Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22583 del 10/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/08/2021, (ud. 01/12/2020, dep. 10/08/2021), n.22583

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11914-2019 proposto da:

C.D.C., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato LUCA D’AMBROGIO;

– ricorrente –

contro

BANCA POPOLARE DI SONDRIO SOCIETA’ COOPERATIVA PER AZIONI, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA DEI GRACCHI 128, presso lo studio dell’avvocato STEFANO

PIRAS, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIORGIO

SCHERINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 114/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 22/01/2019 R.G.N. 1395/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/12/2020 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MUCCI ROBERTO, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato VINCENZO CAPO, per delega Avvocato LUCA D’AMBROGIO;

udito l’Avvocato GIORGIO SCHERINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza pubblicata il 22 gennaio 2019, la Corte di Appello di Milano ha rigettato il reclamo proposto da C.D.C. nei confronti della Banca Popolare di Sondrio S.c.p.a. avverso la sentenza di primo grado che aveva respinto l’impugnativa del licenziamento per giusta causa intimato dalla società il 13 luglio 2017.

2. La Corte di Appello, per quanto qui rileva, ha esposto che la Banca aveva contestato al C., impiegato con mansioni di operatore crediti presso l’agenzia di (OMISSIS), “una serie di operazioni di addebito sul conto corrente intestato a Pizza Planet di S.V. e di accredito sul conto corrente intestato a Capricci di Sicilia Ciuri Ciuri srl, tutte specificate nella lettera di contestazione disciplinare del 7 giugno 2017, effettuate in violazione di disposizioni interne e delle disposizioni previste dal D.Lgs. n. 231 del 2007 in merito agli obblighi di corretta registrazione di trasferimenti a terzi; nonché di aver effettuato ricariche per complessivi Euro 8.100 di una carta prepagata intestata a se stesso, con addebito sul conto corrente intestato a Pizza Planet facendo risultare quale esecutore dell’operazione S.V. benché lo stesso non fosse fisicamente presente allo sportello e utilizzando documentazione riportante una firma difforme da quella depositata dal cliente”.

Il Tribunale aveva ritenuto che i fatti, così come contestati, ovvero “aver utilizzato mezzi, struttura e personale della banca per effettuare operazioni non conformi alle disposizioni di legge e alla buona prassi esistente nell’istituto, finalizzate a celare i rapporti economici tra l’ordinante e il beneficiario, contravvenendo così alle norme antiriciclaggio”, sussistessero e avessero indubbia rilevanza disciplinare tale da giustificare il licenziamento.

La Corte di Appello ha condiviso l’assunto del giudice di prime cure ed ha respinto i 3 motivi di reclamo proposti dal C., uno dei quali concernente la pretesa violazione del principio dell’immediatezza della contestazione disciplinare, giudicando alfine assorbito il quarto mezzo di gravame.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso il soccombente affidato a 13 motivi; ha resistito con controricorso la Banca Popolare di Sondrio S.c.p.a., illustrato anche da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione all’art. 118 disp. att. c.p.c., comma 2, e art. 113 c.p.c., comma 1, “per non avere indicato quale norma di diritto avrebbe violato il ricorrente nell’ambito della normativa antiriciclaggio (normativa questa, complessa e sovrabbondante)”.

La censura è priva di fondamento in base al principio stabilito da questa Corte, secondo cui: “L’indicazione in sentenza, ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., delle disposizioni di legge applicate, non è prescritta a pena di nullità e, pertanto, non si ravvisa né il vizio di omessa motivazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, né il vizio di violazione di legge, ai sensi del comma 1, n. 3, della stessa disposizione, qualora, nella sentenza impugnata, non sia stato operato l’espresso richiamo alla specifica disciplina legale posta a fondamento della statuizione, atteso che, in base alla “ratio” degli artt. 118 disp. att. c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, è essenziale che dal complesso delle argomentazioni svolte dal giudice emergano gli elementi in fatto e in diritto posti a fondamento della decisione” (Cass. n. 27890 del 2008; conf. Cass. n. 766 del 2013).

2. Con il secondo motivo di ricorso si denuncia: “violazione o falsa applicazione della normativa antiriciclaggio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma uno, n. 3, non sussistendo alcuna disposizione di tale normativa che vieti il comportamento del ricorrente oggetto di procedimento”, ovverosia “che vieti ad un soggetto di prelevare dal proprio conto piccoli importi in contanti e subito dopo di versarli su altro conto intestato ad altro soggetto, in cui ha la procura per operare”.

La censura non può trovare accoglimento perché la sentenza impugnata conferma l’assunto del primo giudice secondo cui le operazioni poste in essere dal C. “hanno eluso il sistema di tracciabilità degli spostamenti di denaro da un conto corrente ad un altro conto corrente, nascondendo attraverso la triangolazione, con operazione di addebito su un conto, con prelievo in contanti e accredito su altro conto, con versamento in contanti, la connessione diretta tra due conti, che sarebbe risultata invece immediatamente evidente, se effettuata attraverso una ordinaria operazione di bonifico”; “e’ evidente continua poi la Corte – che la triangolazione mediante prelievo in contanti in luogo della disposizione diretta da un conto corrente all’altro fa venir meno la tracciatura immediata del passaggio di denaro da un soggetto ad un altro”.

La denunciata violazione di legge non è idonea a scalfire l’argomentare concorde dei giudici del merito, tutto fondato sul ritenere, in fatto, le operazioni poste in essere dal dipendente bancario elusive del controllo di tracciabilità dei movimenti in denaro e non può seriamente contestarsi che la disciplina del D.Lgs. n. 231 del 2007, nel suo complesso, è ispirata anche all’esigenza di consentire la sicura tracciabilità dei flussi finanziari, al fine di prevenire e riconoscere pratiche illecite.

3. Con il terzo motivo si denuncia nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione agli artt. 113,115,116,244 c.p.c., “per essere la decisione stata fondata su valutazione tecnico giuridica del teste sulla conformità o meno del comportamento del ricorrente relativamente a procedure interne e regolamento di cassa della banca non prodotti e non riferiti nel loro contenuto dai testi”.

Il motivo, per come formulato, è inammissibile.

Invero il preteso errore di attività compiuto dal giudice di merito nella conduzione del processo costituisce un error in procedendo che va sì denunciato nelle forme previste dall’art. 360 c.p.c., n. 4 ma sempre che evidenzi un vizio idoneo a determinare la nullità della sentenza o del procedimento, tuttavia la nullità (e men che meno l’illegittimità) di un atto riguardante acquisizioni probatorie come nella specie la valutazione di una deposizione testimoniale – non comporta, in ogni caso, la nullità (derivata) della sentenza, atteso che i rapporti tra atto istruttorio nullo (e men che meno illegittimo) e sentenza non possono definirsi in termini di eventuale nullità derivata di quest’ultima, quanto, piuttosto, in termini di giustificatezza o meno delle statuizioni in fatto della sentenza stessa, la quale, cioè, in quanto fondata sulla prova nulla (o illegittimamente assunta), è priva di (valida) motivazione, non già nulla a sua volta: infatti l’atto istruttorio, puramente eventuale, non fa parte della indefettibile serie procedimentale che conduce alla sentenza e il cui vizio determina la nullità, ma incide soltanto sul merito delle valutazioni in fatto compiute dal giudice, sindacabili in sede di legittimità esclusivamente nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (cfr. Cass. n. 17247 del 2006; Cass. n. 19072 del 2004; Cass. n. 18857 del 2014, in motivazione).

Inappropriato e’, poi, il richiamo alla violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., atteso che, in tema di valutazione delle prove, il principio del libero convincimento, posto a fondamento di tali disposizioni, opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (tra le altre v. Cass. n. 23940 del 2017).

In realtà parte ricorrente pretende di ricavare la nullità della sentenza impugnata da una non condivisa valutazione del materiale probatorio operata dai giudici del merito ai quali compete.

4. Parimenti non può trovare accoglimento il quarto mezzo con cui si denuncia ancora nullità della sentenza, a mente dell’art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione agli artt. 99,112,414,416 c.p.c., ed al combinato disposto della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 48 e art. 125 c.p.c., comma 1, per avere la Corte ritenuto legittimo il licenziamento con riferimento all’art. 5.1. del codice etico della Banca non invocato dalla Banca nelle proprie allegazioni.

Per quanto innanzi espresso, gran parte delle violazioni delle norme processuali richiamate non possono determinare, di per sé, la nullità della sentenza, considerando altresì che la nullità di ogni atto processuale, per principio generale stabilito dall’art. 156 c.p.c., non può essere dichiarata se la nullità non è comminata dalla legge e parte ricorrente non individua la norma che la comminerebbe, limitandosi a rilevare la mera violazione della legge processuale, con una concezione del processo volta a ricollegare il danno processuale alla mera irregolarità, concezione avulsa dai parametri, oggi recepiti anche in ambito costituzionale e sovranazionale, di effettività, funzionalità e celerità dei modelli procedurali (v. Cass. n. 4506 del 2016).

Circa la violazione dell’art. 112 c.p.c., invece, si rammenta che il vizio di ultra ed extra petizione ricorre solo quando il giudice pronunzia oltre i limiti delle domande e delle eccezioni non rilevabili d’ufficio fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio, attribuendo un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato, mentre al di fuori di tali specifiche previsioni il giudice, nell’esercizio della sua potestas decidendi, resta libero di individuare l’esatta natura dell’azione e di porre a base della pronunzia adottata considerazioni di diritto diverse da quelle all’uopo prospettate, in quanto ciò attiene all’obbligo inerente all’esatta osservanza della legge, che il giudice deve conoscere e applicare (art. 113 c.p.c.).

Avuto, poi, specifico riguardo alle circostanze di fatto che possono essere poste a fondamento di una domanda o di una eccezione, affinché la modifica o la sostituzione di tali fatti possa concretare la violazione dell’art. 112 c.p.c. è necessario che i medesimi abbiano natura costitutiva della fattispecie integrante la domanda o l’eccezione; di talché introducendo nel processo un nuovo tema di indagine e di decisione, si alteri l’oggetto sostanziale dell’azione o dell’eccezione ed i termini della controversia.

Tanto non è certo accaduto nella fattispecie sottoposta all’attenzione del Collegio dove è la stessa parte ricorrente ad evidenziare, alla pag. 9 del suo ricorso per cassazione, che il primo motivo del reclamo proposto deduceva che, “contrariamente a quanto giudicato dal Tribunale, le suddette operazioni di addebito/accredito non erano contrarie a procedure interne, al codice etico della Banca, al CCNL ed alla normativa antiriciclaggio”. Il che dimostra che secondo la stessa prospettazione dell’odierno ricorrente la questione non era affatto nuova, in quanto la stessa era già stata affrontata dal Tribunale ed era stata espressamente devoluta alla cognizione della Corte di Appello con un mezzo di gravame.

5. Il quinto motivo di ricorso denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 1362 c.c., “non essendosi interpretato l’art. 5, comma 1 del codice etico della Banca secondo il senso letterale delle parole che lo compongono e l’intenzione delle parti contraenti, a tenore dal quale emergeva che detta disposizione non si applica alle operazioni eseguite dai clienti della banca sui propri conti correnti e non vi è alcun elemento che induce a ritenere che l’intenzione delle parti o, comunque, della banca si discostasse dal tenore letterale”.

La doglianza non merita di essere condivisa in quanto priva di valore decisivo, atteso che la Corte territoriale ha ritenuto, confermando la ricostruzione del primo giudice, che i comportamenti addebitati al C. avessero rilevanza disciplinare non solo perché contrarie al codice etico della Banca, ma anche rilevando la loro intrinseca gravità per avere il dipendente “indotto il cassiere B. a compiere operazioni contrarie al regolamento di cassa, consegnando i moduli per il prelievo in contanti che in realtà non erano stati firmati da S. (come emerge dal confronto con la firma depositata) e rassicurandolo con giustificazioni inesistenti (Pizza Planet si stava trasformando in SRL; v. dichiarazioni teste B.)”.

Inoltre va ricordato che l’interpretazione di un atto di autonomia organizzativa contrattuale, ò quale può ritenersi un codice etico, al pari di ogni altra manifestazione negoziale, è riservata all’esclusiva competenza del giudice del merito (cfr. Cass. n. 17067 del 2007; Cass. n. 11756 del 2006), con una operazione che si sostanzia in un accertamento di fatto (ex multis, Cass. n. 9070 del 2013).

Le valutazioni del giudice di merito in ordine all’interpretazione degli atti negoziali, quindi, soggiacciono, nel giudizio di cassazione, ad un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale ed al controllo della sussistenza di una motivazione logica e coerente (ex plurimis, Cass. n. 4851 del 2009; Cass. n. 3187 del 2009; Cass. n. 15339 del 2008; Cass. n. 11756 del 2006; Cass. n. 6724 del 2003; Cass. n. 17427 del 2003). Inoltre, sia la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica, sia la denuncia del vizio di motivazione esigono una specifica indicazione – ossia la precisazione del modo attraverso il quale si è realizzata l’anzidetta violazione e delle ragioni della obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento del giudice di merito non potendo le censure risolversi, in contrasto con l’interpretazione loro attribuita, nella mera contrapposizione di una interpretazione diversa da quella criticata (tra le innumerevoli: Cass. n. 18375 del 2006; Cass. n. 12468 del 2004; Cass. n. 22979 del 2004, Cass. n. 7740 del 2003; Cass. n. 12366 del 2002; Cass. n. 11053 del 2000).

Nella specie la Corte milanese ha valorizzato la clausola secondo cui: “E’ fatto divieto di adottare comportamenti o dar luogo ad omissioni che possano condurre alla registrazione di operazioni fittizie o alla registrazione fuorviante di operazioni e transazioni”. Ha ritenuto dunque che il divieto operasse anche per il C., impiegato con mansioni di operatore dei crediti.

Parte ricorrente procede ad una diversa interpretazione della clausola per sostenere che la stessa non sarebbe applicabile alla condotta del C., perché essa non sarebbe diretta “a disciplinare la registrazione delle operazioni e transazioni (quali prelievi e versamenti) effettuate dai clienti sui propri conti correnti bancari”. Si lamenta che la Corte territoriale avrebbe violato il primario canone interpretativo espresso dal brocardo: in claris non fit interpretatio.

In proposito va premesso (come già affermato da questa Corte: v. Cass. n. 12360 del 2014) che, in tema di interpretazione del contratto, l’art. 1362 c.c. testualmente onera di “indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti” e, anzi, esplicitamente impone all’interprete in tale ricerca di “non limitarsi al senso letterale delle parole”. Rispetto all’esigenza primaria di ricostruire la comune volontà delle parti, il tradizionale principio in claris non fit interpretatio postula che la formulazione testuale sia talmente chiara da precludere la ricerca di una volontà diversa; ma la sussistenza di tale chiarezza costituisce peraltro propriamente il thema demostrandum, e non già premessa argomentativa di fatto (v. Cass. n. 12957 del 2004).

Tanto significa che, per poter ritenere operante detto principio, occorre prima affrontare e risolvere il problema della sussistenza o meno di tale chiarezza ed univocità; ed il legislatore ha attribuito al giudice di merito il potere-dovere di stabilire se la comune intenzione delle parti risulti in modo certo ed immediato dalla dizione letterale del contratto (cfr. Cass. n. 511 del 1984); in altri termini costituisce questione di merito, rimessa al giudice competente, valutare il grado di chiarezza della clausola contrattuale, ai fini dell’impiego articolato dei vari criteri ermeneutici, compreso quello rappresentato dal comportamento complessivo delle parti (Cass. n. 5624 del 2005; Cass. n. 13456 del 2000).

Orbene, mal si comprende come dal testo contrattuale offerto dal ricorrente possa evincersi, con una chiarezza che non ammetta equivoci, che l’intenzione di chi avesse redatto il codice etico fosse quella di escludere dal divieto innanzi riportato le operazioni effettuate non direttamente dal cliente ma tramite un dipendente bancario che induce un collega cassiere a compiere operazioni contrarie al regolamento di cassa, consegnandogli moduli per il prelievo in contanti non firmati dal cliente e rassicurandolo con giustificazioni inesistenti, secondo la ricostruzione della vicenda storica così come operata dai giudici del merito con un accertamento intangibile in questa sede.

Peraltro per sottrarsi al sindacato di legittimità quella data dal giudice al testo negoziale non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (Cass. n. 10131 del 2006).

6. Questione di interpretazione di atti è anche quella posta dal sesto motivo di ricorso, in cui il ricorrente denuncia la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 da parte della sentenza impugnata “per avere fondato la valutazione della sussistenza della giusta causa di licenziamento disciplinare su fatti non contestati con la lettera di contestazione gli addebiti”.

La ricognizione dei contenuti espressi in una lettera di contestazione disciplinare, l’apprezzamento in ordine al rispetto del canone della specificità della contestazione, la valutazione della corrispondenza dei fatti addebitati rispetto a quelli che sono posti a fondamento del licenziamento, rappresentano operazione ermeneutiche riservate al giudice del merito, al quale anche compete verificare se sussista la giusta causa di recesso rispetto ai fatti contestati.

Si è così già affermato che questa attività va condotta secondo i canoni ermeneutici applicabili agli atti unilaterali e la valutazione riservata al giudice del merito -in particolare avuto riguardo all’apprezzamento del requisito della specificità, ma il principio è estensibile anche alla necessaria corrispondenza tra contestazione degli addebiti e licenziamento- è sindacabile in cassazione solo mediante precisa censura, senza che la parte ricorrente possa limitarsi a prospettare una lettura alternativa a quella svolta nella decisione impugnata (cfr. Cass. n. 13667 del 2018).

Invero, ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 7, comma 2 ai fini della legittima irrogazione di una sanzione disciplinare la previa contestazione dell’addebito è da intendersi come esposizione dei dati e degli aspetti essenziali del fatto materiale posto a base della sanzione da irrogare. La contestazione disciplinare deve delineare l’addebito, come individuato dal datore di lavoro, e quindi la condotta ritenuta disciplinarmente rilevante, in modo da tracciare il perimetro dell’immediata attività difensiva del lavoratore. Conseguentemente deve fornire le indicazioni necessarie ed essenziali per individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti nei quali il datore di lavoro abbia ravvisato infrazioni disciplinari (cfr. tra le tante Cass. n. 10154 del 2017; Cass. n. 14880 del 2013; Cass. n. 10015 del 2011). Peraltro, per ritenere integrata la violazione del principio di specificità è necessario che si sia verificata una concreta lesione del diritto di difesa del lavoratore e la difesa esercitata in sede di giustificazioni è un elemento concretamente valutabile per ritenere provata la non genericità della contestazione (Cass. n. 9590 del 2018). Ma, come detto, si tratta evidentemente di un accertamento che richiede un’indagine di fatto che è censurabile in sede di legittimità nei limiti dettati oggi dal testo novellato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ratione temporis applicabile (cfr. Cass. n. 19632 del 2018).

Invece parte ricorrente, nella specie, denuncia una pretesa violazione di legge, perché la Corte di Appello avrebbe giudicato la legittimità del licenziamento sulla base di fatti che non sarebbero stati previamente contestati, ma la censura transita inevitabilmente attraverso un diverso apprezzamento delle circostanze fattuali che sfuggono al controllo di una Corte di legittimità.

7. Il settimo motivo di ricorso denuncia la nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 346 c.p.c. e art. 112 c.p.c., “essendosi ritenuta la giusta causa di licenziamento anche con riferimento a circostanze che controparte non aveva riproposto nella fase di reclamo nella propria memoria difensiva”; si sostiene che nella sentenza impugnata la sussistenza della giusta causa di recesso viene fondata anche sul fatto che C. avesse dato disposizione ai cassieri di eseguire cinque operazioni di ricarica della carta prepagata in assenza di S. e senza regolare delega di quest’ultimo; si deduce che nella sentenza di primo grado non vi era menzione alcuna delle cinque operazioni di ricarica della carta prepagata e che la banca non aveva riproposto al giudice del reclamo, come avrebbe dovuto fare ai sensi dell’art. 346 c.p.c., la questione della irregolarità e quindi della rilevanza disciplinare delle operazioni di ricarica, per cui dette eccezioni dovevano intendersi “rinunciate”.

Lottavo motivo di ricorso denuncia ancora nullità della sentenza, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 per violazione delle medesime disposizioni processuali di cui al mezzo che precede, “essendosi ritenuta la giusta causa di licenziamento anche con riferimento a circostanze (diverse da quelle di cui al precedente punto) che controparte non aveva riproposto nella fase di appello nella propria memoria difensiva”; in particolare si sostiene che la giusta causa sarebbe stata fondata anche sul fatto che C. aveva concesso con denaro proprio un mutuo a S.; si deduce che il Tribunale in primo grado aveva espressamente negato che il prestito fosse stato posto a fondamento del licenziamento, per cui siccome controparte non aveva riproposto detto tema del contendere in sede di reclamo ai sensi dell’art. 346 c.p.c. le eccezioni dovevano intendersi “rinunciate”.

I motivi, da trattarsi congiuntamente per connessione, non meritano accoglimento.

Richiamato in diritto quanto espresso al paragrafo n. 4 circa le sole ipotesi in cui è ravvisabile una violazione del canone della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, tale da determinare la nullità della sentenza impugnata, è appena il caso di evidenziare che, una volta reclamata in appello dal lavoratore la sentenza che ha respinto l’impugnativa del licenziamento disciplinare, al giudice dell’impugnazione è interamente devoluto l’oggetto del contendere circa la sussistenza o meno della giusta causa di recesso, che questi è chiamato a valutare nel suo complesso, anche relativamente a circostanze trascurate in primo grado ed agli elementi di prova che, acquisiti al giudizio ma pretermessi dal primo giudice, il secondo ritenga, invece, rilevanti ai fini dell’esatta definizione della controversia (cfr. Cass. n. 24435 del 2017).

In particolare il disposto dell’art. 346 c.p.c., secondo cui le domande e le eccezioni non accolte nella sentenza di primo grado, che non sono riproposte in appello, si intendono rinunciate, si riferisce alle eccezioni in senso proprio e non alle mere difese (v. Cass. n. 17461 del 2016) che non fanno altro che riproporre l’esame della fattispecie legale sotto la quale i fatti dedotti dall’attore devono essere ricondotti (cfr. Cass. n. 12882 del 2010; Cass. n. 9673 del 1995).

Nella specie, parte ricorrente, lungi dall’enucleare una eccezione in senso tecnico, processuale o di merito, che avrebbe dovuto essere riproposta dalla Banca totalmente vittoriosa in primo grado, si limita piuttosto a lamentare l’esame di circostanze fattuali ad opera del giudice d’appello che non sarebbero state espressamente riproposte dalla reclamata nella memoria difensiva di costituzione in secondo grado.

8. Il nono motivo di ricorso denuncia: “Nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 118 disp. att. c.p.c., comma 2, art. 113 c.p.c., comma 1, per non avere la sentenza indicato quale norma di diritto avrebbe violato il ricorrente con riferimento alla asserita assenza di S. al momento in cui vennero eseguite le operazioni di ricarica della carta prepagata”. Il motivo è privo di fondamento per le ragioni ed il principio già espresso al paragrafo 1 della presente motivazione che qui si richiamano.

9. Il decimo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 “omesso esame di un fatto decisivo ed oggetto di discussione tra le parti inerente al fatto che vi era procedura della banca che consentiva le operazioni di ricarica di carta prepagata anche in assenza del cliente, procedura recepita anche dal software della banca e riferita dal teste B., che riferiva anche di averla applicata con riferimento alle operazioni contestate al ricorrente”. A sostegno si riporta la deposizione del teste.

La censura è inammissibile.

Come noto il novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è stato rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014 (con principi costantemente ribaditi dalle stesse Sezioni unite v. n. 19881 del 2014, n. 25008 del 2014, n. 417 del 2015, oltre che dalle Sezioni semplici), dei cui enunciati parte ricorrente non tiene adeguato conto. In particolare il Collegio reputa che la circostanza asseritamente omessa nell’esame della Corte di Appello non ha affatto valore decisivo, nel senso che, ove fosse stata esaminata, avrebbe condotto ad un esito diverso della controversia, con un giudizio prognostico di rilevante probabilità, se non di certezza, atteso che la giusta causa di licenziamento è stata ravvisata dalla Corte territoriale sulla scorta di una valutazione complessiva della condotta del C., con un giudizio che non è certo messo in crisi dalla circostanza che si assume trascurata; prova ne è che, per quanto riferito dallo stesso ricorrente, il primo giudice aveva ritenuto sussistente la giusta causa di licenziamento anche senza valutare le operazioni di ricarica della carta prepagata.

10. L’undicesimo motivo di ricorso denuncia: “In relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione della D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 7, commi 3 e 4 combinato disposto della L. n. 300 del 1970, art. 7 e artt. 1175 e 1375 c.c. (o di ciascuna di dette norme singolarmente), del combinato disposto della L. n. 300 del 1970, art. 7,artt. 1324,1325 e 1418 c.c. (o di ciascuna di dette norme singolarmente), del combinato disposto della L. n. 300 del 1970, art. 7,L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 5, e L. n. 604 del 1966, art. 1 (o di ciascuna di dette norme singolarmente), per avere il giudice di secondo grado ritenuto tempestiva la contestazione di addebito e di conseguenza legittimo il licenziamento disciplinare nonostante che i cassieri, non soggetti al suo potere gerarchico, ritenessero irregolari le operazioni sin dal momento della loro esecuzione ed avessero l’obbligo di prontamente riferire al proprio superiore gerarchico di essere stati istigati a violare la legge”.

Il motivo non è accoglibile.

L’accertamento in fatto del momento in cui il datore di lavoro ha avuto conoscenza dell’illecito disciplinare commesso dal dipendente, in modo tale da poter attivare la procedura disciplinare, compete al giudice del merito e non può essere rivisitato in sede di legittimità, tanto più a fronte di una formale denuncia di pretese violazioni di legge, che partono, però, dal diverso assunto del ricorrente “che la Banca fosse a conoscenza degli asseriti illeciti disciplinari dal giorno stesso in cui il C. li aveva compiuti”.

Come noto, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre o non ricorre per l’esclusivo rilievo che, in relazione al fatto accertato, la norma non sia stata applicata quando doveva esserlo, ovvero che lo sia stata quando non si doveva applicarla, ovvero che sia stata “male” applicata, e cioè applicata a fattispecie non esattamente comprensibile nella norma (tra le molteplici, Cass. n. 26307 del 2014; Cass. n. 22348 del 2007); sicché il sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata perché è quella che è stata operata dai giudici del merito; al contrario, laddove si critichi la ricostruzione della vicenda storica quale risultante dalla sentenza impugnata, si è fuori dall’ambito di operatività dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e la censura è attratta inevitabilmente nei confini del sindacabile esclusivamente ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione tempo per tempo vigente, vizio che appunto postula un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti, come appunto il momento dell’avvenuta conoscenza da parte della Banca degli illeciti del C. tale da consentire l’esercizio dell’azione disciplinare.

11. Il dodicesimo motivo di ricorso denuncia: “Nullità del procedimento e/o della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione del diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost., del diritto alla prova di cui agli artt. 115 e 244 c.p.c. e 2697 c.c., per non avere la Corte di Appello di Milano ammesso il capitolo di prova per testi sul presupposto che era generico per mancata indicazione dei nominativi del direttore e del vicedirettore (tuttavia indicati tra i testi con i nominativi e tali loro qualifiche) e perché la locuzione “comunicavano” non precisava le modalità della comunicazione”.

Il motivo è inammissibile per le stesse ragioni già espresse al paragrafo n. 3.

Invero il preteso errore di attività compiuto dal giudice di merito nella conduzione del processo non evidenzia un vizio idoneo a determinare la nullità della sentenza o del procedimento; va qui ribadito che la nullità (e men che meno l’illegittimità) di un atto riguardante acquisizioni probatorie – sia che si ammettano istanze probatorie, sia che le si neghino – non comporta, di per sé, la nullità (derivata) della sentenza, atteso che i rapporti tra atto istruttorio nullo (o illegittimo) e sentenza non possono definirsi in termini di eventuale nullità derivata di quest’ultima, quanto, piuttosto, in termini di giustificatezza o meno delle statuizioni in fatto della sentenza stessa: infatti l’atto istruttorio non fa parte della indefettibile serie procedimentale che conduce alla sentenza e il cui vizio determina la nullità, ma incide soltanto sul merito delle valutazioni in fatto compiute dal giudice, sindacabili in sede di legittimità esclusivamente nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (cfr. Cass. n. 17247 del 2006, Cass. n. 19072 del 2004, Cass. n. 18857 del 2014, in motivazione).

Inappropriato quindi sia il riferimento alla violazione dell’art. 115 c.p.c. (come in precedenza detto), ma anche dell’art. 2697 c.c., che è censurabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne fosse onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti (Cass. n.. 15107 del 2013; Cass. n. 13395 del 2018) e, men che meno, l’ammissione di una prova testimoniale.

Infine non bisogna dimenticare il principio secondo cui: “Il vizio di motivazione per omessa ammissione della prova testimoniale o di altra prova può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui esso investa un punto decisivo della controversia e, quindi, ove la prova non ammessa o non esaminata in concreto sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la “ratio decidendi” risulti priva di fondamento” (Cass. n. 16214 del 2019; Cass. n. 5654 del 2017; Cass. n. 11457 del 2007).

Decisività che non risulta dal capitolo di prova non ammesso dalla Corte milanese e legato ad una prognosi del tutto eventuale e ipotetica che la conferma delle circostanze articolate avrebbe certamente dimostrato la tardività della contestazione disciplinare.

12. L’ultimo motivo denuncia, a mente dell’art. 360 c.p.c., n. 5 “omesso esame di fatti decisivi oggetto di discussione tra le parti, ovverosia la mancata considerazione del buon rendimento lavorativo e della assenza di precedenti disciplinari del lavoratore per 16 anni, ai fini della valutazione della proporzionalità della sanzione disciplinare”.

La censura non può trovare accoglimento.

Ai fini dell’integrazione del precetto normativo di cui all’art. 2119 c.c., sul piano del giudizio di fatto, demandato al giudice del merito, opera l’accertamento della concreta ricorrenza, nella fattispecie dedotta in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e sue specificazioni e della loro attitudine a costituire giusta causa di licenziamento. Quindi mentre l’integrazione a livello generale e astratto della clausola generale, che si colloca sul piano normativo, consente una censura per violazione di legge, l’applicazione in concreto del più specifico canone integrativo così ricostruito, rientra nella valutazione di fatto devoluta al giudice del merito, “ossia il fattuale riconoscimento della riconducibilità del caso concreto nella fattispecie generale e astratta” (per tutte v. Cass. n. 18247 del 2009 e Cass. n. 7838 del 2005 citate). Si chiarisce che “spettano inevitabilmente al giudice di merito le connotazioni valutative dei fatti accertati nella loro materialità, nella misura necessaria ai fini della loro riconducibilità – in termini positivi o negativi – all’ipotesi normativa” (testualmente in motivazione Cass. n. 15661 del 2001, con la copiosa giurisprudenza ivi citata).

Poiché poi gli elementi da valutare ai fini dell’integrazione della giusta causa di recesso sono, per consolidata giurisprudenza, molteplici (gravità dei fatti addebitati, portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, circostanze in cui sono state commessi, intensità dell’elemento intenzionale, precedenti disciplinari, condotta lavorativa anteatta, etc.) occorre guardare, nel sindacato di legittimità, alla rilevanza dei singoli parametri ed al peso specifico attribuito a ciascuno di essi dal giudice del merito, onde verificarne il giudizio complessivo che ne è scaturito dalla loro combinazione e saggiarne la coerenza e la ragionevolezza della sussunzione nell’ambito della clausola generale. Trattandosi di una decisione che è il frutto di selezione e valutazione di una pluralità di elementi la parte ricorrente, per ottenere la cassazione della sentenza impugnata sotto il profilo del vizio di sussunzione, non può limitarsi ad invocare una diversa combinazione dei parametri ovvero un diverso peso specifico di ciascuno di essi, ma deve piuttosto denunciare che la combinazione e il peso dei dati fattuali, così come definito dal giudice del merito, non consente comunque la riconduzione alla nozione legale di giusta causa di licenziamento (cfr. Cass. n. 18715 del 2016; Cass. n. 13534 del 2019; Cass. n. 21628 del 2019).

In definitiva l’odierno ricorrente deduce che secondo il suo giudizio – che è solo quello personale della parte che vi ha interesse – il fatto addebitato non costituirebbe giusta causa di licenziamento, criticando l’apprezzamento diverso dei giudici d’appello in ordine alla proporzionalità della sanzione, il che tuttavia esula dal controllo di questa Corte (ex pluribus: Cass. n. 2289 del 2019; Cass. n. 8293 del 2012; Cass. n. 7948 del 2011; Cass. n. 24349 del 2006; Cass. n. 3944 del 2005; Cass. n. 444 del 2003), la quale in queste valutazioni “non può sostituirsi al giudice del merito”, come ammoniscono le Sezioni unite civili di questa Corte (Cass. SS.UU. n. 5 del 2001, in motivazione).

Pertanto non può costituire omesso esame di fatto realmente decisivo la mancata considerazione dell’assenza di precedenti disciplinari o del buon rendimento lavorativo, trattandosi solo di alcuni degli elementi da valutare nel giudizio sintetico espresso ai fini dell’integrazione della giusta causa di recesso e riservato al giudice del merito.

Inoltre tale vizio attinente al merito, per i giudizi di secondo grado instaurati successivamente al trentesimo giorno successivo alla entrata in vigore della L. n. 134 del 2012, di conversione del D.L. n. 83 del 2012, non può essere denunciato, rispetto ad un appello proposto nella specie dopo la data sopra indicata (richiamato D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2), con ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello che conferma la decisione di primo grado (cfr. art. 348 ter c.p.c., u.c.) in punto di sussistenza di una giusta causa di licenziamento e, quindi, circa la proporzionalità della massima sanzione afflittiva, ossia il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è deducibile in caso di impugnativa di pronuncia c.d. “doppia conforme” (v. Cass. n. 23021 del 2014).

13. Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato, con spese che seguono la soccombenza liquidate come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 5.250,00 per compensi professionali, oltre Euro 200,00 per esborsi, accessori secondo legge e spese generali al 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 1 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2021

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