Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22546 del 07/11/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. lav., 07/11/2016, (ud. 20/07/2016, dep. 07/11/2016), n.22546

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6556-2014 proposto da:

GESTIND S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II 326, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO

SCOGNAMIGLIO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

LUCA ROPOLO, DIEGO DIRUTIGLIANO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

B.C. C.F. (OMISSIS), D.M.F. C.F. (OMISSIS),

BO.AN. C.F. (OMISSIS), R.S. C.F. (OMISSIS) P.A.

(OMISSIS), RA.NA. C.F. (OMISSIS), PE.DA. C.F.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FLAMINIA 195,

presso lo studio dell’avvocato SERGIO VACIRCA, che li rappresenta e

difende unitamente all’avvocato MARIA BRAGGION, giusta delega in

atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1100/2013 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 29/11/2013 r.g.n. 1345/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/07/2016 dal Consigliere Dott. PATTI ADRIANO PIERGIOVANNI;

udito l’Avvocato PORCELLI VINCENZO per delega Avvocato SCOGNAMIGLIO

CLAUDIO;

udito l’Avvocato VACIRCA SERGIO;

udito, il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO RITA, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

La Corte d’appello di Torino, in parziale riforma della sentenza di primo grado che aveva respinto tutte le domande dei lavoratori, con sentenza 29 novembre 2013, dichiarava estinto il giudizio nei confronti di C.P., Ch.Ve., L.A., P.E., Pe.An.Ma. e R.R.; dichiarava l’illegittimità delle sospensioni in CIGS effettuate dal (OMISSIS) e condannava Gestind s.p.a. al pagamento, in favore degli altri lavoratori appellanti a titolo risarcitorio, delle differenze retributive tra retribuzione globale di fatto e trattamento di CIGS per i periodi di effettiva sospensione, oltre rivalutazione e interessi e con detrazione, quanto a B.C., Bo.An., Co.Wa., P.A. e Ra.Na., degli importi percepiti a titolo di indennizzo in base all’accordo del 4 febbraio 2010; annullava i licenziamenti intimati ai predetti, nonchè a D.M.F., Pe.Da. e R.S. con lettere del (OMISSIS) e ne ordinava a Gestind s.p.a. la reintegrazione nel posto di lavoro, condannandola al pagamento, in loro favore, delle retribuzioni globali di fatto maturate dalla data di licenziamento a quella di effettiva reintegrazione, oltre rivalutazione e interessi, con detrazione dell’eventuale aliunde perceptum, nonchè alla relativa regolarizzazione contributiva.

Preliminarmente dato atto della sottoscrizione di verbale di conciliazione dai suindicati lavoratori a fini di estinzione del giudizio ed in esito ad articolata ricostruzione della vicenda relativa alle collocazioni in GIGS e CIG in deroga nonchè alle procedure di mobilità, la Corte territoriale riteneva illegittima la collocazione in CIGS per crisi aziendale dal (OMISSIS) dei lavoratori appellanti, in difetto, nella comunicazione di richiesta in data (OMISSIS), di specificità dei criteri di scelta e delle ragioni della rotazione, neppure sanata dall’accordo con le oo.ss. del 4 febbraio 2010, parimenti generico, successivo (di oltre otto mesi) all’inizio della CIGS, nè avendo ad esso partecipato la P.A., pure coinvolta nella procedura amministrativa.

Essa escludeva invece la natura “in sè e per sè irrazionale” dei criteri di scelta indicati nella comunicazione 20 maggio 2010 dei lavoratori da sospendere in CIG in deroga, per la loro sufficiente individuazione (sulla base di “macrofamiglie” di posizioni lavorative omogenee, al cui interno operanti i parametri selettivi illustrati con le relative attribuzioni di punteggio), nè essendo stata provata dai lavoratori onerati la violazione dei principi di buona fede, correttezza e non discriminazione in riferimento alla contestata limitazione all’ultimo biennio 2008/2010 della valutazione, nell’ambito del criterio delle esigenze tecniche organizzative e produttive aziendali, del requisito di “polifunzionalità”.

Infine, la Corte subalpina accertava l’illegittimità dei licenziamenti intimati con lettere del (OMISSIS) a B.C., Bo.An., Co.Wa., D.M.F., Pe.Da., P.A., Ra.Na. e R.S., in esito alla collocazione in procedura di mobilità aperta con lettera (OMISSIS), per effetto (non tanto della scelta, ma) dell’applicazione dei criteri (ancorchè convenzionali, in quanto concordati con le oo.ss. nell’accordo del 24 maggio 2010 relativo alla citata comunicazione 20 maggio 2010 dei lavoratori da sospendere in CIG in deroga e quindi inidonei, anche se corrispondenti a quelli prescritti dalla L. n. 223 del 1991, art. 5) utilizzati in tale diversa procedura: con specifico riferimento all’assegnazione, ampiamente discrezionale (come emerso dalle risultanze istruttorie scrutinate in riferimento a ciascuna posizione), del punteggio per le esigenze tecniche organizzative e produttive. Esso non rispondeva, infatti, a verificabili dati oggettivi, ma a valutazioni soggettive (abilità, capacità, efficienza, affidabilità del lavoratore) ovvero a circostanze indimostrate (impossibilità, per prescrizioni mediche, di adibizione a mansioni o a reparti diversi).

Con atto notificato 1’11 marzo 2014 Gestind s.p.a. ricorre per cassazione con quattro motivi, cui resistono B.C., Bo.An., D.M.F., Pe.Da., P.A., Ra.Na. e R.S. con controricorso; invece cessata, per conciliazione, la materia del contendere nei confronti di Co.Wa.. Le parti hanno comunicato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la ricorrente deduce omesso esame di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5 e art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, n. 4 e n. 5, per l’incoerente assunto di legittimità e correttezza dei criteri selettivi adottati per la sospensione in CIG in deroga, concordati con le oo.ss. nell’accordo del 24 maggio 2010 e corrispondenti a quelli stabiliti dalla L. n. 223 del 1991, art. 5 (anzianità, carichi di famiglia, esigenze tecniche organizzative e produttive), invece esclusa per la successiva procedura di mobilità aperta con lettera (OMISSIS), pure basata sui medesimi criteri, ma di ravvisata unilaterale e discrezionale applicazione, con evidente equivoco di ravvisata pertinenza della loro valorizzazione esclusivamente all’imprenditore e per giunta nel caso concreto concordati con le oo.ss.: con la conseguenza, oltre che della violazione di legge denunciata, di una motivazione sul punto apparente, in quanto apodittica e tautologica, nonchè di nullità della sentenza in parte qua, per la mancanza di requisito indispensabile prescritto dall’art. 132 c.p.c., integrante error in procedendo.

Con il secondo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., art. 437 c.p.c., comma 2, art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 4, per violazione del principio di corrispondenza del chiesto al pronunciato, anche in riferimento al regime probatorio e agli effetti del mancato assolvimento al suo onere, per l’accertamento giudiziale di applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità (poi licenziati), in assenza di contestazione sulla loro corretta applicazione.

Con il terzo, la ricorrente deduce omesso esame, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, del fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti della lamentata natura discriminatoria dei licenziamenti impugnati (per ragioni di appartenenza sindacale, di invalidità, di genere e età).

Con il quarto, la ricorrente deduce violazione della L. n. 223 del 1991, art. 1, commi 7 e 8, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per erronea esclusione di legittimità della collocazione in CIGS per crisi aziendale dal (OMISSIS) dei lavoratori appellanti, nonostante il raggiungimento, in corso di procedura, dell’accordo con le oo.ss. del 4 febbraio 2010, non tanto perchè sanante supposte pregresse illegittimità, ma per la fissazione di una regola chiara nel tetto (di trentacinque settimane individuali di sospensione, salvo indennizzo di Euro 100,00 per ogni settimana in eccedenza) al criterio di rotazione dei lavoratori; con inconferenza poi della mancata partecipazione viziante della P.A., da coinvolgere specialmente in caso di non adozione di meccanismi di rotazione.

Il primo motivo (omesso esame di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5 e art. 132 c.p.c., per l’incoerente assunto di legittimità e correttezza dei criteri selettivi adottati per la sospensione in CIG in deroga, corrispondenti a quelli stabiliti dalla L. n. 223 del 1991, art. 5, invece esclusa per la procedura di mobilità aperta con lettera (OMISSIS), pure basata sui medesimi criteri, ma di unilaterale e discrezionale applicazione) può essere congiuntamente esaminato, per ragioni di stretta connessione, con il secondo (violazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., art. 437 c.p.c., comma 2, art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., per violazione del principio di corrispondenza del chiesto al pronunciato, per l’accertamento giudiziale di applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità, in assenza di contestazione).

Essi sono infondati.

In via di premessa, occorre affermare come la Corte territoriale non sia incorsa in alcuna incoerenza tra la ravvisata “non irrazionalità in sè” dei criteri di scelta dei lavoratori adottati per la CIG in deroga (tra l’altro “recepiti nell’accordo concluso fra la Gestind e la RSU aziendale, assistita dalle tre oo.ss. FILCTEM – CGIL, FEMCA – CISL e UILTA – UIL il 24.5.2010”: così al primo capoverso di pg. 27 della sentenza), al contrario che per la collocazione in mobilità avviata con la lettera (OMISSIS), in riferimento alla quale “in sede di esame congiunto tenutosi il 21.12.2010… le parti si diedero atto che non era stato possibile raggiungere alcun accordo e dichiararono conclusa la procedura” (così al primo periodo di pg. 18 della sentenza).

E’, infatti, evidente la diversità di finalità cui sono ispirati e di funzioni cui assolvono i criteri di scelta per individuare i lavoratori da sospendere in CIG (nella prospettiva di una ripresa dell’attività di impresa secondo un programma di ristrutturazione, di riorganizzazione o di conversione rispetto alla quale essi sono soggetti ad una sospensione o riduzione temporanea della prestazione lavorativa), ovvero da licenziare, qualora invece l’attuazione del suddetto programma non ne consenta un integrale reimpiego, nell’assenza di misure alternative.

Tanto chiarito, l’adozione dei medesimi criteri di scelta dei lavoratori in riferimento ai due istituti in esame si risolve sostanzialmente nell’assunzione di un criterio convenzionale, ossia concordato in sede sindacale ai fini della CIG in deroga, che praticamente individua i lavoratori destinati al licenziamento “proprio in coloro che continuativamente erano stati sospesi a zero ore” (così al primo periodo di pg. 32 della sentenza), piuttosto che di un criterio rispondente a caratteri di obiettività e di generalità, così da escludere ogni discrezionalità datoriale (così al primo capoverso di pg. 32 della sentenza): con la sua conseguente nullità, per contrasto con la norma imperativa della L. n. 223 del 1991, art. 5, (Cass. 7 giugno 2003, n. 9153).

La Corte territoriale ha anzi fatto una corretta applicazione dei principi in materia di licenziamento collettivo, secondo cui i criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità, individuati dai contratti collettivi ai sensi della L. n. 223 del 1991, art. 5, devono essere, tutti ed integralmente, basati su elementi oggettivi e verificabili, in modo da consentire la formazione di una graduatoria rigida e da essere controllabili in fase applicativa, e non possono implicare valutazioni di carattere discrezionale (Cass. 9 giugno 2011, n. 12544): sicchè la comunicazione prevista dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, deve essere specifica e dare pienamente conto dei criteri effettivamente e concretamente seguiti (Cass. 28 ottobre 2009, n. 22825).

E ciò con accertamento in fatto, incensurabile in sede di legittimità in quanto di esclusiva spettanza del giudice di merito, siccome congruamente ed esaurientemente motivato (Cass. 6 ottobre 2006, n. 21541), sulla base delle risultanze istruttorie oggetto di attento e critico scrutinio in riferimento alla posizione specifica di ognuno dei lavoratori licenziati in relazione, nella determinazione in concreto delle esigenze tecniche, organizzative e produttive, ai profili di polifunzionalità in combinazione con eventuali limitazioni funzionali dei lavoratori medesimi (per le ragioni illustrate a pgg. da 34 a 43 della sentenza). E pure in applicazione del principio, secondo cui il criterio di scelta dei dipendenti da porre in cassa integrazione e in mobilità, determinato nel rispetto delle procedure previste dalla L. 23 luglio 1991, n. 223, artt. 4 e 5, non può essere successivamente disapplicato o modificato, travalicando gli ambiti originariamente previsti, non essendo consentito che in tale spazio temporale l’individuazione dei singoli destinatari dei provvedimenti datoriali venga lasciata all’iniziativa e al mero potere discrezionale dell’imprenditore, in quanto ciò pregiudicherebbe l’interesse dei lavoratori ad una gestione trasparente ed affidabile della mobilità e della riduzione del personale (Cass. 22 marzo 2010, n. 684).

Infine, non sussiste la denunciata violazione del principio di corrispondenza del chiesto al pronunciato, prescritto dall’art. 112 c.p.c., rilevabile solo qualora sia rispettato il principio di autosufficienza (Cass. 12 ottobre 2015, n. 20436; Cass. 10 ottobre 2014, n. 21397; Cass. 7 aprile 2014, n. 8008): nel caso di specie non correttamente adempiuto in difetto dell’integrale trascrizione, quanto meno per la parte d’interesse, dell’atto di appello. La ricorrente ne ha, infatti, soltanto estratto alcune parti (a pgg. 26 e 27 del ricorso), che non consentono un compiuto esame diretto di questa Corte, tanto più in relazione al motivo di appello devoluto alla Corte subalpina (riportato sub d) a pg. 10 della sentenza). In ogni caso, la questione è stata prospettata quale oggetto di esame, per la contestazione dai lavoratori appellanti del criterio di polifunzionaità (come risulta dall’atto di appello riportato in nota 3) di pg. 22 del controricorso), in riferimento alle esigenze tecniche, organizzative e produttive: con la conseguente legittimazione del giudice di merito ad operare il controllo, di sua spettanza, della corretta applicazione dei criteri indicati in concreto.

Il terzo motivo, relativo ad omesso esame del fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti della lamentata natura discriminatoria dei licenziamenti impugnati, è assorbito.

Il quarto, relativo a violazione della L. n. 223 del 1991, art. 1, commi 7 e 8, art. 5, per erronea esclusione della legittimità della collocazione in CIGS per crisi aziendale dal (OMISSIS) dei lavoratori appellanti, nonostante il raggiungimento, in corso di procedura, dell’accordo con le oo.ss. del 4 febbraio 2010, è pure infondato.

In via di premessa, la valutazione di adeguatezza, nell’accordo sindacale, della specificazione dei criteri di individuazione dei lavoratori da porre in cassa integrazione e delle modalità di rotazione costituisce accertamento in fatto, spettante in via esclusiva al giudice di merito ed è censurabile in cassazione solo negli stretti limiti del giudizio di legittimità (Cass. 29 maggio 2014, n. 12096; Cass. 6 maggio 2014, n. 9705).

E la doglianza in esame travalica i suddetti limiti, posto che la Corte territoriale ha reso una pronuncia correttamente e congruamente argomentata, immune da incoerenze o contraddizioni logiche, sull’essenziale rilievo di insanabilità (questo, al di là delle diverse formulazioni prospettate, essendo il fulcro della censura) dei vizi di legittimità della comunicazione di CIGS in virtù dell’accordo con le oo.ss. del 4 febbraio 2010. E ciò per le ragioni, diffusamente e criticamente argomentate, di genericità e soprattutto di posteriorità di otto mesi all’inizio della CIGS (dall’ultimo capoverso di pg. 21 al sesto alinea di pg. 24 della sentenza), che neppure hanno ricevuto una completa nè specifica confutazione.

Ancora una volta, la Corte territoriale ha esattamente applicato i principi consolidati affermati in proposito da questa Corte, secondo cui l’efficacia sanante di un accordo sindacale sui criteri di scelta è stata ammessa solo in casi particolari e circoscritti, ma non nell’ipotesi in cui la comunicazione sia strettamente funzionale a mettere in grado le organizzazioni sindacali di partecipare al confronto con la controparte adeguatamente informate e ai lavoratori di avere contezza delle prospettazioni aziendali; non potendo comunque essere riconosciuta, con effetto retroattivo, rispetto a scelte in concreto già operate (tra le numerose, in particolare: Cass. 18 novembre 2015, n. 23622;Cass. 11 marzo 2015, n. 4886; Cass. 12 dicembre 2011, n. 26587; Cass. 9 giugno 2009, n. 13240; Cass. 1 luglio 2009, n. 15393).

Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna Gestind s.p.a. alla rifusione, in favore dei controricorrenti delle spese del giudizio, che liquida in Euro 100,00 per esborsi e Euro 6.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15 % e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 20 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 novembre 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA