Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22511 del 09/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/08/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 09/08/2021), n.22511

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9428-2020 proposto da:

E.C., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato MARIA MONICA BASSAN;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO

DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA – SEZIONE DI PADOVA,

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 5181/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 19/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARULLI

MARCO.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con il ricorso in atti si impugna l’epigrafata sentenza con la quale la Corte d’Appello di Venezia, attinta dalla ricorrente ai sensi D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 19 e art. 702-quater c.p.c., ha respinto il gravame della stessa avverso il diniego in prima istanza della protezione internazionale e della protezione umanitaria e se ne chiede la cassazione sul rilievo 1) del vizio di omessa motivazione avendo il decidente disconosciuto l’accesso alle misure invocate senza valutare la condizione di vulnerabilità della richiedente desumibile dalla particolarità delle vicende da essa vissuta; 2) della violazione e falsa applicazione D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, art. 7, comma 1, e art. 8, lett. e), e del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 27, comma 1-bis, avendo il decidente ricusato il riconoscimento dello status di rifugiato quantunque in relazione alle vicende narrate e alla condizione femminile nel paese di provenienza ne fossero ravvisabili i presupposti; 3) della violazione e falsa applicazione D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 e art. 14, lett. b) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1-bis, avendo il decidente ricusato il riconoscimento della protezione sussidiaria a mezzo di motivazione del tutto carente ed insufficiente; 4) della violazione e falsa applicazione D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, e del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, avendo il decidente ricusato il riconoscimento della protezione umanitaria senza indagare la condizione di vulnerabilità della richiedente e senza procedere al vaglio comparativo tra la situazione di integrazione nel nostro paese e la situazione in cui la richiedente potrebbe venire a trovarsi per effetto del rimpatrio.

Non ha svolto attività difensiva il Ministero intimato non essendosi il medesimo costituito con controricorso ex art. 370 c.p.c. ma solo a mezzo di “atto di costituzione” ai fini della partecipazione all’udienza pubblica inidoneo allo scopo.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Il primo motivo, limitatamente alla rilevanza che la questione sollevata assume con riferimento alla protezione umanitaria, ed il quarto motivo di ricorso sono fondati.

Va invero premesso che in relazione ai fatti narrati dalla ricorrente (si tratta di una cittadina nigeriana vittima delle violenze del marito a cagione del fatto che non gli avesse partorito il numero dei figli maschi da lui desiderati) la vicenda di che trattasi – segnatamente laddove pone in rilievo la deteriore condizione in cui si trova a vivere la popolazione femminile nel paese di provenienza, fatta talora oggetto di violenze, soprusi ed arbitri che sfociano sovente nel rendere la donna vittima di quel fenomeno che, proprio in ragione della mercificazione che esso fa dell’essere femminile, si identifica nella c.d. tratta di esseri umani – rappresenta, come ha di recente rimarcato questa Corte (Cass., Sez. II 27/01/2021, n. 1750), un fattore non secondario nell’evidenziare una oggettiva condizione di vulnerabilità personale valorizzabile ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria.

3. In questa ottica la decisione impugnata non è perciò senza errore. E per vero la Corte d’Appello, onde rigettare la richiesta sul punto, si è limitata ad affermare – senza, peraltro, corroborare il proprio assunto argomentativo anche con il doveroso vaglio comparativo postulato dall’indagine demandata in punto di protezione umanitaria – che “nel valutare la vulnerabilità della persona, se tale condizione deriva dalle esperienze vissute prima dell’arrivo in Italia non si può prescindere dalla credibilità dello straniero, analogamente a quanto accade per lo status di rifugiato e per talune ipotesi di protezione sussidiaria: atteso che il racconto dell’appellante presente appare scarsamente verosimile, la storia personale non può essere posta a fondamento della protezione umanitaria”.

Così motivando il decidente, mostrando di non tenere in alcun cale il dato oggettivo sotteso alla condizione femminile nel paese di provenienza ed ai rischi cui perciò può essere posta la donna in quanto tale, ha consapevolmente valorizzato un profilo valutativo (quello della credibilità della richiedente) che risulta estraneo alla traiettoria interpretativa tracciata dalle SS.UU. nel segno della tutela a compasso largo che reclama l’orizzontalità dei diritti umani e che nel solco della valutazione comparativa sottesa alla misura obbliga l’interprete ad interrogarsi se il rimpatrio possa determinare in capo all’asilante una deprivazione nella titolarità e nell’esercizio dei diritti umani fondamentali al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, tanto più obbligata nella specie alla luce delle dette condizioni di vita della popolazione femminile.

Esso non si accorda perciò con l’enunciato di questa Corte secondo cui la valutazione di inattendibilità del racconto del richiedente, alla luce della doverosità dell’accertamento officioso demandato al giudice, non “può impedire l’accertamento officioso, relativo all’esistenza ed al grado di deprivazione dei diritti umani nella medesima area, in ordine all’ipotesi di protezione umanitaria fondata sulla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione raggiunto nel nostro paese ed il risultato della predetta indagine officiosa” (Cass., Sez. I, 28/07/2020, n. 16122).

Ed in questa guisa i motivi in disamina meritano adesione.

Ric. 2020 n. 09428 sez. M1 – ud. 09-03-2021 -4-

4. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso sono entrambi inammissibili intendendosi censurare con essi il deliberato del giudice del gravame in punto di inattendibilità del narrato, che costituisce apprezzamento di fatto, che ove debitamente motivato, come certo qui, non è censurabile perciò in sede di legittimità (Cass. Sez. I, 5/02/2019, n. 3340).

5. Vanno perciò accolti il primo ed il quarto motivo di ricorso, inammissibili risultando i restanti e la causa, cassata, nei limiti dei motivi accolti, la sentenza impugnata, va rimessa al giudice a quo per un nuovo giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo ed il quarto motivo di ricorso e dichiara inammissibili il secondo ed il terzo motivo di ricorso; cassa l’impugnata sentenza nei limiti dei motivi accolti e rinvia la causa avanti alla Corte d’Appello di Venezia che, in altra composizione, provvederà pure alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Sesta – 1 civile, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2021

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