Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22592 del 10/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/08/2021, (ud. 20/01/2021, dep. 10/08/2021), n.22592

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5074-2019 proposto da:

V.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTONIO

ALLEGRI DA CORREGGIO 11, presso lo studio dell’avvocato LUCA

RANALLI, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente principale –

TELECOM ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE TRE MADONNE 8,

presso lo studio degli avvocati MARCO MARAZZA, DOMENICO DE FEO,

MAURIZIO MARAZZA, che la rappresentano e difendono;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 3175/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 01/08/2018 R.G.N. 1135/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/01/2021 dal Consigliere Dott. VALERIA PICCONE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale, assorbimento del ricorso incidentale;

udito l’Avvocato LUCA RANALLI;

udito l’Avvocato DOMENICO DE FEO.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del I agosto 2018, la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della decisione resa dal Tribunale di Velletri che aveva dichiarato inammissibile l’opposizione proposta da V.G. nei confronti della Telecom Italia S.p.A. avverso l’ordinanza resa nella fase sommaria, ha respinto, nel merito, l’impugnazione del licenziamento disciplinare avanzata dal lavoratore.

1.1. Il giudice di secondo grado, andando in contrario avviso rispetto a quanto deciso dal primo giudice, ha ritenuto che l’erroneo inserimento del ricorso in opposizione nel fascicolo telematico relativo alla fase sommaria – anziché in un nuovo e diverso fascicolo, inerente all’opposizione – non implicasse la nullità dell’opposizione medesima e che, quantomeno ai fini della rimessione in termini, dovesse essere considerata la successiva e rituale, sebbene intempestiva, iscrizione a ruolo del ricorso in opposizione.

La Corte ha, quindi, proceduto ad esaminare nel merito il reclamo proposto respingendolo, sulla scorta della ritenuta legittimità, in fatto, del licenziarnento disciplinare inflitto al dipendente in considerazione della gravità dell’illecito penale a lui ascritto.

2. Per la cassazione della sentenza propone ricorso V.G., affidandolo a due motivi.

2.1. Resiste, con controricorso assistito da memoria Telecom Italia S.p.A. e spiega, altresì, ricorso incidentale affidato a tre motivi.

3. Il P.G ha concluso per l’inammissibilità o, in subordine, il ricetto del ricorso principale e per l’inammissibilità di quello incidentale.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo del ricorso principale si deduce la violazione dell’art. 153 c.p.c., con riferimento alla L. n. 92 del 2012, art. 1, commi da 48 a 57 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per aver la Corte d’appello, una volta ritenuta ammissibile l’opposizione, deciso la causa anche nel merito, invece di rimettere la stessa al Tribunale di Velletri per la celebrazione di una nuova fase di opposizione.

1.1. Con il secondo motivo, si allega, sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione dell’art. 48 CCNL di settore, nonché L. n. 604 del 1966, artt. 1 e 3 per difetto di proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto contestato.

2. Con il primo motivo del ricorso incidentale si censura la decisione impugnata per violazione della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 51 nonché degli artt. 121,153 e 414 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

2.1. Con il secondo motivo si deduce, sotto il medesimo profilo dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione della L. n. 183 del 2010, art. 32 e dell’art. 1392 c.c.

2.2. Con il terzo motivo si allega, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 51, nonché dell’art. 414 c.p.c.

3. Va preliminarmente disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso introduttivo avanzata dalla società controricorrente.

Giova rilevare, al riguardo, che il ricorso per cassazione avverso la sentenza che definisce il procedimento di reclamo ai sensi della L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 1, comma 62 deve essere proposto a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla comunicazione della sentenza, ovvero dalla notificazione della stessa se anteriore. La comunicazione via PEC a cura della cancelleria fa decorrere il termine ove risulti dimostrato che vi era allegato il testo integrale della sentenza. A tal fine, infatti, non è sufficiente il mero avviso del deposito della sentenza atteso che la parte deve essere posta in grado di conoscere, sin dal momento della comunicazione, le ragioni sulle quali a pronuncia è fondata e di valutarne la correttezza onde predisporne eventualmente l’impugnazione (cfr. in termini Cass. 10017 del 2016, Cass. n. 17251 del 2016, Cass. n. 25136 del 2017).

Diversamente, il ricorso per cassazione può essere proposto nel termine previsto dall’art. 327 c.p.c.: affinché quindi, possa decorrere il termine breve, non è sufficiente il mero avviso del deposito della sentenza, essendo, invece, necessario che la comunicazione si riferisca al contenuto integrale della decisione.

Nel caso di specie, parte controricorrente richiama sia nel ricorso che nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c. un “allegato B” da cui risulterebbe la notifica, intervenuta l’1/8/2018, del testo integrale della sentenza.

In realtà, dalla documentazione anche meccanografica versata in atti non è dato evincere in alcun modo che parte ricorrente abbia ricevuto, nella data considerata, il testo integrale della decisione mentre esclusivamente dalla prova della intervenuta notifica della sentenza per esteso potrebbe discendere la dedotta inammissibilità del ricorso proposto.

Invero devono ritenersi applicabili anche al controricorso le statuizioni in tema di ammissibilità delle censure in sede di legittimità dettate dal Supremo Collegio (Cfr., sul punto, Cass. n. 9983 del 2019): hanno precisato, infatti, le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. n. 34469 del 2019), non solo che sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le censure afferenti a domande di cui non vi sia compiuta riproduzione nel ricorso, ma anche quelle fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora la parte si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nell’atto introduttivo ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte eia loro acquisizone o produzione in sede di giudizio di legittimità.

Deve, quindi, ritenersi ammissibile il ricorso proposto.

3.1. Il primo motivo del ricorso principale è infondato.

Parte ricorrente si duole, nella sostanza, della mancata rimessione del giudizio al Tribunale, perché procedesse ad un nuovo esame nel merito della vicenda rescissoria del rapporto di lavoro, una volta accertata e ritenuta l’ammissibilità dell’opposizione.

Giova evidenziare, al riguardo, che, al di là delle ipotesi di cui all’art. 353 c.p.c. (le ipotesi in cui, cioè, il giudice d’appello ravvisi la sussistenza della giurisdizione ordinaria, negata dal giudice del primo grado) il giudice di secondo grado non può rimettere la causa al primo giudice, tranne qualora dichiari nulla la notifica della citazione introduttiva, oppure riconosca che nel giudizio di primo grado doveva essere integrato il contraddittorio o non doveva essere estromessa una parte, ovvero dichiari la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 161, comma 1, nonché, infine, nel caso di riforma della sentenza che abbia pronunciato sull’estinzione del processo.

Come ritenuto costantemente dalla giurisprudenza di legittimità, essendo tassativi i casi di rimessione al primo giudice, in quanto previsti in deroga al principio della competenza del giudice di secondo grado a decidere l’intera vicenda nel merito, sostituendo la propria decisione a quella di primo grado, gli eventuali vizi di nullità si traducono in motivi di gravame e pertanto, correttamente la Corte territoriale, ritenuta ammissibile l’opposizione, ha deciso la causa nel merito (sul punto, fra le altre, Cass. n. 2880 del 2015, Cass. n. 11722 del 2011).

Non conduce a diverse conclusioni, invero, la struttura “bifasica” del giudizio di cui all’art. 1, commi 48/57: le Sezioni Unite di questa Corte (cfr., SU n. 19674 del 2014) hanno, infatti, chiarito come alla fase iniziale concentrata deformalizzata del giudizio in questione segua una fase di plena cognitio, quella dell’opposizione, nella quale si riespande la dimensione ordinaria piena e con accesso a tutti gli atti di istruzione necessari.

Stessa dimensione istruttoria vige, tuttavia, nel giudizio di reclamo nel quale il giudice gode della medesima facoltà di piena cognizione nonché “degli stessi poteri istruttori spettanti al giudice dell’opposizione ed ha proceduto, infatti, nel caso di specie, all’integrale scrutinio delle allegazioni di parte reclamante.

La previsione della fase sommaria, tuttavia, è stata concepita esclusivamente per concedere al lavoratore un vantaggio processuale ove il fondamento della sua domanda risulti prima facie sussistente alla luce degli atti di istruzione indispensabili (sul punto SU 19674/2014 cit.), nondimeno, la decisione ne merito da parte della Corte d’appello, soddisfa le esigenze della difesa in assenza di specifiche previsioni in senso contrario nella L. n. 92 del 2012, dovendo ritenersi, in difetto di apposita deroga, integralmente operanti e disposizioni processualcivilistiche in tema di impugnazione.

E’ evidente, infatti, che la inammissibilità dell’opposizione, ritenuta erronea, si è convertita in motivo di appello in modo non dissimile rispetto a quanto avviene in caso di opposizione a decreto ingiuntivo.

3.1. Il secondo motivo, con cui si deduce la violazione dell’art. 48 CCNL di settore, nonché della L. n. 604 del 1966, artt. 1 e 3 per difetto di proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto contestato non può trovare accoglimento.

Va premesso, al riguardo, che, secondo l’insegnamento di questa Corte (da ultimo, Cass. n. 13534 del 2019 nonché, in terminis, Cass. n. 7838 del 2005 e Cass. n. 18247 del 2009), il modulo generico che identifica la struttura aperta delle disposizioni di limitato contenuto ascrivibili alla tipologia delle cd. clausole generali, richiede di essere specificato in via interpretativa, allo scopo di adeguare le norme alla realtà articolata e mutevole nel tempo. La specificazione può avvenire mediante la valorizzazione o di principi che la stessa disposizione richiama o di fattori esterni relativi alla coscienza generale ovvero di criteri desumibili dall’ordinamento generale, a cominciare dai principi costituzionali ma anche dalla disciplina particolare, collettiva, come nel caso in esame, in cui si colloca la fattispecie. Tali specificazioni del parametro normativo hanno natura giuridica e la loro errata individuazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge (ex plurimis, Cass. n. 13453 del 2019 cit., Cass. n. 690 del 2016; Cass. n. 6501 del 2013; Cass. n. 6498 del 2012; Cass. n. 2514 del 2010).

Conseguentemente, non si sottrae al controllo di questa Corte il profilo della correttezza del metodo seguito nell’individuazione dei parametri integrativi, perché, pur essendo necessario compiere opzioni di valore su regole o criteri etici o di costume o propri di discipline e/o di ambiti anche extragiuridici, “tali regole sono tuttavia recepite dalle norme giuridiche che, utilizzando concetti indeterminati, fanno appunto ad esse riferimento” (per tutte v. Cass. n. 434 del 1999), traducendosi in un’attività di interpretazione giuridica e non meramente fattuale della norma stessa (cfr. Cass. n. 13453 del 2019 cit., Cass. n. 5026 del 2004; Cass. n. 10058 del 2005; Cass. n. 8017 del 2006).

Nondimeno, va sottolineato che l’attività di integrazione del precetto normativo di cui all’art. 2119 c.c. compiuta dal giudice di merito è sindacabile in cassazione a condizione, però, che la contestazione del giudizio valutativo operato in sede di merito non si limiti ad una censura generica e meramente contrappositiva, ma contenga, invece, una specifica denuncia di non coerenza del predetto giudizio rispetto agli standards, conformi ai valori.

Sul diverso piano del giudizio di fatto, demandato al giudice del merito, opera l’accertamento della concreta ricorrenza, nella fattispecie dedotta in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e sue specificazioni e della loro attitudine a costituire giusta causa di licenziamento. Quindi occorre distinguere: è solo l’integrazione a livello generale e astratto della clausola generale che si colloca sul piano normativo e consente una censura per violazione di legge; mentre l’applicazione in concreto del più specifico canone integrativo così ricostruito, rientra nella valutazione di fatto devoluta al qiudice del merito, “ossia il fattuale riconoscimento della riconducibilità del caso concreto nella fattispecie generale e astratta” (in termini ancora Cass. n. 18247/2009 e n. 7838/2005 citate).

Questa Corte precisa, pertanto, che “spettano inevitabilmente al giudice di merito le connotazioni valutative dei fatti accertati nella loro materialità, nella misura necessaria ai fini della loro riconducibilità – in termini positivi o negativi – all’ipotesi normativa” (così, in motivazione, Cass. n. 15661 del 2001, nonché la giurisprudenza ivi citata).

2.1. Tale distinzione operante per le clausole generali condiziona la verifica dell’errore di sussunzione del fatto nell’ipotesi normativa, ascrivibile, per risalente tradizione giurisprudenziale (v. in proposito Cass. SS.UU n. 5 del 2001), al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (di recente si segnala Cass. n. 13747 del 2018).

E’, infatti, solo l’integrazione a livello generale e astratto della clausola generale che si colloca sul piano normativo e consente una censura per violazione di legge: l’applicazione in concreto del più specifico canone integrativo così ricostruito, rientra nella valutazione di fatto devoluta al giudice del merito, “ossia il fattuale riconoscimento della riconducibilità del caso concreto nella fattispecie generale e astratta” (sul punto, fra le altre, Cass. n. 18247 de 2009 e n. 7838 del 2005).

4. Nel caso di specie, appare evidente che la censura, veicolata per il tramite dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in realtà corre lungo i binari della censura fattuale in quanto mira ad una diversa ricostruzione della fattispecie oltre che ad una inammissibile diversa valutazione delle risultanze istruttorie di primo grado.

Parte ricorrente, infatti, pur denunciando, apparentemente, una violazione di legge, chiede in realtà alla Corte di pronunciarsi sulla valutazione di fatto compiuta dal giudice in ordine alle conclusioni raggiunte con riguardo alla sussistenza del grave comportamento ascritto al lavoratore come idoneo a recidere il vincolo di fiducia posto a fondamento del rapporto.

Va precisato, a riguardo, che non conduce a diverse conclusioni il disposto di cui all’art. 48 del CCNL di settore, a mente del quale costituisce ragione di licenziamento con preavviso la condanna ad una pena detentiva con sentenza passata in giudicato, per azione commessa non in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro che leda la figura morale del lavoratore.

D’altro canto, In tema di licenziamento per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo, non è vincolante la tipizzazione contenuta nella contrattazione collettiva, rientrando il giudizio di gravità e proporzionalità della condotta nell’attività sussuntiva e valutativa del giudice, avuto riguardo agli elementi concreti, di natura oggettiva e soggettiva, della fattispecie, ma la scala valoriale formulata dalle parti sociali costituisce uno dei parametri cui occorre fare riferimento per riempire di contenuto la clausola generale dell’art. 2119 c.c. (fra le tante, Cass. P. 17321 del 2020).

Invero la Corte territoriale ha ritenuto, conformemente al giudice della fase sommaria, che l’introduzione ne territorio nazionale di circa un chilo di cocaina, sostanza stupefacente non rientrante fra quelle classificate come leggere, fosse idonea a dimostrare il contatto del V. con ambienti malavitosi, non essendo peraltro nemmeno stato dedotto il possesso della droga del primo giudice; ha aggiunto che le attività tenute dal ricorrente erano caratterizzate da un forte elemento fiduciario atteso lo svolgimento dell’attività all’esterno e con ampi margini di autonomia anche in relazione al quotidiano relazionarsi con la clientela mediante accesso presso le private abitazioni.

Secondo il costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità, (cfr., fra le più recenti, Cass. n. 13411 del 2020) ai fini della valutazione di proporzionalità è sicuramente necessario valutare in concreto se il comportamento tenuto, per la sua gravità, sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro e di far ritenere che la prosecuzione del rapporto si risolva in un pregiudizio per gli scopi aziendali, con particolare attenzione alla condotta del lavoratore che denoti una scarsa inclinazione ad attuare diligentemente obblighi assunti e a conformarsi ai canoni di buona fede e correttezza.

In particolare, ai fini della valutazione di proporzionalità della sanzione rispetto all’infrazione contestata, la cui verifica in fatto rappresenta appannaggio esclusivo del giudice di merito, questa Corte ha osservato che il giudice di merito deve esaminare la condotta del lavoratore, in riferimento agli obblighi di diligenza e fedeltà, anche alla luce del “disvalore ambientale” che la stessa assume quando, in virtù della posizione professionale rivestita, può assurdere, per gli altri dipendenti dell’impresa, a modello diseducativo e disincentivante dai rispetto di detti obblighi (Cass. n. 24619 del 2019).

Parte ricorrente si limita a criticare sotto vari profili la valutazione compiuta dalla Corte d’Appello, con doglianze intrise di circostanze fattuali mediante un pervasivo rinvio ad attività asseritamente compiute nelle fasi precedenti ed attinenti ad aspetti di mero fatto, tentandosi di portare di nuovo all’attenzione del giudice di legittimità una valutazione di merito, inerente il contenuto dell’accertamento compiuto circa la rilevanza del reato commesso, pur in sede extralavorativa, ai fini della irrimediabile lesione del vincolo fiduciario.

La valutazione della Corte, invece, del tutto immune da vizi logici, deve ritenersi sottratta al sindacato di legittimità.

5. I tre motivi di ricorso incidentale, da esaminarsi congiuntamente per l’intima connessione oltre che per ragioni di ordine logico – sistematico, devono essere reputati assorbiti.

La società, ricorrente incidentale, si duole, sostanzialmente, della ritenuta ammissibilità dell’opposizione proposta L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 51, per essere stata ritenuta sanata l’irregolarità derivante dall’iscrizione nel fascicolo relativo alla fase sommaria dal successivo deposito di altro ricorso in opposizione.

Lamenta, inoltre, la Telecom S.p.A. la violazione della L. n. 92 del 2012, art. 32 deducendo la decadenza del ricorrente dall’impugnativa del licenziamento risultando la lettera di impugnativa inviata in data 22 novembre 2016 e non sottoscritta dal lavoratore ma solo dal suo legale.

Allega, infine, l’ulteriore vizio derivante dall’essere stata ritenuta infondata l’eccezione di nullità del ricorso in opposizione proposto dal V. in quanto carente dei requisiti formali e sostanziali richiesti dall’art. 414 c.p.c.

5.1. Le descritte doglianze devono ritenersi confluite in un ricorso incidentale condizionato, atteso che le stesse, in quanto poste dalla parte totalmente vittoriosa, risulterebbero già prima facie proposte in carenza di interesse ove il ricorso non fosse condizionato.

Costituisce, infatti, consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità quello secondo cui va reputato inammissibile per difetto d’interesse, il motivo di impugnazione con cui si deduca la violazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, priva di qualsivoglia influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte, essendo diretto in definitiva all’emanazione di una pronuncia senza alcun rilievo pratico (cfr., in questi termini, Cass. n. 12678 del 25/06/2020; Cass. n. 20689 del 13/10/2016).

Ritenuto, quindi, configurabile quale ricorso incidentale condizionato quello della Telecom Italia S.p.A., le doglianze relative non possono che reputarsi assorbite dal rigetto del ricorso principale.

6. Alla luce delle suesposte argomentazioni, il ricorso principale va respinto e quello incidentale deve essere dichiarato assorbito.

6.1. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo. Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis e comma 1 quater, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito quello incidentale. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, che liquida in complessivi Euro 5.250,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte de ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previste per ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 -bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2021

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