Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2258 del 30/01/2017

Cassazione civile, sez. lav., 30/01/2017, (ud. 22/11/2016, dep.30/01/2017),  n. 2258

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26815/2011 proposto da:

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, C.F. (OMISSIS), in persona del Ministro

pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI

12;

– ricorrente –

contro

C.M.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA CRESCENZIO 58, presso lo studio dell’avvocato BRUNO COSSU,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ATTILIO CARTA,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 56/2011 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 09/08/2011 R.G.N. 44/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/11/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO;

udito l’Avvocato BRUNO COSSU;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

Con sentenza depositata il 29.8.2011, la Corte d’appello di Trento confermava la statuizione di primo grado che aveva accolto la domanda di C.M.C. volta al riconoscimento delle differenze retributive tra il profilo professionale ricoperto e quello cui erano riconducibili le mansioni di direttore della Cancelleria penale della Corte d’appello svolte di fatto dal 15.4.2003.

La Corte, per quanto qui rileva, disattendeva le censure del Ministero della Giustizia, ritenendo, da un lato, che le mansioni di direttore della Cancelleria penale fossero sussumibili nella previsione relativa al profilo C3 del CCNL per i dipendenti del Ministero della Giustizia e, dall’altro, che dal calcolo delle differenze retributive non potessero essere esclusi nè i periodi di assenza dal servizio nè le somme corrisposte a titolo di tredicesima mensilità.

Ricorre contro tali statuizioni il Ministero della Giustizia, articolando due motivi di censura. Resiste C.M.C. con controricorso, illustrato con memoria. Il Collegio ha disposto la redazione della motivazione in forma semplificata.

Diritto

Con il primo motivo, il Ministero denuncia violazione e falsa applicazione del T.U. n. 165 del 2001, art. 52 e art. 25 CCNL 5.4.2000, per avere la Corte di merito ritenuto, per un verso, che le mansioni di direttore della Cancelleria penale della Corte d’appello di Trento fossero sussumibili nella declaratoria relativa al profilo C3, nonostante l’ufficio non presentasse carattere di struttura di “notevole complessità e rilevanza”, e per altro verso che dal computo delle differenze retributive riconosciute dal primo giudice non dovessero espungersi i periodi di assenza dal servizio e la tredicesima mensilità.

Il motivo è in parte inammissibile, in parte infondato.

E’ inammissibile, anzitutto, nella parte in cui pretende di censurare per violazione di legge il giudizio (di fatto) reso dalla Corte di merito circa i caratteri propri della Cancelleria penale cui è stata addetta la controricorrente, dal momento che di violazione di legge può rettamente parlarsi allorchè la sentenza impugnata abbia compiuto un’erronea ricognizione della norma recata da una disposizione di legge, dovuta o ad un’erronea interpretazione della medesima ovvero all’erronea sussunzione del fatto così come accertato entro di essa, e non certo quando si deduca un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, trattandosi di questione esterna all’esatta interpretazione della norma e che inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, solo sotto l’aspetto del vizio di motivazione (cfr. fra le più recenti Cass. nn. 15499 del 2004, 18782 del 2005, 5076 e 22348 del 2007, 7394 del 2010, 8315 del 2013).

E’ parimenti inammissibile, per difetto d’interesse, nella parte in cui pretende di denunciare la sentenza per aver incluso nel calcolo delle differenze retributive i periodi di assenza dal servizio, dal momento che, non indicando nè i periodi in cui la controricorrente sarebbe stata assente dal servizio nè le causali dell’assenza (riposi, ferie, malattia, permessi, congedi, ecc.), appare volto a richiedere la soluzione in via di massima o accademica di una questione di diritto, i cui riflessi in concreto appaiono tuttavia meramente ipotetici (sull’inammissibilità di censure di tal fatta v., fra le tante, Cass. n. 27151 del 2009).

E’ infine infondato nella parte in cui censura la sentenza impugnata per aver incluso nel calcolo delle differenze retributive anche la tredicesima mensilità, intendendo il Collegio dar seguito all’orientamento secondo cui trattasi di emolumento che, costituendo componente strutturale dello stipendio tabellare, costituisce a pieno titolo corrispettivo del lavoro svolto, dovuto in applicazione del principio costituzionale di proporzionalità del trattamento economico del lavoratore (cfr. in termini Cass. n. 20976 del 2011).

Con il secondo motivo, il Ministero lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per non avere la Corte territoriale ritenuto che le mansioni di direttore di cancelleria, di cui al profilo professionale C3, dovessero identificarsi con quelle di direzione complessiva di un’intera struttura giudiziaria e non di una sua mera articolazione interna.

Il motivo è inammissibile.

Sotto un primo profilo, deve rilevarsi che, in modo perfettamente speculare rispetto alla censura di cui al primo motivo, parte ricorrente pretende di denunciare per vizio di motivazione quella che, ove esistente, rappresenterebbe in realtà una violazione di legge (rectius, di contratto), costituendo l’individuazione dei caratteri tipici delle mansioni proprie del profilo C3 nient’altro che il risultato dell’esegesi della disposizione contrattuale. Ma anche a voler dare ingresso alla censura, sulla scorta del principio secondo cui l’erronea intitolazione del motivo di ricorso per cassazione non osta alla riqualificazione della sua sussunzione in altre fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., nè determina l’inammissibilità del ricorso, se dall’articolazione del motivo sia chiaramente individuabile il tipo di vizio denunciato (v. da ult. Cass. n. 4036 del 2014), reputa il Collegio che il motivo difetti comunque di specificità, stante che, non contenendo alcuna giustificata indicazione delle affermazioni contenute nella sentenza impugnata che si porrebbero in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, si sottrae al compito di prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, impedendo così a questa Corte di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (cfr. in tal senso, tra le più recenti, Cass. nn. 5353 del 2007, 16038 del 2013 e 287 del 2016).

Il ricorso, pertanto, va rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per compensi, oltre spese generali in misura pari al 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2017

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