Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22525 del 09/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/08/2021, (ud. 16/12/2020, dep. 09/08/2021), n.22525

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2093-2017 proposto da:

R.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ALFREDO

CASELLA 43, presso lo studio dell’avvocato NICOLETTA MERCATI, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati CELESTINO CORICA,

FRANCESCO CORICA;

– ricorrente –

contro

G.E.I. – GRUPPO ESSENZIERO ITALIANO S.P.A., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

G. PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato DANIELE CIUTI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO BUFFA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 394/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 01/08/2016 R.G.N. 790/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/12/2020 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

La GEI – Gruppo Essenziero Italiano s.p.a. – adiva il Tribunale di Novara ed esponeva che con contratto 2/1/2007 aveva nominato R.A. Agente Generale per la zona del Piemonte (esclusa Torino), Liguria, Val d’Aosta e Lombardia per la promozione della vendita di prodotti della divisione Aromitalia; che erano state concordate provvigioni sugli affari andati a buon fine, prevedendosi in appendice al contratto l’erogazione di un anticipo provvigionale pari ad Euro 1.500,00 mensili “con verifica semestrale del monte provvigionale” il cui tenore, con variazioni esclusivamente sotto il profilo del quantum debeatur, era stato riprodotto nei successivi contratti di agenzia stipulati il 2 gennaio del 2008 e del 2009, nonché il 25 gennaio 2010; che dal 2008 l’agente aveva maturato provvigioni di importo inferiore agli anticipi percepiti; che non era mai stato disposto alcun conguaglio secondo le cadenze semestrali previste in contratto in attesa che le provvigioni effettive avessero superato gli anticipi versati; che in data 29/7/2010 l’agente aveva rassegnato le proprie dimissioni dichiarandosi disponibile a lavorare il preavviso che sarebbe cessato il 31/10/2010; che nel corso di tale periodo, dopo aver ricevuto richiesta del pagamento delle differenze fra anticipi e provvigioni spettanti, l’agente aveva comunicato la cessazione di ogni collaborazione a far tempo dal 8/9/2010.

Alla stregua di tali premesse la società avanzava richiesta di pagamento della somma di Euro 69.864,91 a titolo di conguaglio provvigioni e della somma di Euro 3.671,84 a titolo di indennità per il periodo di preavviso non lavorato.

Il convenuto resisteva al ricorso chiedendone la reiezione e formulando domanda riconvenzionale onde conseguire il pagamento di provvigioni non corrisposte nonché della indennità di risoluzione del rapporto per giusta causa.

Espletata attività istruttoria, il giudice adito respingeva la domanda principale ed in parziale accoglimento del ricorso incidentale condannava la società al pagamento in favore di controparte, della somma di Euro 4.500,00 a titolo di anticipo provvigionale relativo all’agosto 2010 oltre alla corresponsione della indennità di risoluzione del rapporto.

Detta pronuncia veniva riformata dalla Corte distrettuale in accoglimento del gravame proposto dalla società soccombente.

La Corte distrettuale perveniva a tale convincimento osservando che l’utilizzazione nelle pattuizioni, della dizione “anticipo provvisionale” cui si contrapponeva la dizione “la percentuale provvisionale per gli affari andati a buon fine” non lasciava adito a dubbi sulla “natura di erogazione precaria suscettibile di conguaglio con le provvigioni effettivamente maturate”. Argomentava, poi; che dall’inerzia serbata dalla preponente in ordine alla richiesta delle differenze fra anticipi erogati e provvigioni maturate, non poteva dedursi la rinuncia a far valere il diritto di credito né la configurabilità di una ipotesi di novazione delle pattuizioni, con trasformazione della voce di compenso da anticipo provvigionale a retribuzione fissa, in mancanza di un comportamento concludente che rivelasse una univoca volontà in tal senso della preponente. La Corte, a sostegno della tesi posta a fondamento del decisum, ha valorizzato altresì la circostanza che la Gei spa aveva sin dal 2007 riportato a bilancio i crediti maturati annualmente nei confronti dell’agente, al quale aveva sempre puntualmente comunicato l’estratto conto provvigioni ed il dettaglio delle fatture emesse nei confronti dei clienti di zona.

Quale corollario dei principi. affermati, ha argomentato in ordine alla insussistenza della giusta causa di dimissioni, pervenendo alla reiezione anche delle domande ad essa connesse concernenti il pagamento dell’anticipo provvigionale dell’agosto 2010, le provvigioni maturate sino alla cessazione del rapporto, trattenute dalla società, e la corresponsione della indennità di fine rapporto ai sensi dell’art. 10 CCNL di settore.

Avverso tale decisione R.A. interpone ricorso per cassazione sostenuto da due motivi.

Resiste la società intimata con controricorso successivamente illustrato da memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1230 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si deduce l’erroneità degli approdi ai quali è pervenuta la Corte di merito in tema di novazione dell’accordo, rimarcandosi che la preponente non aveva mai disposto la verifica semestrale; che aveva aumentato dal 2008 il contributo fisso in rapporto agli ingenti guadagni realizzati dalla società; che a fronte di tali guadagni vi era stata la corresponsione di importi minimi e inadeguati; che la documentazione versata in atti riepilogavà gli importi fatturati all’agente ma non li riportava a bilancio, come erroneamente dedotto dalla Corte territoriale.

Si soggiunge che l’animus novandi non doveva risultare specificamente da una espressa dichiarazione di volontà ma ben poteva rinvenirsi in una tacita manifestazione di volontà, mediante comportamento concludente; l’aliquid novi era, poi, emerso chiaramente alla stregua del mutamento del, titolo retributivo trasformatosi da anticipo provvigionale in corrispettivo retributivo fisso.

2. Il secondo motivo prospetta violazione e falsa applicazione degli artt. 1751 e 2119 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si deduce che, attraverso la corretta ricostruzione della evoluzione dei rapporti inter partes, l’arbitraria decisione della mandante di non corrispondere alcun anticipo retributivo per il mese di agosto, costituiva un comportamento che giustificava il recesso dal rapporto di lavoro.

3. Il primo motivo va disatteso per le ragioni di seguito esposte.

E’ bene rammentare che secondo l’insegnamento di questa Corte, le valutazioni del giudice di merito in ordine all’interpretazione degli ‘atti negoziali soggiacciono, nel giudizio di cassazione, ad un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale di cui all’art. 1362 c.c., e segg., ed al controllo della sussistenza di una motivazione logica e coerente, ovverosia, idonea a consentire la ricostruzione dell’iter logico” seguito per giungere alla decisione (ex plurimis, vedi Cass. n. 2465 del 2015, Cass. n. 8586 del 2015, Cass. n. 4851 del 2009; Cass. n. 15339 del 2008; Cass. n. 17067 del 2007, Cass. n. 11756 del 2006; Cass. n. 6724 del 2003).

Sicché, per far valere una violazione sotto il primo profilo, occorre non solo fare puntuale riferimento alle regole legali d’interpretazione (mediante specifica indicazione dei canoni asseritamente violati ed ai principi in esse contenuti), ma altresì precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito se ne sia discostato; con l’ulteriore conseguenza dell’inammissibilità del motivo di ricorso che si fondi sull’asserita violazione delle norme ermeneutiche o del vizio di motivazione e si risolva, in realtà, nella proposta di una interpretazione diversa (Cass. 26/10/2007, n. 22536, Cass. 9/8/2018 n. 20694 in motivazione, Cass. 3/11/2020 n. 24395).

D’altra parte, per sottrarsi al sindacato di legittimità, quella data dal giudice del merito al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili e plausibili interpretazioni (tra le altre: Cass. 12/7/2007, n. 15604; Cass.22/2/2007, n. 4178).

Ne consegue che non può trovare ingresso in sede di legittimità la critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una diversa valutazione degli stessi elementi già dallo stesso esaminati; quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è quindi consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (vedi Cass. 6/12/2016, n. 24958).

Nel segno delle enunciate indicazioni nomofilattiche, deve ritenersi che l’interpretazione patrocinata dalla corte d’appello sia ineccepibile, giacché, da un lato, non si prospetta la violazione di alcun criterio ermeneutico legale, dall’altro, essa risulta sorretta da motivazione esaustiva, congrua e logica.

Come fatto cenno nello storico di lite, la Corte territoriale ha esaminato il testo contrattuale, valorizzandone (ma non esclusivamente) il dato letterale dal quale era desumibile la qualificazione degli anticipi di provvigione in termini di erogazione precaria, dalla quale erano nettamente distinte le provvigioni stabilite dal contratto per gli affari andati a buon fine, nonché l’interpretazione del riferimento alla “verifica semestrale del monte provvigionale” come espressione volta a regolamentare i tempi di controllo per e operazioni di conguaglio.

Ha quindi proceduto alla disamina del comportamento successivo osservato dalla società, argomentando che dalla mera inerzia nella richiesta di pagamento nei confronti dell’agente, delle differenze dovute fra acconti ricevuti e provvigioni maturate, non potesse trarsi il convincimento di una maturata rinuncia a far valere il proprio diritto di credito, ed ha corroborato siffatto assunto con l’ulteriore rilievo che nel corso del rapporto la GEI s.p.a. aveva riportato a bilancio i crediti maturati annualmente nei confronti dell’agente, cui puntualmente aveva consegnato l’estratto conto provvigioni ed il report in dettaglio delle fatture emesse ai clienti di zona, come desumibile anche dalle deposizioni testimoniali raccolte.

Deve quindi ritenersi che la Corte distrettuale, con esaustiva motivazione, abbia proceduto ad una argomentata esegesi sia dello statuto contrattuale che del comportamento serbato dalle parti nel corso del rapporto, sotto tale ultimo aspetto formulando un apprezzamento circa l’idoneità degli elementi presuntivi (in particolare l’inerzia nella domanda di pagamento delle differenze provvigionali) idonei a consentire inferenze, che rientra nei compiti affidati al giudice del fatto, senza che il convincimento da questi espresso in relazione al complesso degli indizi, soggetti ad una valutazione globale, possa essere suscettibile di un diverso o rinnovato apprezzamento in sede di legittimità.

Gli approdi ai quali è pervenuto il giudice del gravame con riferimento alla non configurabilità nella specie, di una ipotesi di novazione delle pattuizioni contrattuali (con trasformazione della voce di compenso da anticipo provvisionale a compenso fisso) sulla scorta del complesso degli elementi summenzionati, si palesano, del resto conformi a diritto.

Va, infatti al riguardo richiamato il principio affermato da questa Corte ed al quale va data continuità, alla cui stregua, poiché la novazione oggettiva si configura come un contratto estintivo e costitutivo di obbligazioni, caratterizzato dalla volontà di far sorgere un nuovo rapporto obbligatorio in sostituzione di quello precedente con nuove ed autonome situazioni giuridiche, di tale contratto sono elementi essenziali, oltre ai soggetti e alla causa, l'”animus novandi”, consistente nella inequivoca, comune intenzione di entrambe le parti di estinguere l’originaria obbligazione, sostituendola con una nuova, e l'”aliquid novi”, inteso come mutamento sostanziale dell’oggetto della prestazione o del titolo del rapporto (vedi Cass. 11/10/2012 n. 17328). L’esistenza di tali specifici elementi deve essere in concreto verificata dal giudice del merito, con un accertamento di fatto che si sottrae al sindacato di legittimità solamente se è conforme alle disposizioni contenute nell’art. 1230 c.c., commi 1 e 2, e art. 1231 c.c., e se risulta congruamente motivato (vedi Cass. cit n. 17328 cui adde Cass. 29/10/2018 n. 27390); ipotesi questa per quanto sinora detto, verificatasi nella specie.

4. Dalla reiezione del primo motivo di ricorso discende l’assorbimento del secondo, successivo in ordine logico, in quanto attinente al riconoscimento delle domande connesse al recesso anticipato dell’agente sul presupposto che questo fosse sorretto da giusta causa, presupposto correttamente escluso dalla Corte di merito in base alle argomentazioni richiamate nello storico di lite.

In definitiva, alla luce delle superiori argomentazioni, il ricorso è respinto.

La regolazione delle spese inerenti al presente giudizio, segue il regime della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.250,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 16 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2021

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