Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22589 del 10/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/08/2021, (ud. 14/01/2021, dep. 10/08/2021), n.22589

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23078-2015 proposto da:

F.S., A.G., B.E.,

elettivamente domiciliati in ROMA, V. PANARO 25, presso lo studio

dell’avvocato FRANCESCO VISCO, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato PIERGIOVANNI ALLEVA;

– ricorrenti –

contro

UNICREDIT S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B, presso lo studio

degli avvocati ROBERTO PESSI, e FRANCESCO GIAMMARIA, che la

rappresentano e difendono;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4300/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 26/09/2014 R.G.N. 9000/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/01/2021 dal Consigliere Dott. VALERIA PICCONE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con sentenza del 26 settembre 2014, la Corte d’appello di Roma ha respinto l’appello proposto, tra gli altri, da F.S., B.E. e A.G. avverso la sentenza del locale Tribunale che aveva dichiarato inammissibile il ricorso dagli stessi avanzato nei confronti della Unicredit S.p.A. per ottenere la reintegrazione del Fondo di quiescenza e previdenza cui gli stessi erano iscritti, che assumevano insufficientemente alimentato dalla società;

in particolare, il giudice di secondo grado, condividendo l’iter argomentativo del primo giudice, ha ritenuto che, in considerazione della struttura del Fondo, che prevedeva l’erogazione di prestazioni predefinite in favore dei singoli, dovesse escludersi l’ipotizzabilità, in assenza di elementi di prova di segno contrario, di una lesione di posizioni giuridiche soggettive individuali in capo ai ricorrenti;

per la cassazione della sentenza propongono ricorso F.S., B.E. e A.G., affidandolo a tre motivi;

resiste, con controricorso, assistito da memoria, la Unicredit S.p.A.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

va preliminarmente dichiarata la cessazione della materia del contendere in ordine alla posizione di A.G., essendo lo stesso addivenuto ad una conciliazione della propria posizione individuale con la Unicredit S.p.A., rinunziando, fra l’altro, al presente giudizio, con accettazione della società e accordo fra le parti per la compensazione delle spese;

quanto alle posizioni di F.S. ed B.E., va rilevato che, con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, art. 10 allegandosi la sussistenza di una posizione previdenziale individuale, anche in presenza di un fondo a prestazione definita; con il secondo motivo, si allega la violazione dell’art. 1362 c.c. e la falsa interpretazione degli artt. 5 e 6 del regolamento 30 luglio 1971;

con il terzo motivo si deduce la violazione dell’art. 2117 c.c. o, comunque, del diritto del singolo iscritto ad un fondo anche a prestazione definita, di difenderne l’integrità;

i motivi, da esaminarsi congiuntamente per l’intima connessione, sono infondati e, pertanto, non possono essere accolti;

giova premettere, in ordine alla censura relativa alla asserita violazione dell’art. 1362 c.c., che l’interpretazione del regolamento contrattuale è attività riservata al giudice di merito, pertanto sottratta al sindacato di legittimità salvo che per il caso della violazione delle regole legali di ermeneutica contrattuale, la quale, tuttavia, non può dirsi esistente sul semplice rilievo che il giudice di merito abbia scelto una piuttosto che un’altra tra le molteplici interpretazioni del testo negoziale, sicché, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra (sul punto, ex plurimis, Cass. n. 11254 del 10/05/2018);

parte ricorrente assume, in primo luogo, la sussistenza di un grave errore interpretativo da parte della Corte d’appello nell’aver la stessa ritenuto di limitare la portata del D.Lgs. n. 124 del 1993, art. 10 a situazioni secondarie e specifiche (quale il passaggio da un fondo ad un altro), allegandone, invece, la pienezza di contenuto quale diritto soggettivo perfetto;

orbene, afferma il mentovato art. 10 che: Ove vengano meno i requisiti di partecipazione alla forma pensionistica complementare, lo statuto del fondo pensione deve consentire le seguenti opzioni stabilendone misure, modalità e termini per l’esercizio: il trasferimento presso altro fondo pensione complementare, cui il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività; il trasferimento ad uno dei fondi di cui all’art. 9; il riscatto della posizione individuale. Gli aderenti ai fondi pensione di cui all’art. 9 possono trasferire la posizione individuale corrispondente a quella indicata al comma 1, lett. a) presso il fondo cui il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività. Gli adempimenti a carico del fondo pensione conseguenti all’esercizio delle opzioni di cui ai commi 1 e 2 debbono essere effettuati entro il termine di sei mesi dall’esercizio dell’opzione. 3-bis. Le fonti istitutive prevedono per ogni singolo iscritto, anche in mancanza delle condizioni di cui ai commi precedenti, la facoltà di trasferimento dell’intera posizione individuale dell’iscritto stesso presso altro fondo pensione, di cui agli artt. 3 e 9, non prima di cinque anni di permanenza presso il fondo da cui si intende trasferire limitatamente ai primi cinque anni di vita del fondo stesso, e successivamente a tale termine non prima di tre anni. La commissione di vigilanza di cui all’art. 16 emanerà norme per regolare le offerte commerciali proposte dai vari fondi pensione al fine di eliminare distorsioni nell’offerta che possano creare nocumento agli iscritti ai fondi.3-ter. In caso di morte del lavoratore iscritto al fondo pensione prima del pensionamento per vecchiaia la posizione individuale dello stesso, determinata ai sensi del comma 1, è riscattata dal coniuge ovvero dai figli ovvero, se già viventi a carico dell’iscritto, dai genitori. In mancanza di tali soggetti la posizione resta acquisita al fondo pensione;

appare evidente, dalla piana lettura della disposizione normativa considerata, la correttezza dell’interpretazione offerta dalla Corte d’appello, proprio per aver riguardo, l’art. 10, alle possibilità di trasferimento presso altro fondo previdenziale, previsione che si presenta, contrariamente a quanto addotto dalla difesa di parte ricorrente, perfettamente in linea con il principio di diritto di cui alla sentenza delle Sezioni Unite n. 477 del 14/01/2015;

in tale pronunzia, il Supremo Collegio ha ritenuto che il D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, art. 10 nel consentire la portabilità della posizione individuale, ossia il trasferimento dei contributi maturati da un dipendente, cessato prima di aver conseguito il diritto alla pensione complementare, verso un fondo cui il medesimo acceda in relazione ad una nuova attività, si applichi anche ai fondi pensionistici preesistenti all’entrata in vigore (15 novembre 1992) della Legge (delega) 23 ottobre 1992, n. 421, indipendentemente dalle loro caratteristiche strutturali e, quindi, non solo ai fondi a capitalizzazione individuale, ma anche a quelli a ripartizione o a capitalizzazione collettiva, trattandosi di soluzione coerente non solo con il dato letterale della norma, per l’assenza di espressioni idonee a fondare una differenziazione di trattamento, ma anche con la “ratio” dell’intervento, inteso ad assicurare, in conformità ai principi della legge delega, “i più elevati livelli di copertura previdenziale”;

l’affermazione de qua, a guardar bene, nel dare concretezza al contenuto normativo della disposizione considerata in ordine alla possibilità di passaggio ad altro fondo previdenziale, attiene ad un profilo del tutto distinto rispetto a quello oggetto del presente giudizio: ivi si considera, infatti, la questione inerente alla possibilità di trasferimento, per l’iscritto ad un Fondo di Previdenza Interno a prestazione definita, della propria posizione ad altro Fondo cui lo stesso venga ad iscriversi;

va a questo punto rilevato che nel sistema a prestazioni definite, le disponibilità patrimoniali del fondo rimangono indivise e non è possibile individuare la quota parte di un singolo iscritto;

in particolare, nel caso di specie, l’art. 4, comma 2 del regolamento, prevede che l’impostazione contabile del Fondo sia basata sulla tenuta di un unico conto denominato “conto riserva matematica generale”, mentre, nell’art. 24, si afferma che “nessuna operazione di credito in genere per nessun titolo e per nessun motivo può essere fatta dal fondo agli iscritti ed in specie non può essere ad essi fatta anticipazione di sorta”: inoltre, in caso di cessazione dell’iscrizione senza la maturazione dei requisiti per l’accesso alle prestazioni previste, nulla è dovuto;

appare evidente come non esista alcun conto individuale di cui gli iscritti possano disporre né, quindi, è possibile, all’interno del Fondo, individuare una posizione previdenziale individuale;

deve, invero, evidenziarsi che costituisce consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità quello secondo cui va reputato inammissibile per difetto d’interesse, il motivo di impugnazione con cui si deduca la violazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, priva di qualsivoglia influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte, essendo diretto in definitiva all’emanazione di una pronuncia senza alcun rilievo pratico (cfr., in questi termini, Cass. n. 12678 del 25/06/2020; Cass. n. 20689 del 13/10/2016);

in termini del tutto teorici, potrebbe ipotizzarsi un pregiudizio individuale scaturente da una “sottoalimentazione” del Fondo ovvero il rischio del pregiudizio per la garanzia sul futuro adempimento della prestazione pensionistica;

nel caso di specie, tuttavia, a fronte della deduzione da parte della Banca secondo cui il sistema di finanziamento del fondo è realizzato mediante un sistema di calcolo attuariale, eseguito anno per anno, delle stime degli oneri pensionistici, atto a determinare il fabbisogno del Fondo, nulla ha addotto parte ricorrente circa il se tale sistema abbia determinato inadempimenti per le prestazioni integrative, né ha comunque allegato elementi presuntivi idonei ad indurre l’interprete ad ipotizzare una inadeguatezza del sistema medesimo per gli adempimenti futuri;

deve, quindi escludersi, in assenza di qualsivoglia elemento anche presuntivo, di segno contrario, che potesse configurarsi il rischio di un riverbero negativo della lamentata alimentazione ridotta del Fondo sulle sfere giuridiche soggettive degli attuali ricorrenti;

hanno precisato, al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. n. 34469 del 27/12/2019), non solo che sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le censure afferenti a domande di cui non vi sia compiuta riproduzione nel ricorso, ma anche quelle fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità;

d’altra parte, è consolidato il principio secondo cui i requisiti di contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, devono essere assolti necessariamente con il ricorso e non possono essere ricavati da altri atti, come la sentenza impugnata o il controricorso, dovendo il ricorrente specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato, e trascrivendone o riassumendone il contenuto nel ricorso (ex plurimis, Cass. n. 29093 del 13/11/2018);

alla luce delle suesposte argomentazioni, il ricorso di F.S. ed B.E., deve essere respinto;

le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo;

sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara la cessazione della materia del contendere in relazione a A.G., spese compensate. Respinge il ricorso proposto da F.S. ed B.E. e condanna questi ultimi, in solido, alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, che liquida in complessivi Euro 5.250,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei due ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 14 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2021

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