Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22517 del 09/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/08/2021, (ud. 02/12/2020, dep. 09/08/2021), n.22517

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15329-2018 proposto da:

TELECOM ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, L.G. FARAVELLI 22,

presso lo studio degli avvocati ENZO MORRICO, ARTURO MARESCA,

ROBERTO ROMEI, FRANCO RAIMONDO BOCCIA, che la rappresentano e

difendono;

– ricorrente –

contro

F.L.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

DELLE MILIZIE 9, presso lo studio dell’avvocato ENRICO LUBERTO, che

lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5323/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 21/11/2017 R.G.N. 4287/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

02/12/2020 dal Consigliere Dott. PATTI ADRIANO PIERGIOVANNI.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. con sentenza del 21 novembre 2017, la Corte d’appello di Roma, in accoglimento dell’appello di F.L.F., rigettava l’opposizione proposta da Telecom Italia s.p.a. al decreto ottenuto dal predetto dal Tribunale di Roma di ingiunzione della società al pagamento della somma di Euro 25.719,98, per retribuzioni non corrispostegli dal 1 ottobre 2013 al 31 luglio 2014 (per effetto della dichiarazione giudiziale di nullità del trasferimento da Telecom Italia s.p.a. del ramo d’azienda, cui il dipendente era addetto, a I.T.S., poi SIRM, s.p.a. e del mancato ripristino del rapporto che pure le era stato ordinato): così riformando la sentenza di primo grado, che aveva invece accolto l’opposizione della società e revocato il decreto ingiuntivo, sull’assunto della proposizione daV lavoratore di una domanda, non già risarcitoria da mancata ottemperanza al dictum giudiziale, ma di adempimento dell’obbligo retributivo, inidonea all’azionabilità in via monitoria in assenza dei requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità del credito;

2. a motivo della decisione, la Corte territoriale condivideva la corretta qualificazione risarcitoria della domanda del lavoratore fatta dal Tribunale, ma, contrariamente a questo, riteneva che essa fosse stata formulata, al di là del tenore letterale del ricorso in via monitoria, per l’allegazione delle debite circostanze e comunque espressamente proposta, in via subordinata, nella comparsa di costituzione nel giudizio di opposizione;

3. essa escludeva la prova di emolumenti detraibili, per la generica eccezione di Telecom di aliunde perceptum, pari a quella di nullità dei conteggi prodotti dal lavoratore nel procedimento monitorio, basati invece sulle ultime buste paga della società;

4. con atto notificato il 17 maggio 2018, la società ricorreva per cassazione con unico motivo, cui il lavoratore resisteva con controricorso e memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1206,1207,1217 e 1223 c.c., per la detraibilità dell’aliunde perceptum, ancorché costituito dall’indennità di disoccupazione, per l’irrilevanza della natura retributiva ovvero assistenziale dell’emolumento, siccome integrante un vantaggio economicamente valutabile ricevuto dal lavoratore per effetto della cessazione dell’unico rapporto di lavoro (unico motivo);

2. esso è infondato;

3. occorre, infatti, dare continuità, così rettificando la motivazione della sentenza impugnata, al più recente e consolidato orientamento di legittimità (Cass. 3 luglio 2019, n. 17784 e 17876; Cass. 7 agosto 2019, n. 11158; Cass. 11 novembre 2019, n. 29092; Cass. 14 maggio 2020, n. 8951);

3.1. in base ad esso, dal credito retributivo, spettante al lavoratore validamente offerte all’originario datore la propria prestazione ingiustificatamente rifiutata, non è detraibile la retribuzione percepita dal datore (già cessionario) in via corrispettiva per l’attività lavorativa di fatto prestata in suo favore, sul presupposto della duplicità di rapporti (uno, de iure, ripristinato nei confronti dell’originario datore di lavoro, tenuto alla corresponsione delle retribuzioni maturate dalla costituzione in mora del lavoratore; l’altro, di fatto, nei confronti del soggetto, già cessionario, effettivo utilizzatore della prestazione lavorativa), a fronte di una prestazione apparentemente unica; ed infatti, accanto ad una prestazione materialmente resa in favore del soggetto con il quale il lavoratore, illegittimamente trasferito con la cessione di ramo d’azienda, ha instaurato un rapporto di lavoro di fatto, ve n’e’ un’altra giuridicamente resa in favore dell’originario datore, con il quale il rapporto di lavoro è stato de iure (anche se non de facto, per rifiuto ingiustificato del predetto) ripristinato, non meno rilevante sul piano del diritto;

3.2. e ciò per effetto del venir meno dell’unicità del rapporto, qualora, come appunto nel caso di specie, il trasferimento sia dichiarato invalido, stante l’instaurazione di un diverso e nuovo rapporto di lavoro con il soggetto (già, e non più, cessionario) alle cui dipendenze il lavoratore “continui” di fatto a lavorare; posto che l’unicità del rapporto presuppone la legittimità della vicenda traslativa regolata dall’art. 2112 c.c.;

3.3. accertatane pertanto l’invalidità, il rapporto con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il cedente (sebbene quiescente per l’illegittima cessione fino alla declaratoria giudiziale), determinandosi il trasferimento del medesimo rapporto solo quando si perfezioni una fattispecie traslativa conforme al modello legale; diversamente, nel caso di invalidità della cessione (per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c.) e di inconfigurabilità di una cessione negoziale (per mancanza del consenso della parte ceduta quale elemento costitutivo della cessione), quel rapporto di lavoro non si trasferisce e resta nella titolarità dell’originario cedente;

3.4. al dipendente spetta la retribuzione tanto se la prestazione di lavoro sia effettivamente eseguita, sia se il datore di lavoro versi in una situazione di mora accipiendi nei suoi confronti (Cass. 23 novembre 2006, n. 24886; Cass. 23 luglio 2008, n. 20316); posto che, una volta offerta la prestazione lavorativa al datore di lavoro giudizialmente dichiarato tale, il rifiuto di questi rende giuridicamente equiparabile la messa a disposizione delle energie lavorative del dipendente alla utilizzazione effettiva, con la conseguenza che il datore di lavoro ha l’obbligo di pagare la controprestazione retributiva; e che, mediante l’intimazione del lavoratore all’impresa cedente di ricevere la prestazione con modalità valida ai fini della costituzione in mora credendi del medesimo datore (il quale la rifiuti senza giustificazione), deve ritenersi che il debitore del facere infungibile abbia posto in essere quanto è necessario, secondo il diritto comune, per far nascere il suo diritto alla controprestazione del pagamento della retribuzione, equiparandosi la prestazione rifiutata alla prestazione effettivamente resa per tutto il tempo in cui il creditore l’abbia resa impossibile non compiendo gli atti di cooperazione necessari; sicché da quel momento l’attività lavorativa subordinata resa in favore del non più cessionario equivale a quella che il lavoratore, bisognoso di occupazione, renda in favore di qualsiasi altro soggetto terzo: così come la retribuzione corrisposta da ogni altro datore di lavoro presso il quale il lavoratore impiegasse le sue energie lavorative si andrebbe a cumulare con quella dovuta dall’azienda cedente, parimenti anche quella corrisposta da chi non è più da considerare cessionario, e che compensa un’attività resa nell’interesse e nell’organizzazione di questi, non va detratta dall’importo della retribuzione cui il cedente è obbligato;

4. pertanto il ricorso deve essere rigettato, con la compensazione delle spese del giudizio, per gravi ragioni rappresentate dal mutamento di giurisprudenza su questione dirimente, successivo all’introduzione del ricorso e raddoppio del contributo unificato ove spettante nella ricorrenza dei presupposti processuali (conformemente alle indicazioni di Cass. s.u. 20 settembre 2019, n. 23535).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e dichiara le spese del giudizio compensate tra le parti. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 2 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2021

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