 47 della Carta dei Diritti Fondamentali, dell’art. 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del principio di collaborazione”, la ricorrente assume che la Corte territoriale, nel rigettare la domanda di inquadramento sulla base del trattamento economico complessivo, in quanto formulata solo nella comparsa di costituzione del giudizio di appello, le aveva impedito di far valere diritti garantiti dalla normativa comunitaria, normativa che andava applicata, a prescindere dalle deduzioni dell’atto introduttivo della lite, perché alla data di deposito del ricorso non era prevedibile lo ius superveniens;

7. la settima censura addebita alla sentenza impugnata la violazione dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e dell’art. 1 del protocollo 1 alla stessa allegato nonché degli artt. 47 e 52, n. 3, della Carta di Nizza del 7.12.2000 perché la Corte territoriale avrebbe dovuto disapplicare la norma di interpretazione autentica, alla luce delle plurime pronunce rese dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, da ultimo con la sentenza del 9 settembre 2014 Caligiuri ed altri contro Italia;

8. considerazioni analoghe vengono svolte con l’ottavo motivo (erroneamente indicato nel ricorso con il numero 9) che denuncia la violazione dell’art. 6, n. 2, del Trattato sull’Unione Europea nonché dei principi della certezza del diritto, della tutela del legittimo affidamento, della uguaglianza delle armi del processo, del diritto ad un Tribunale indipendente, recepiti come principi generali del diritto dell’Unione;

9. con il nono motivo (erroneamente indicato nel ricorso con il numero 10), la ricorrente formula istanza di rimessione alla Corte di Giustizia ai sensi dell’art. 234 CE sulle questioni prospettate nei motivi 8, 10 e 11;

10. la decima critica (erroneamente indicato nel ricorso con il numero 11) assume infine che la sentenza gravata avrebbe violato l’art. 117 Cost., l’art. 1 del protocollo 1 allegato alla CEDU e l’art. 46 CEDU e sollecita il Collegio e rimettere nuovamente alla Consulta la questione di legittimità costituzionale della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218;

11. preliminarmente rileva il Collegio che non può essere accolta l’istanza, formulata nell’intestazione della memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c., di discussione orale e di fissazione dell’udienza pubblica;

12. il procedimento per la decisione in camera di consiglio dinanzi alla sezione semplice, disciplinato (all’esito delle modifiche apportate al codice di rito dal D.L. n. 168 del 2016, convertito nella L. n. 197 del 2016) dagli artt. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis 1 c.p.c., non va confuso con quello previsto dall’art. 376, art. 375, comma 1, e art. 380 bis, per i casi di inammissibilità o di manifesta fondatezza o infondatezza del ricorso, perché il legislatore ha affiancato alla procedura camerale, finalizzata ad accertare la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 375, comma 1, nn. 1 e 5, la pronuncia con ordinanza in camera di consiglio, alla quale la sezione semplice può fare ricorso “in ogni altro caso, salvo che la trattazione in pubblica udienza sia resa opportuna dalla particolare rilevanza della questione di diritto sulla quale deve pronunciare, ovvero che il ricorso sia stato rimesso dall’apposita sezione di cui all’art. 376 in esito alla camera di consiglio che non ha definito il giudizio” (art. 375 c.p.c., u.c.);

13. nessuna delle condizioni ostative ricorre nella fattispecie nella quale si prospettano questioni già esaminate dal Collegio e che possono essere decise sulla base di principi ormai consolidati nella giurisprudenza di questa Corte;

14. va preliminarmente affrontata la questione sollevata con il secondo motivo di ricorso, secondo il quale il passaggio in giudicato della dichiarazione di nullità dell’accordo del 20.7.2000 conseguente al rigetto del ricorso per cassazione proposto avverso la sentenza di primo grado che aveva statuito in tal senso, avrebbe impedito alla Corte di merito di attribuire alla L. n. 266 del 2005, art. 1 il medesimo significato di tale accordo;

15. il motivo non è fondato;

16. è accaduto in sostanza che l’accordo sindacale del 2000 sia stato ritenuto nullo per contrasto con quanto disposto dalla L. n. 124 del 1999, art. 8, comma 2 e 3, e che tuttavia, sia stata poi emanata la L. n. 266 del 2005, con il cui art. 1, comma 218, si è introdotta norma interpretativa della L. n. 124 del 1999 sostanzialmente reiterativa del contenuto dell’accordo dichiarato nullo;

17. nel caso di specie, tuttavia, nel decidere, la Corte d’Appello non ha fatto applicazione dell’accordo sindacale, ma della legge del 1999, secondo il significato che ad essa ha ritenuto fosse stato attribuito dalla legge interpretativa del 2005, né può dirsi che il giudicato intercorso fosse preclusivo in tal senso;

18. difatti, se anche la declaratoria di nullità dell’accordo sindacale si sia fondata su un’interpretazione diversa della legge già in allora esistente, rispetto a quella poi affermata con la norma interpretativa come intesa dalla Corte d’Appello, non può sostenersi l’esistenza di un giudicato inter partes sul tenore di una norma di legge, in quanto il giudicato, anche nella sua forma implicita, ha sempre ad oggetto situazioni giuridiche soggettive o beni della vita e mai soli fatti o soli effetti o significati di norme di diritto (v. Cass. 10 ottobre 2018, n. 24992 e Cass., S.U., 22 novembre 1994, n. 9872);

19. pertanto, come del resto affermato dalla stessa sentenza della S.C. di cui si postula l’effetto di giudicato, vanno qui considerate anche le novità normative verificatesi successivamente alla pronuncia di merito illo tempore pronunciata;

20. venendo ai restanti motivi la Corte ritiene che il ricorso debba essere rigettato;

21. rispetto all’accertamento in fatto contenuto nella sentenza impugnata, secondo cui quanto corrisposto presso il Ministero era dapprima corrispondente e poi anche superiore a quanto erogato immediatamente prima del passaggio, la ricorrente muove rilievi in ordine alla necessità di considerare, nel maturato economico rilevante, varie voci riconosciute presso l’ente locale;

22. in proposito, si deve intanto osservare che la giurisprudenza di questa Corte (a partire da Cass. 12 ottobre 2011, n. 20980 e successive sempre conformi) non ha affatto demandato al giudice di merito di verificare se l’inquadramento disposto dal MIUR in base all’accordo sindacale del 20 luglio 2000 fosse o meno conforme alla sopravvenuta L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, né ha affermato che, in caso di accertata reformatio in peius, doveva essere integralmente riconosciuta l’anzianità posseduta, perché essa richiede solo di “verificare la sussistenza o meno di un peggioramento retributivo sostanziale all’atto del trasferimento”, secondo criteri espressamente precisati nel senso che il confronto deve essere globale, riferito al momento del passaggio, e che non rilevano eventuali disparità di trattamento con i dipendenti già in servizio presso il cessionario, sicché ogni questione ancora sollecitata in ordine al calcolo dell’anzianità è mal posta;

23. peraltro, un peggioramento “sostanziale” del trattamento economico, impedito dalla tutela che la direttiva Eurounitaria riconosce ai lavoratori coinvolti nel trasferimento d’impresa, è ravvisabile solo qualora, all’esito della comparazione globale, emerga una diminuzione “certa” del compenso che sarebbe stato corrisposto qualora il rapporto fosse proseguito con il cedente nelle medesime condizioni lavorative, sicché non possono essere apprezzati gli importi, che se pure occasionalmente versati prima del passaggio, non costituivano il “normale” corrispettivo della prestazione, perché, in quanto legati a variabili inerenti alle modalità qualitative e quantitative di quest’ultima, non erano entrati nel patrimonio del lavoratore, che sugli stessi non avrebbe potuto fare sicuro affidamento neppure qualora la vicenda modificativa non fosse stata realizzata;

24. il principio di irriducibilità della retribuzione, che questa Corte ha precisato nei termini sopra indicati (cfr. fra le tante Cass. n. 29247/2017; Cass. n. 4317/2012; Cass. n. 20310/2008), non si atteggia diversamente nei casi di modificazione soggettiva del rapporto perché, se la direttiva 77/187 “non può essere validamente invocata per ottenere un miglioramento delle condizioni retributive o di altre condizioni lavorative in occasione di un trasferimento di impresa” (punto 77 sentenza Scattolon), non possono essere opposti al cessionario limiti ulteriori rispetto a quelli che valevano, prima della cessione, per il datore di lavoro cedente;

25. ciò detto rileva il Collegio che nel ricorso e nella memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c. la ricorrente, per sostenere la tesi di un peggioramento sostanziale, verificatosi nonostante il riconoscimento dell’assegno personale, fa leva su voci del trattamento accessorio e su istituti contrattuali che, a prescindere dall’accertamento in fatto e dalla rilevanza nella fattispecie, non possono essere apprezzati, o perché si prospetta un’interpretazione erronea della contrattazione collettiva per il personale del comparto degli enti locali, o in quanto si tratta di voci prive dei requisiti di fissità e di continuità, che devono ricorrere ai fini del rispetto del divieto di reformatio in peius;

25.1. deve essere qui ribadito il principio di diritto già affermato da Cass. nn. 3663, 6345, 7470 del 2019 secondo cui i premi ed i compensi incentivanti previsti dagli artt. 17 e 18 del CCNL 1 aprile 1999 per il personale del comparto regioni ed enti locali non possono avere rilevanza ai fini del cd. maturato economico, perché si tratta di voci del trattamento accessorio correlate ad effettivi incrementi di produttività e di miglioramento dei servizi, ossia di emolumenti non certi nell’an e nel quantum;

25.2. quanto all’indennità di rischio, occorre evidenziare che la tabella b allegata al D.P.R. n. 347 del 1983, richiamato dall’art. 31 del CCNL 6.7.1995 e superato solo dall’art. 37 del CCNL 14.9.2000, individua specificamente le attività comportanti l’attribuzione dell’indennità in ragione dell’esposizione a fattori nocivi, attività fra le quali non rientrano le mansioni espletate dal personale ATA all’interno degli istituti scolastici, come desumibili dalla declaratoria dei relativi profili professionali;

25.3. parimenti nessun rilievo può essere attribuito all’asserita mancata considerazione del LED – Livello Economico Differenziato – perché anche in tal caso la ricorrente fanno leva su un’interpretazione non corretta della contrattazione collettiva per il personale del comparto enti locali che, a partire dall’adozione del nuovo sistema di classificazione del personale avvenuta con il CCNL 31.3.1999 (quindi in epoca antecedente il passaggio nei ruoli dello Sato), hanno previsto (art. 7, comma 2, del CCNL 1999) l’assorbimento nel trattamento economico fondamentale delle “voci retributive stipendio tabellare e livello economico differenziato di cui all’art. 28, comma 1, del CCNL del 6.7.1995” che, quindi, hanno perso autonomia e sono state ricomprese a tutti gli effetti nel trattamento valutato dall’amministrazione al momento del passaggio;

25.4. va poi rammentato che nell’impiego pubblico contrattualizzato l’attribuzione del buono pasto ha carattere assistenziale, è legata ad una particolare articolazione dell’orario di lavoro e non riguarda né la durata né la retribuzione del lavoro (cfr. Cass. n. 31137/2019);

25.5. quanto infine alle indennità di qualifica, “specifica”, di turnazione, di disponibilità, di reperibilità e di disagio, pure elencate nella memoria finale, è evidente che, trattandosi di voci derivanti da caratteristiche proprie dell’inquadramento presso l’ente di provenienza (qualifica e “specifica”) o delle lavorazioni in concreto ivi svolte (turnazione, di disponibilità, di reperibilità e di disagio), la loro valorizzazione “atomistica” – lo si ribadisce – non esprime alcunché, in quanto la sentenza rescindente ha chiaramente richiesto un raffronto globale tra retribuzioni “non limitato allo specifico istituto”;

25.6. ne discende che i motivi che sostengono l’erroneità della valutazione operata dal giudice di appello e rimarcano il mancato apprezzamento di un peggioramento sostanziale, che la ricorrente assume essere stato in realtà provato attraverso la produzione documentale, non possono trovare accoglimento;

26. quanto agli ulteriori motivi, le ragioni di rigetto o di inammissibilità delle censure vanno tratte dalla motivazione della Cass. 13 luglio 2020, n. 14892, da aversi qui per richiamata anche ex art. 118 disp. att. c.p.c., che ha respinto analogo ricorso e con la quale, in sintesi, si è evidenziato che:

a) la verifica della conformità di una norma di legge alle disposizioni della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea non costituisce oggetto di domanda ex art. 112 c.p.c., sicché rispetto alla stessa non è configurabile il vizio di omessa pronuncia;

b) l’art. 6, paragrafo 3, TUE non impone al giudice nazionale, in caso di conflitto tra una norma di diritto nazionale e la CEDU, di applicare direttamente le disposizioni di quest’ultima, perché un problema di rispetto dei principi generali dell’Unione Europea si può porre solo nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto dell’Unione stessa, con la conseguenza che, una volta applicata la direttiva 1977/187/CEE nei termini indicati dalla sentenza CGUE 6.9.2011, Scattolon, ogni contrasto risulta superato;

c) l’obbligo per il giudice nazionale di ultima istanza di rimettere la causa alla Corte di Giustizia, ai sensi dell’art. 267, comma 3 TFUE, viene meno quando non sussista la necessità di una pronuncia pregiudiziale sulla normativa Europea, perché sulla questione stessa la Corte si è già pronunciata o anche in ragione dell’evidenza dell’interpretazione (punto 38 della cit. Cass. n. 14892/2020 e la giurisprudenza ivi richiamata);

d) le sentenze della Corte EDU successive a quella del 7 giugno 2011, Agrati, non hanno innovato il quadro della vicenda già apprezzato da questa Corte, che ha costantemente ritenuto (cfr. fra le tante Cass. n. 7859/2019, Cass. n. 4437/2019, Cass. n. 3016/2018) non fondata la questione di legittimità costituzionale della normativa di interpretazione autentica, rilevando che il giudice delle leggi, affermata la propria competenza a compiere la valutazione, ha già ritenuto sussistenti imperativi motivi di interesse generale che, secondo la stessa Corte di Strasburgo, permettono al legislatore di intervenire sul processo in corso;

e) è inammissibile la censura di violazione dell’art. 2697 c.c. perché la Corte territoriale non ha deciso la controversia sulla base di un’erronea attribuzione dell’onere della prova ed il rigetto della domanda, una volta corretta la motivazione, discende dall’applicazione di principi di diritto, che portano ad escludere il lamentato peggioramento retributivo sostanziale;

27. la memoria depositata ex art. 381 bis 1 c.p.c., con la quale la ricorrente, nel contestare l’iter argomentativo sopra sintetizzato insistono nel sollecitare in primis l’esercizio del potere di disapplicazione e, in via subordinata, una nuova rimessione degli atti alla Corte Costituzionale, svolge considerazioni che, seppure maggiormente sviluppate rispetto all’atto introduttivo del giudizio di legittimità, non inseriscono elementi di novità né giustificano un ripensamento degli orientamenti già espressi da questa Corte;

27.1. quanto alla necessità di disapplicare la legge di interpretazione autentica, in ragione della violazione degli artt. 47 e 52 della CDFUE, la ricorrente muove da una lettura non corretta del punto 84 della sentenza 6.9.2011 in causa c-108/10, perché la questione dell’ipotizzata violazione dell’art. 47 è stata ritenuta assorbita in ragione del principio, affermato esplicitamente in altre pronunce della Corte di Giustizia, secondo cui ai sensi dell’art. 51 della Carta, il collegamento con il diritto dell’Unione dell’atto di diritto interno contestato richiede, non solo che la misura nazionale ricada in un settore nel quale l’Unione è competente, ma anche che la stessa incida direttamente sulla normativa Eurounitaria e si ponga in contrasto con gli obiettivi che questa persegue;

27.2. è stato, pertanto, evidenziato che i diritti fondamentali dell’Unione non possono essere applicati ad una normativa nazionale qualora, in relazione alla situazione oggetto del procedimento principale, le disposizioni dell’Unione non pongono alcun obbligo specifico agli Stati membri (Corte di Giustizia 16.7.2020 in causa C – 686/18 punti da 52 a 54 e la giurisprudenza ivi richiamata; negli stessi termini Corte di Giustizia 4.6.2020 in causa C – 32/20 punti da 25 a 27);

27.3. con la sentenza Scattolon la Corte ha chiarito che la direttiva 77/187 ha il solo scopo di evitare che i lavoratori siano collocati per effetto del trasferimento in una posizione sfavorevole rispetto a quella di cui godevano precedentemente e non può essere invocata per ottenere un miglioramento delle condizioni retributive, sicché il collegamento con il diritto dell’Unione, da intendere nei termini precisati nei punti che precedono, opera solo a fronte di disposizioni che si pongano in contrasto con l’obiettivo della direttiva e, quanto alle condizioni di lavoro ed al trattamento retributivo, non è più predicabile qualora, come è stato verificato nella fattispecie, l’irriducibilità sia garantita e l’operatività dei principi della Carta venga invocata per ottenere un effetto finale che esula dalle tutele assicurate dal diritto dell’Unione;

28. analogamente il Collegio, nel ribadire l’orientamento consolidato già espresso, non ritiene che le pronunce della Corte EDU costituiscano una sopravvenienza idonea a giustificare l’attivazione del procedimento incidentale di legittimità costituzionale in relazione ad una norma di legge la cui legittimità è stata scrutinata dalla Corte Costituzionale in più pronunce (Corte Cost. nn. 234 e 400 del 2007; n. 212 del 2008; n. 311 del 2009);

28.1. in altra vicenda che, quanto ai rapporti fra le Corti superiori, presenta profili di affinità a quella oggetto di causa, il Giudice delle leggi ha ribadito che il vincolo derivante dalle sentenze della Corte EDU attiene all’interpretazione della norma convenzionale, ma non si estende alla valutazione espressa sulla sussistenza di motivi imperativi di interesse generale, che solo la Corte Costituzionale può compiere perché essa, a differenza della Corte di Strasburgo “opera una valutazione sistemica e non isolata dei valori coinvolti dalla norma di volta in volta scrutinata, ed è quindi tenuta al bilanciamento, solo ad essa spettante ” (Corte Cost. n. 264/2012; va segnalato che la stessa Corte, nuovamente adita a seguito della sopravvenienza di ulteriore pronuncia della Corte EDU, con la sentenza n. 166/2017 ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale della legge di interpretazione autentica dettata dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 777, prospettata questa volta in relazione alla violazione non dell’art. 6 della CEDU, bensì dell’art. 1 del Protocollo addizionale, in una fattispecie nella quale la norma interpretativa aveva inciso, riducendola, sull’entità della pensione già corrisposta agli aventi diritto);

28.2. va, poi, ricordato che la Corte Costituzionale con la sentenza n. 311/2009, oltre a valutare la conformità della legge di interpretazione autentica in relazione al parametro invocato (art. 117 Cost. in relazione all’art. 6 della CEDU) ha anche ribadito principi già affermati con la sentenza n. 234/2007, che aveva, da un lato, evidenziato la valenza generale del criterio del maturato economico, introdotto già dalla L. n. 312 del 1980, dall’altro la necessità di un’interpretazione della L. n. 124 del 1999, art. 8 che, senza determinare una reformatio in malam partem di una situazione patrimoniale in precedenza acquisita, tenesse anche conto della disciplina dettata per l’impiego pubblico e dell’invarianza della spesa, imposta dalla stessa L. n. 124 del 1999 ai fini del rispetto dell’art. 81 Cost., invarianza della quale le parti collettive si erano poi fatte carico;

28.3. la Corte, quindi, nelle pronunce citate, sia pure in relazione ad altri parametri invocati dai giudici rimettenti, ha espresso considerazioni anche in relazione al legittimo affidamento, dalle quali può desumersi la manifesta infondatezza della questione riproposta in questa sede dalla ricorrente;

29. d’altro canto non risponde neppure al vero che al personale ATA interessato dal trasferimento di attività sarebbe stato assicurato un trattamento deteriore rispetto a quello riconosciuto alla generalità dei dipendenti pubblici dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 31 e dall’art. 2112 c.c. perché, al contrario, anche in relazione ad altri trasferimenti questa Corte ha affermato che le disposizioni normative e contrattuali finalizzate a garantire il mantenimento del trattamento economico e normativo acquisito, non implicano la totale parificazione del lavoratore trasferito ai dipendenti già in servizio presso il datore di lavoro di destinazione, in quanto la prosecuzione giuridica del rapporto se, da un lato, rende operante il divieto di reformatio in peius, dall’altro non fa venir meno la diversità fra le due fasi di svolgimento del rapporto medesimo, diversità che può essere valorizzata dal nuovo datore di lavoro, sempre che il trattamento differenziato non implichi la mortificazione di un diritto già acquisito dal lavoratore;

29.1. muovendo da detta premessa si è evidenziato che l’anzianità di servizio, che di per sé non costituisce un diritto che il lavoratore possa fare valere nei confronti del nuovo datore, deve essere salvaguardata in modo assoluto solo nei casi in cui alla stessa si correlino benefici economici ed il mancato riconoscimento della pregressa anzianità comporterebbe un peggioramento del trattamento retributivo in precedenza goduto dal lavoratore trasferito (Cass. n. 18220/2015; Cass. n. 25021/2014; Cass. n. 22745/2011; Cass. n. 10933/2011; Cass. S.U. n. 22800/2010; Cass. n. 17081/2007);

29.2. l’anzianità pregressa, invece, non può essere fatta valere da quest’ultimo per rivendicare ricostruzioni di carriera sulla base della diversa disciplina applicabile al cessionario (Cass. S.U. n. 22800/2010 e Cass. n. 25021/2014), né può essere opposta al nuovo datore per ottenere un miglioramento della posizione giuridica ed economica, perché l’ordinamento garantisce solo la conservazione dei diritti già entrati nel patrimonio del lavoratore alla data della cessione del contratto, non delle mere aspettative (cfr. fra le più recenti Cass. n. 4389/2020 e quanto agli scatti di anzianità Cass. n. 32070/2019), né, in mancanza di violazioni del principio in ordine al mantenimento sostanziale della retribuzione vi è luogo a ricalcoli su qualsivoglia diversa base riveniente dal regime pregresso dell’anzianità da riconoscere presso il nuovo datore;

29.3. corollario di detto principio è quello, egualmente consolidato da tempo nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui in caso di passaggio di personale conseguente al trasferimento di attività concorrono a formare la base di calcolo ai fini della quantificazione dell’assegno personale le voci retributive corrisposte in misura fissa e continuativa, non già gli emolumenti variabili o provvisori sui quali, per il loro carattere di precarietà e di accidentalità il dipendente non può riporre affidamento, o perché connessi a particolari situazioni di lavoro o in quanto derivanti dal raggiungimento di specifici obiettivi e condizionati, nell’ammontare, da stanziamenti per i quali è richiesto il previo giudizio di compatibilità con le esigenze finanziarie dell’amministrazione (cfr. fra le tante Cass. n. 31148/2018; Cass. n. 18196/2017; Cass. n. 3865/2012);

30. il ricorso, in via conclusiva, deve essere rigettato, ma nulla va disposto sulle spese, in quanto il Ministero ha depositato soltanto atto di costituzione in giudizio senza svolgere effettivamente difese;

31. occorre dare atto, ai fini e per gli effetti indicati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della sussistenza delle condizioni processuali richieste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 24 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2021

 

 

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