Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22508 del 27/09/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 27/09/2017, (ud. 28/06/2017, dep.27/09/2017),  n. 22508

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16678-2011 proposto da:

PROJECT FOOD ITALIA SAS, elettivamente domiciliato in ROMA VIA

CASPERIA 30, presso lo studio dell’avvocato GUIDO RINALDI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

nonchè contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI ROMA (OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 131/2010 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 27/04/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/06/2017 dal Consigliere Dott. GIACOMO MARIA STALLA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

p. 1. La Project Food Italia di P.O. & c. sas ha proposto sette motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 131/04/10 del 27 aprile 2010 con la quale la commissione tributaria regionale del Lazio, in riforma della prima decisione, ha ritenuto legittimo l’avviso di irrogazione sanzioni, per l’importo di Euro 52.536,00, notificatole il 25 agosto 2005 dall’agenzia delle entrate in relazione a verbale ispettivo conseguente ad accesso del 27 novembre 2003; allorquando era stato rilevato l’impiego da parte della società di due lavoratrici dipendenti non risultanti dalle scritture e dall’altra documentazione obbligatoria (D.L. n. 12 del 2002, art. 3, comma 3, convertito in L. n. 73 del 2002).

La commissione tributaria regionale ha ritenuto, con ciò affermando la propria giurisdizione in materia, che: – diversamente da quanto affermato dal primo giudice, l’agenzia delle entrate avesse notificato l’avviso nel rispetto del termine generale di decadenza di cui al D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 20; – correttamente l’agenzia delle entrate avesse censurato la sentenza di primo grado in ogni sua parte e, dunque, anche in quella concernente la prova, da parte del datore, dell’inizio del rapporto di lavoro in data successiva al 1^ gennaio dell’anno di constatazione.

Resiste con controricorso l’agenzia delle entrate.

La società ricorrente ha depositato memoria 17 giugno 2017 con la quale chiede che venga dichiarata cessata la materia del contendere in esito alla sentenza n. 6570/13, con la quale il giudice del lavoro di Roma – adito in riassunzione dopo la revocazione, per ragioni di giurisdizione, della stessa sentenza qui impugnata – ha dichiarato l’insussistenza della pretesa creditoria dell’agenzia delle entrate in oggetto.

p. 2. Sussistono i presupposti per accogliere l’istanza così formulata dalla ricorrente. E’ agli atti la citata sentenza del Tribunale di Roma, Sez. Lavoro, – definitoria della lite nel merito – dalla quale si trae conferma dell’avvenuta revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 4), (da parte della sentenza CTR Lazio n. 116/2 del 13.4.2012) della sentenza CTR Lazio oggetto del presente ricorso per cassazione.

Va dunque fatta applicazione del principio secondo cui “la revoca della sentenza d’appello impugnata con ricorso per cassazione determina la cessazione della materia del contendere, che dà luogo all’inammissibilità del ricorso per sopravvenuto difetto di interesse, in quanto l’interesse ad agire, e quindi anche l’interesse ad impugnare, deve sussistere non solo nel momento in cui è proposta l’azione (o l’impugnazione), ma anche al momento della decisione, perchè è in relazione quest’ultimo – e alla domanda originariamente formulata – che l’interesse va valutato, a nulla rilevando che la sentenza di revocazione possa essere a sua volta impugnata per cassazione, giacchè la suddetta revocazione costituisce una mera possibilità mentre la carenza di interesse del ricorrente a coltivare il ricorso è attuale, per essere venuta meno la pronuncia che ne costituiva l’oggetto”(Cass. SU n. 10553/17).

PQM

 

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso;

– compensa le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della quinta sezione civile, 11 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2017

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