Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2253 del 30/01/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. lav., 30/01/2017, (ud. 22/11/2016, dep.30/01/2017),  n. 2253

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26873-2011 proposto da:

M.N.L. c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE PLATONE, 21, presso lo studio dell’avvocato TIZIANA

STEFANELLI, rappresentata e difesa dall’avvocato DOMENICO FRAGAPANE,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE – ASL (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA PIERLUIGI DA PALESTRINA 63, presso lo studio dell’avvocato

MARIO CONTALDI, rappresentata e difesa dall’avvocato ADELAIDE

PITERA’, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 734/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 27/06/2011 R.G.N. 1350/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/11/2016 dal Consigliere Dott. DI PAOLANTONIO ANNALISA;

udito l’Avvocato DOMENICO FRAGAPANE;

udito l’Avvocato ADELAIDE PITERA’;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO CARMELO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – La Corte di Appello di Torino, in riforma della sentenza del locale Tribunale che aveva parzialmente accolto il ricorso, ha respinto nella sua interezza la domanda proposta da M.N.L. la quale aveva convenuto in giudizio la Azienda Sanitaria Locale (OMISSIS), chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della illegittima esclusione dalla procedura di incentivazione di cui all’accordo intervenuto con le organizzazioni sindacali il 12 luglio 2007.

2 – La Corte territoriale ha respinto l’eccezione di improcedibilità dell’appello principale, sottolineando la natura non perentoria del termine previsto dall’art. 435 c.p.c., comma 2, e rilevando che la ASL aveva provveduto a notificare il ricorso ed il decreto presidenziale nel rispetto del termine minimo di comparizione, sicchè non era stato in alcun modo menomato il diritto di difesa dell’appellata.

3 – Nel merito ha rilevato che l’accordo del 12 luglio 2007 relativo al “progetto di incentivazione per il personale di sportello ad accesso diretto” si riferiva unicamente ai dipendenti addetti al CUP, al cali center ed alla scelta/revoca perchè faceva riferimento ad un elenco di nominativi già predisposto dall’azienda, all’esito di una istruttoria affidata ai dirigenti dei servizi interessati. Anche gli atti successivamente adottati avevano sempre individuato i destinatari nei soli addetti ai servizi sopra indicati, sicchè il verbale di interpretazione autentica del 1 marzo 2010 non aveva operato alcuna restrizione delle categorie dei dipendenti interessati all’incentivo.

4 – La M. non era mai stata assegnata stabilmente agli sportelli sopra indicati nè aveva dimostrato di aver svolto sostituzioni con la continuità richiesta dall’accordo, che aveva subordinato la erogazione dell’incentivo ad un impegno di durata non inferiore alle venti ore settimanali.

5 – La pretesa della appellata non poteva essere fondata sull’avvenuta liquidazione dell’incentivo anche in favore di dipendenti non in possesso dei requisiti richiesti dall’accordo, perchè la indebita erogazione avrebbe legittimato il recupero da parte dell’Azienda delle somme non dovute, non già giustificato una estensione del beneficio altrettanto indebita.

6 – Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso M.N.L. sulla base di cinque motivi, illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c.. L’Azienda Sanitaria Locale (OMISSIS) ha resistito con tempestivo controricorso. Con atto del 3 ottobre 2016 si è costituita per la ASL l’Avv. Adelaide Piterà, in sostituzione dell’Avv. Marcello Gori.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo la ricorrente denuncia “violazione e/o falsa applicazione di norma di diritto e/o di principio generale (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 435 c.p.c. ed all’art. 111 Cost.; motivazione errata, insufficiente, inconferente, tuzioristica”. Rileva che il decreto presidenziale di fissazione dell’udienza di discussione era stato depositato il 13 settembre 2010, sicchè tardiva doveva essere ritenuta la notifica dell’appello, effettuata solo il 28 settembre. Richiama il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte per sostenere che il termine ordinatorio può essere prorogato dal giudice solo ove lo stesso non sia ancora scaduto e sottolinea che, ove non intervenga detta proroga, lo spirare del termine produce il medesimo effetto preclusivo ricollegato alla scadenza dei termini perentori.

1.2 – La seconda censura lamenta “violazione e/o falsa applicazione di norma di diritto e/o principio generale (art. 360 c.p.c. n. 3) in relazione all’art. 112 c.p.c.; motivazione omessa e/o inesistente (art. 360 c.p.c. n. 5)”. La ricorrente evidenzia che la Azienda, che nel giudizio di primo grado aveva concluso per il solo rigetto del ricorso, in appello aveva domandato la declaratoria della “inammissibilità, irricevibilità, improponibilità, improcedibilità” della domanda. La Corte avrebbe dovuto rilevare la inammissibilità delle nuove e diverse conclusioni, sulle quali, invece, non aveva neppure pronunciato.

1.3 – Il terzo motivo denuncia “violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto e/o di principio generale e/o di accordo sindacale (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione ai canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 segg. 1371 c.c.; motivazione carente, tautologica, erronea, tuzioristica (art. 360 c.p.c. n. 5)”. Sostiene che la Corte territoriale, nell’interpretare l’accordo del 12 luglio 2007, doveva arrestarsi al solo tenore letterale dell’atto, che non limita la incentivazione agli addetti al CUP, al Call Center ed al servizio Scelta/Revoca del medico di base, bensì la estende a tutti i dipendenti assegnati ad “attività di sportello”. Nella interpretazione del contratto, infatti, il giudice può ricorrere ai criteri integrativi solo qualora la volontà dei contraenti non sia desumibile con evidenza dal testo negoziale, nella specie assolutamente chiaro quanto alla individuazione dei destinatari dell’incentivo. Non potevano, pertanto, essere utilizzati a fini interpretativi gli atti successivamente adottati, valorizzando i quali il giudice di appello aveva finito per integrare l’accordo, tra l’altro pervenendo ad un risultato esegetico implicante violazione del principio di parità di trattamento sancito per l’impiego pubblico contrattualizzato dal D.Lgs n. 165 del 2001, art. 45.

1.4 – Il quarto motivo denuncia ex art. 360 c.p.c. n. 5,” insufficiente, illogica, contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo”. Sostiene la ricorrente che la Corte territoriale avrebbe errato nella interpretazione della domanda, con la quale non era stata chiesta l’attribuzione dell’incentivo negato, bensì la condanna della ASL al risarcimento dei danni derivati dalla illegittima esclusione dalla platea dei destinatari del beneficio. Aggiunge che tutti i testi escussi avevano fatto riferimento ad una sistematica assegnazione della M. alla attività di sportello, sicchè era stato provato anche il requisito della continuità, non potendosi pretendere dai testi, le cui dichiarazioni dovevano essere liberamente valutate, una contabilizzazione esatta delle ore. La motivazione della sentenza sul punto è “contraddittoria (rispetto alla esperienza istruttoria)” e, comunque, insufficiente, perchè anche gli argomenti logici utilizzati non considerano la sostanziale identità dell’attività di sportello, a prescindere dal servizio nel quale la stessa si inserisce, nè valorizzano la circostanza che, evidentemente, la sostituzione dei colleghi addetti al CUP comportava l’esonero dall’impegno presso il settore di assegnazione.

1.5 – Infine il quinto motivo denuncia ” violazione e/o falsa applicazione di legge e/o di principio generale (art. 360 c.p.c., n. 3) in relazione all’art. 115 c.p.c., artt. 74 e 87 disp. att. c.p.c.; omessa motivazione” perchè la Corte di Appello ha fondato la decisione anche sul verbale di accordo del 3 giugno 2009, non prodotto da nessuna delle parti.

2 – Il primo motivo è manifestamente infondato perchè il giudice di appello, nel respingere la eccezione di improcedibilità, ha correttamente applicato il principio di diritto, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui “il termine di dieci giorni assegnato all’appellante dall’art. 435 c.p.c., comma 2, per la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza non è perentorio e la sua inosservanza non comporta, perciò, alcuna decadenza, sempre che, come precisato dalla Corte cost., ord. n. 60 del 2010, resti garantito all’appellato uno “spatium deliberandi” non inferiore a quello legale prima dell’udienza di discussione affinchè questi possa approntare le sue difese…” (Cass. 31.5.2012 n. 8685 e negli stessi termini fra le più recenti Cass. 29.2.2016 n. 3959; Cass. 14.10.2016 n. 20735; Cass. 31.10.2016 n. 22054).

Si aggiunga che, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 15 del 14 gennaio 1977, perchè il termine possa decorrere è necessario che dell’avvenuto deposito del decreto sia data comunicazione all’appellante, comunicazione alla quale la ricorrente non ha fatto riferimento alcuno nel ricorso.

3 – Il secondo motivo è inammissibile per evidente carenza di interesse, giacchè la Corte territoriale ha ritenuto infondata nel merito la domanda della M. e non ha accolto le eccezioni di “inammissibilità, irricevibilità, improponibilità, improcedibilità” che si assumono sollevate dalla ASL solo con l’atto di gravame, sicchè nessun concreto pregiudizio è derivato alla ricorrente dal mancato rilievo della asserita novità.

Il motivo, inoltre, è formulato senza il necessario rispetto degli oneri di specificazione e allegazione imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 4 e art. 369, n. 4, perchè nel ricorso non sono state trascritte le conclusioni della memoria difensiva di primo grado e dell’atto di appello e la ricorrente, che non ha inserito detti atti processuali nel fascicolo di parte del giudizio di legittimità, non ha indicato il luogo ed il tempo della loro produzione nei gradi del giudizio di merito.

4 – Analogo profilo di inammissibilità vizia il terzo motivo perchè la M., che si duole della violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale con riferimento alla interpretazione dell’accordo del 12 luglio 2007, non riporta in ricorso il contenuto di detto atto, nè delle successive note che, a suo dire, la Corte territoriale avrebbe erroneamente valorizzato.

Occorre evidenziare al riguardo che, nell’ambito dell’impiego pubblico contrattualizzato, i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte in relazione all’inapplicabilità dell’art. 369 c.p.c., n. 4 ed alla possibilità per il giudice di legittimità di procedere all’esame diretto del contratto, anche a prescindere dalle prospettazioni delle parti, valgono unicamente per i contratti nazionali di comparto, ai quali si riferisce il peculiare procedimento formativo disciplinato dal D.Lgs. n. 165 del 2001 (Cass. S.U. 4.11.2009 n. 23329).

Viceversa per la contrattazione integrativa e per gli accordi conclusi dai singoli enti nelle materie delegate dalla contrattazione nazionale il controllo in sede di legittimità è limitato alla violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale e postula il rispetto degli oneri di specificazione ed allegazione imposti dalle norme richiamate al punto 3. E’, quindi, necessario che la parte trascriva nel ricorso il contenuto dell’atto che si assume erroneamente interpretato dal giudice del merito e provveda alla sua produzione o quantomeno a precisare in quale sede processuale il documento sia stato prodotto, “poichè indicare un documento significa necessariamente, oltre che specificare gli elementi che valgono ad individuarlo, dire dove nel processo è rintracciabile” (Cass. 12.3.2014 n. 5745 e negli stessi termini Cass. 21.9.2011 n. 19227).

4.1 – A soli fini di completezza osserva il Collegio che nell’interpretazione del contratto collettivo, è sempre necessario procedere al coordinamento delle varie clausole contrattuali, prescritto dall’art. 1363 c.c., anche quando l’interpretazione possa essere compiuta sulla base del senso letterale delle parole, senza residui di incertezza, poichè l’espressione “senso letterale delle parole” deve intendersi come riferita all’intera dichiarazione negoziale e non già limitata ad una parte soltanto dovendo il giudice collegare e confrontare fra loro frase e parole al fine di chiarirne il significato (Cass. 17.2.2010 n. 3685; Cass. 19.9.2014 n. 19779; Cass. 24.9.2015 n. 18969).

A detto principio si è correttamente attenuta la Corte territoriale la quale nell’interpretare l’accordo del 12 luglio 2007 non poteva certo arrestarsi, come preteso dalla ricorrente, al solo tenore letterale della indicazione del progetto presentato (intitolato “progetto di incentivazione per il personale di sportello ad accesso diretto”), atteso che dallo stralcio riportato nella sentenza si desume che lo stesso accordo limitava il progetto medesimo a “75 dipendenti già individuati dall’Amministrazione mediante istruttoria svolta con i dirigenti dei servizi interessati”.

Non sussiste, pertanto, la violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale, in quanto la comune intenzione delle parti è stata ricavata dall’esame complessivo dell’accordo, come prescritto dall’art. 1363 c.c., e dal comportamento tenuto successivamente alla conclusione dello stesso, tradottosi in ulteriori atti dei dirigenti dell’azienda e delle associazioni sindacali, con i quali la platea dei destinatari del progetto è stata sempre ristretta ai soli dipendenti assegnati agli sportelli CUP, Call Center, Scelta/Revoca del medico di base.

La Corte territoriale ha, quindi, correttamente applicato il principio di diritto secondo cui “nell’interpretare la norma collettiva, il giudice del merito può limitarsi a ricercare la comune intenzione delle parti sulla base del tenore letterale della disposizione da interpretare soltanto se questo riveli l’intenzione delle parti con evidenza tale da non lasciare alcuna perplessità sull’effettiva portata della clausola, dovendo far ricorso, in caso contrario, alla valutazione del comportamento successivo delle parti nell’applicazione della clausola stessa ed alla considerazione di tutti gli altri criteri ermeneutici indicati dagli art. 1362 e seguenti c.c.” (Cass. 9.1.2013 n. 110).

Detto principio risulta senz’altro applicabile nella fattispecie nella quale, come si è già sottolineato, il solo tenore letterale dell’accordo non depone in modo univoco per la destinazione dell’incentivo a tutti gli addetti allo sportello, contrapponendosi alla intitolazione in tal senso del progetto, la successiva immediata individuazione nominativa di soli 75 dipendenti selezionati “dai dirigenti dei servizi interessati”.

Si deve, poi, aggiungere che la sentenza impugnata, con motivazione logica, coerente ed articolata, ha dato ampio conto anche delle ragioni per le quali, evidentemente, le parti avevano inteso limitare l’incentivo, rilevando che la individuazione dei servizi, valutata unitamente al requisito dell’impegno orario non inferiore alle venti ore settimanali, esprimeva la volontà di incentivare i dipendenti assegnati a svolgere, in via continuativa ed abituale, una attività ritenuta più gravosa perchè implicante un maggiore afflusso di utenti.

Il motivo, pertanto, è infondato anche nella parte in cui sostiene che l’interpretazione data dalla Corte territoriale si risolverebbe nella violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, perchè il principio della parità di trattamento non può essere invocato per sostenere la illegittimità di differenziazioni che i soggetti della contrattazione collettiva, sia essa nazionale, integrativa o di ente, operino valutando la natura, la qualità, l’onerosità dei vari tipi di prestazione.

5 – La quarta censura è palesemente infondata quanto all’addebito relativo alla qualificazione della domanda, perchè la Corte territoriale ha qualificato l’azione esattamente nei termini indicati dalla ricorrente, dando atto che la M. aveva chiesto il “risarcimento del danno conseguente alla esclusione della dipendente dalla procedura di incentivazione” (pag. 7 della sentenza).

E’ poi evidente che il danno in tanto è risarcibile in quanto sia ingiusto, sicchè la Corte territoriale per valutare la fondatezza dell’azione non poteva prescindere dalla individuazione dei destinatari del progetto e dalla ricerca di ragioni idonee a giustificare la diversità di trattamento, in presenza delle quali la condotta del datore di lavoro, in quanto legittima, non può essere fonte di responsabilità.

Si aggiunga che la pretesa risarcitoria non può essere fondata sulla circostanza della avvenuta liquidazione dell’incentivo in favore di altri dipendenti che, come la ricorrente, non avevano titolo a partecipare al progetto.

Deve essere qui ribadito che dall’eventuale attribuzione ingiustificata di un beneficio a determinati lavoratori non può mai derivare per i soggetti pretermessi il diritto ad ottenere lo stesso beneficio o il risarcimento del danno (in tal senso Cass. 13 luglio 2016 n. 14322) perchè nel rapporto di impiego pubblico contrattualizzato il trattamento economico fondamentale ed accessorio è stabilito dalla contrattazione collettiva, alla quale il datore di lavoro deve attenersi, essendo allo stesso inibito l’atto di deroga, anche se in melius, che, in quanto affetto da nullità, non può essere invocato dal dipendente escluso.

5.1 – Il motivo è poi inammissibile nella parte in cui censura la motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla valutazione delle prove testimoniali, ritenute dalla Corte territoriale non idonee a dimostrare che le sostituzioni, pur frequenti, non avevano raggiunto la soglia minima oraria prevista dall’accordo del 12 luglio 2007 per la partecipazione al progetto.

Il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo antecedente alle modifiche apportate dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, non applicabile alla fattispecie ratione temporis (la sentenza impugnata è stata pubblicata il 27 giugno 2011), sussiste solo qualora le deposizioni affermino o neghino obiettivamente fatti costitutivi dei diritti controversi e siano state ignorate o esaminate in modo assolutamente insufficiente dal giudice di merito (Cass. 3.7.2014 n. 15205).

La citata disposizione, infatti, non conferisce a questa Corte il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, poichè il controllo di logicità del giudizio di fatto “non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità” (fra le più recenti Cass. 9.1.2014 n. 91 e Cass. 28.11.2014 n. 25332).

Restano, quindi, riservate al giudice di merito la valutazione delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione.

Questa Corte ha, poi, costantemente affermato che il giudice di merito, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. 7.1.2009 n. 42 e fra le più recenti Cass. 23.5.2014 n. 11511).

La Corte territoriale ha dato ampio conto delle ragioni per le quali doveva escludersi che la ricorrente, assegnata stabilmente ad altro servizio di sportello, fosse stata impegnata nelle attività previste dall’accordo con la continuità dallo stesso richiesta ed il ricorso sul punto sollecita una diversa ed inammissibile valutazione di merito, non consentita in sede di legittimità.

6 – Quanto alla doglianza sviluppata nel sesto motivo, avente ad oggetto la valutazione di un documento (il verbale del 3 giugno 2009) non ritualmente prodotto dalla ASL al momento della costituzione in giudizio, va premesso che la nullità di un atto di acquisizione probatoria non comporta la nullità derivata della sentenza, atteso che “i rapporti tra atto istruttorio nullo e decisione non possono definirsi in termini di eventuale nullità derivata di quest’ultima, quanto, piuttosto, di giustificatezza o meno delle statuizioni in fatto della sentenza, la quale, in quanto fondata sulla prova nulla (che quindi non può essere utilizzata) o sulla esclusione di una prova con provvedimento nullo, è priva di (valida) motivazione, non già nulla a sua volta, atteso che l’atto istruttorio, puramente eventuale, non fa parte dell’indefettibile serie procedimentale che conduce alla sentenza ed il cui vizio determina la nullità, ma incide soltanto sul merito delle valutazioni (in fatto) compiute dal giudice, sindacabili in sede di legittimità esclusivamente nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (Cass. 3.9.2014 n. 18587).

Da detto principio generale discende che, allorquando il vizio denunciato attenga alla acquisizione di prove documentali, ai fini di una pronuncia di annullamento per tale motivo della sentenza impugnata, risulta necessario stabilire se e quale incidenza abbiano avuto le suddette prove irritualmente acquisite sulla decisione adottata dalla Corte di merito. Incombe, quindi, alla parte, che denunci la irritualità della produzione, l’onere di specificare le conseguenze di tale irregolare acquisizione sulla decisione adottata, al fine di porre la Corte di legittimità in condizione di valutare la erroneità della motivazione e la riferibilità di tale errore motivazionale ad un punto decisivo della controversia (Cass. 22 luglio 2009 n. 17101).

Valgono, quindi, al riguardo, i medesimi principi più volte affermati da questa Corte in relazione alla configurabilità del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo precedente alla modifica introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, sicchè è necessario che la irrituale acquisizione probatoria abbia riguardato circostanze, entrate nel processo solo a seguito della illegittima acquisizione, sulle quali il giudice abbia fondato il proprio convincimento. Deve, cioè, emergere, con giudizio di certezza e non di mera probabilità, che la circostanza, asseritamente non valutabile, abbia avuto efficacia determinante nella individuazione della disciplina giuridica applicabile alla fattispecie e nella soluzione della controversia, di modo che la ratio decidendi venga a trovarsi priva di base, una volta accertata la irritualità della prova, attraverso la quale la circostanza è stata acquisita al processo (in tal senso Cass. 17.5.2016 n. 10057).

Nel caso di specie la ricorrente ha solo lamentato la irritualità della acquisizione, senza aggiungere null’altro, sicchè il motivo non può trovare accoglimento, tanto più che risulta dalla stessa motivazione della sentenza impugnata che la Corte territoriale ha fondato la interpretazione dell’accordo del 12 luglio 2007 innanzitutto sul tenore letterale dello stesso, complessivamente valutato, e sul contenuto dell’elenco di dipendenti allegato, citando a conferma della interpretazione non il solo verbale del 3 giugno 2009 bensì una pluralità di documenti, tutti ritualmente prodotti dalla ASL.

7 – Il ricorso va pertanto rigettato con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per competenze professionali, oltre rimborso spese generali del 15% ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio del 22 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA