Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22523 del 16/10/2020

Cassazione civile sez. III, 16/10/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 16/10/2020), n.22523

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 28710/2019 proposto da:

M.K., alias K.B., nato in (OMISSIS) rappresentato e

difeso dall’avv.to Elena Petracca (elena.petracca.avvocatirovigo.it)

con studio in Rovigo, via Badaloni 19, giusta procura speciale

allegata al ricorso, e domiciliato in Roma piazza Cavour presso la

cancelleria civile della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n 1864/2019 della Corte d’Appello di Venezia

depositata il 7.5.2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

30.6.2020 dal Cons. Antonella Di Florio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. M.K., cittadino (OMISSIS), ricorre affidandosi a quattro motivi per la cassazione della sentenza delle Corte d’Appello di Venezia che aveva confermato l’ordinanza del Tribunale con la quale era stata respinta la domanda da lui proposta per ottenere, in via gradata, il riconoscimento della protezione internazionale nelle forme previste dalla legge.

1.1. Per ciò che interessa in questa sede, le censure sono riferite al rigetto della domanda di protezione sussidiaria ed, in via subordinata, al diniego del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, nel testo applicabile ratione temporis: a sostegno della sua domanda egli aveva narrato di essere fuggito dal (OMISSIS) a causa delle minacce subite dal proprio datore di lavoro che lo aveva ingiustamente accusato di un furto; ed ha aggiunto di essersi rivolto alla polizia ma di non aver ricevuto nessuna tutela.

2. Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente chiedendo soltanto di poter partecipare all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.Con il primo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 nonchè la contraddittorietà del provvedimento impugnato.

1.1.Assume che la Corte territoriale aveva erroneamente ritenuto che le dichiarazioni da lui rese in merito alle motivazioni che lo avrebbero costretto a lasciare il paese di origine non fossero credibili, con ciò disattendendo le norme sopra richiamate che, al fine di valutare la sua attendibilità, imponevano di utilizzare un approccio volto a considerare nel complesso le dichiarazioni rese, dovendosi altresì escludere il ricorso agli ordinari canoni di ripartizione degli oneri probatori previsti dall’art. 2697 c.c..

1.2. Lamenta inoltre che la Corte aveva disatteso il dovere di cooperazione istruttoria che si traduceva nell’obbligo di acquisire informazioni aggiornate sulla situazione generale interna esistente nel paese di origine del richiedente.

2. Con il secondo motivo ed il terzo motivo deduce, ancora, la violazione della L. n. 241 del 1990, art. 3 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) nonchè la carenza assoluta di motivazione in ordine al rigetto della domanda di protezione sussidiaria e la contraddittorietà del provvedimento impugnato.

2.1. Assume che era stata apoditticamente negata l’esistenza di una situazione di violenza indiscriminata, laddove nella paese di origine era precluso l’accesso alla giustizia per i meno abbienti, in ragione dei costi elevati e della inefficienza e corruzione delle forze dell’ordine ed aggiunge che, nonostante che la storia personale presentasse profili privatistici, era comunque illegittimo escludere la rilevanza di tali fatti ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria (cfr. pag. 19 ricorso).

2.2. Deduce altresì che la situazione interna del Bangladesh, erroneamente, non era stata ricondotta all’ipotesi di cui all’art. 14, lett. c) nonostante l’elevato rischio di andare incontro, nel proprio paese, ad episodi di violenza indiscriminata ed, in caso di rimpatrio, a minaccia grave ed individuale per la sua persona.

3. Con il quarto motivo, infine, si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 nonchè la carenza di motivazione in relazione al rigetto del rilascio del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie in quanto non era stato considerato il livello di integrazione raggiunta e la sua condizione di vulnerabilità, nè era stata effettuata una comparazione con le condizioni economiche e sociali del paese di origine.

4. Le prime tre censure devono essere congiuntamente esaminate in quanto sono strettamente connesse: il ricorrente, infatti, critica la decisione impugnata in quanto la sua narrazione era stata ritenuta inattendibile ed in più, assodato che i fatti che avevano, secondo il racconto, determinato la sua fuga erano riconducibili ad una vicenda privata priva di connotati concreti riconducibili alle minacce genericamente denunciate, si è fondata sulla statuizione secondo cui era del tutto priva di dimostrazione – che il richiedente avrebbe ben potuto fornire, visti i dichiarati e persistenti contatti con la sua famiglia di origine – la circostanza che fossero state avviate delle indagini nei suoi confronti in ragione della falsa denuncia proveniente dal datore di lavoro.

4.1. La Corte, inoltre, ha precisato che non ricorrevano i presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 in quanto non risultava che sussistesse una situazione di conflitto armato o una condizione di violenza generalizzata nè tanto meno il rischio di condanna a morte o di sottoposizione a trattamenti disumani e degradanti.

4.2. Tanto premesso, le tre censure sono inammissibili per assoluta genericità e perchè non hanno colto la doppia ratio decidendi della sentenza impugnata.

4.3. La Corte territoriale, infatti, ha confermato il provvedimento di primo grado, fondando la sua decisione sia sulla scarsa credibilità del racconto rispetto alla quale ha reso una motivazione costituzionalmente sufficiente in quanto ha messo in evidenza le contraddizioni ed i vuoti logici non colmabili neanche attraverso la griglia istruttoria prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 (cfr. pag. 5 e 6 della sentenza impugnata); sia sulla natura privata della vicenda che consisteva in generiche minacce del datore di lavoro che, per la debolezza narrativa, non potevano essere poste a fondamento della protezione sussidiaria invocata.

4.4. I giudici d’appello, inoltre, hanno affermato, a completamento del percorso argomentativo svolto, la non riscontrabilità, sulla base di fonti informative attendibili ed aggiornate che sono state specificamente indicate (cfr. pagg. 10 e 11 della sentenza impugnata), di una condizione generalizzata di violenza e violazione dei diritti umani del paese di origine.

La motivazione resa dalla Corte risulta essere al di sopra della sufficienza costituzionale: a fronte di ciò, la critica prospettata è del tutto priva di specificità, non essendo state allegate omissioni o contraddizioni tali da incrinare il percorso logico dei giudici d’appello, tenuto conto delle informazioni congruenti riportate sulle condizioni generali del paese.

4.5. I tre motivi proposti, pertanto, intrinsecamente connessi, mascherano una richiesta di rivalutazione di merito della controversia (oltretutto su fatti genericamente allegati) su questioni già valutate in modo congruo e logico dalla Corte territoriale, richiesta che non può trovare ingresso in sede di legittimità (cfr. ex multis Cass. 13721/2018; Cass. 31456/2019).

5. Ma anche il terzo motivo è inammissibile, per assoluta mancanza di specificità.

5.1. Deve premettersi, infatti, che la giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte ha affermato che “il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, costituisce una misura atipica e residuale, volta ad abbracciare situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica (“status” di rifugiato o protezione sussidiaria), deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso, anche considerando le violenze subite nel Paese di transito e di temporanea permanenza del richiedente asilo, potenzialmente idonee, quali eventi in grado di ingenerare un forte grado di traumaticità, ad incidere sulla condizione di vulnerabilità della persona. (Cass. 13096/2019); ed è stato altresì chiarito che tale tutela deve essere concessa al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia e che l’accoglimento della domanda “deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (cfr. Cass. 4455/2019; Cass. SUU 29459/2019; Cass. 1104/2020).

5.1. Nel caso in esame, la Corte territoriale ha reso una motivazione erronea – che deve essere in questa sede emendata – avendo affermato che “non è di per se idonea la mera allegazione di aver acquisito un certo grado di integrazione nel nostro paese, non desumibile dall’effettuazione di prestazioni lavorative regolarmente retribuite ma comporta la dimostrazione di una effettiva ed irreversibile integrazione nel tessuto culturale e sociale del paese ospitante, occorrendo invece la prova della compromissione del nucleo fondamentale dei diritti di cui all’art. 2 Cost.”: in tal modo i giudici d’appello hanno del tutto trascurato i principi affermati da questa Corte in materia secondo i quali il nodo interpretativo da sciogliere per l’accoglimento o il rigetto della protezione in esame si fonda su un giudizio di comparazione fra l’integrazione raggiunta (ovviamente fondata anche sull’attività lavorativa, stabile o instabile che venga svolta), la vulnerabilità del richiedente asilo e l’impatto di essa con le condizioni del paese in cui deve avvenire il rimpatrio, da accertarsi sulla base delle indicazioni normative di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5.

5.2. Tuttavia, le censure proposte dal ricorrente sui tre elementi del paradigma comparativo (integrazione, vulnerabilità e rispetto dei diritti umani nel paese di eventuale rimpatrio) sono del tutto generiche, in quanto a fronte di un mero collage delle motivazioni di alcune pronunce di merito (cfr. pagg. 30,31,32 e 33 del ricorso), nulla viene indicato sulle modalità con le quali il ricorrente si sarebbe integrato (attività lavorativa, conoscenza della lingua, ed altre forme di inserimento) nè sulla sua condizione di vulnerabilità e sulla correlativa censura che sarebbe stata prospettata in appello e non sarebbe stata considerata; inoltre, viene del tutto omessa l’indicazione delle fonti informative dalle quali, in contrasto con quelle utilizzate dalla Corte territoriale (aggiornate e specificamente indicate), si potrebbe evincere che il rientro nel suo paese di origine potrebbe causare la violazione del nucleo ineliminabile della sua dignità, non consentendo in tal modo a questa Corte di apprezzare, con esito diverso da quello già raggiunto dalla Corte territoriale, l’errore in cui sarebbe incorsa.

6. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

7. Non è luogo a provvedere sulle spese, attesa la indefensio dell’amministrazione.

8. Ricorrono i presupposti processuali per il pagamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), se dovuto.

PQM

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso.

Dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte di cassazione, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 ottobre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA