Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22526 del 07/11/2016

Cassazione civile sez. VI, 07/11/2016, (ud. 06/10/2016, dep. 07/11/2016), n.22526

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15312/2015 proposto da:

T.D.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

AGRI 1, presso lo studio dell’avvocato PASQUALE NAPPI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MASSIMO NAPPI, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

ANAS SPA, (OMISSIS), in persona del procuratore speciale, Direttore

Centrale, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B, presso lo

studio dell’avvocato MARCO RIGI LUPERTI, che la rappresenta e

difende giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 626/2014 della CORTE D’APPELLO di POTENZA del

23/10/2014, depositata il 19/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSA ARIENZO;

udito l’Avvocato Massimo Nappi difensore del ricorrente che si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 6 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:

“Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Potenza, respinto il gravame incidentale dell’ANAS s.p.a., inteso ad ottenere la declaratoria di intervenuta decadenza della domanda di T.D.S. ai sensi della L. n. 183 del 2010, art. 32, commi 3 e 4, sul rilievo dell’inapplicabilità del differimento introdotto dal decreto mille proroghe, rigettava anche l’appello principale del T., ritenendo che dovessero essere condivise le valutazioni espresse dal primo giudice con riguardo alla rilevanza della condotta processuale del predetto quale espressione di una volontà tacita di volere risolvere il rapporto di lavoro in essere con l’ANAS.

Per la cassazione di tale decisione ricorre il T., affidando l’impugnazione ad un unico motivo, cui resiste l’ANAS spa con controricorso.

Il ricorrente deduce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per motivazione apparente, contraddittoria e per illogicità manifesta della stessa in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, sostenendo che la motivazione che sorregge la decisione di ritenere risolto per mutuo consenso il contratto contiene argomentazioni svolte in palese contraddizione l’una con l’altra, tali da inficiare l’esistenza stessa della motivazione o quanto meno idonee a renderla insanabilmente illogica.

La Corte, invero, dopo avere dato atto di aderire al prevalente orientamento giurisprudenziale di legittimità, che si contrappone a quello che valorizza il piano oggettivo del contratto, conferisce, invece, contraddittoriamente – secondo il ricorrente – risalto alla volontà negoziale sul mero piano oggettivo, laddove ha valorizzato il contegno posto in essere dal T. in relazione ad un primo giudizio intrapreso e sostanzialmente abbandonato per non avere provveduto alla notifica del ricorso, con attesa di altri due anni dopo la sentenza di improcedibilità, prima di notificare un secondo atto di impugnazione. Contesta nei termini anzidetti la decisione laddove ha rilevato che la riproposizione dell’azione giudiziaria preceduta da diffida stragiudiziale del 21.1.2011 rappresenti significativo ed univoco comportamento volto a dimostrare l’effettivo interesse del T. all’attuazione del rapporto di lavoro con l’ANAS e che le iniziative giudiziali e stragiudiziali intraprese dallo stesso rappresentino fatti concludenti idonei ad evidenziare il suddetto interesse.

Il ricorso è inammissibile, posti i termini in cui viene prospettata la censura, con la quale non si lamenta la violazione e la falsa applicazione dei principi di diritto che regolano la materia, ma si deduce un vizio, la apparenza della motivazione, che dovrebbe viziare irrimediabilmente la pronunzia ove riscontrabile dalla lettura della stessa.

Ciò che non emerge invece dalla chiara e coerente motivazione espressa dalla Corte di Potenza, che, premessa l’irrilevanza del solo decorso del tempo o della semplice inerzia del lavoratore,successiva alla scadenza del termine apposto al contratto, in applicazione degli enunciati principi, conferisce rilevanza inequivoca alla concatenazione temporale dei fatti processuali (impugnazione stragiudiziale dei contratti a termine del (OMISSIS), ricorso giudiziario dichiarato improcedibile con sentenza del 2009 per mancata notifica, notifica di ulteriore atto di impugnativa stragiudiziale dopo ulteriori due anni, rispetto all’ultimo contratto scaduto nel 2004).

Perchè la violazione invocata sussista si deve essere in presenza di un vizio “così radicale da comportare, con riferimento a quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione. Mancanza di motivazione si ha quando la motivazione manchi del tutto, oppure formalmente esista come parte del documento, ma le argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum.

Nessuno di tali vizi ricorre nel caso in esame, atteso che, al di là di ogni valutazione sulla conformità ai principi applicabili in materia, la valutazione delle circostanze processuali effettuata è idonea a dare contezza dell’iter logico argomentativo seguito) dalla Corte del merito nel pervenire alla soluzione adottata.

La dedotta contraddittorietà ed apparenza della motivazione non trova pertanto riscontro negli atti, sicchè il vizio denunziato deve ritenersi insussistente.

In ragione di ciò, si propone pertanto il rigetto del ricorso per manifesta infondatezza delle censure”.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio. Il T. ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2.

Il Collegio, rilevato che le osservazioni contenute in memoria non sono idonee ad infirmare le considerazioni espresse nella relazione, ritiene di condividere integralmente il contenuto e le conclusioni di quest’ultima e concorda, pertanto, sul rigetto del ricorso.

Si osserva, in particolare, che il contenuto della memoria non argomenta in coerenza con quanto dedotto in ricorso ma nella sostanza indica una diversa prospettazione delle censure, non consentita nella presente sede.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza del ricorrente e vanno poste a carico di quest’ultima nella misura indicata in dispositivo.

La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Cfr. Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 2500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese generali in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 novembre

2016

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