Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22508 del 09/08/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/08/2021, (ud. 16/02/2021, dep. 09/08/2021), n.22508

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24869-2019 proposto da:

P.S.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA

CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato CARLO SERGIO SOLDANI;

– ricorrente –

contro

S.S., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato MARIA CHIARA CASALI;

– controricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI MILANO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 164/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 15/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/02/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MASSIMO

FALABELLA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – La Corte di appello di Milano pronunciava, in data 15 gennaio 2019, sentenza che, in riforma della sentenza del Tribunale di Lodi – con cui era stato pronunciato lo scioglimento del matrimonio tra P.S.G. e S.S. – poneva a carico del primo l’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio M., con la corresponsione alla ex moglie di un assegno mensile di Euro 500,00, annualmente rivalutabile, oltre che l’obbligo di versare alla medesima un assegno divorzile di Euro 300,00. Sul presupposto che P. continuasse “a lavorare e a migliorare la sua situazione personale”, convivendo, tra l’altro, con una donna che lavorava e con cui poteva condividere le spese familiari, la Corte riteneva non esservi ragione per diminuire l’assegno di Euro 900,00 mensili fissato in favore del figlio L., mentre poteva essere ridotto a Euro 500,00 quello disposto a beneficio del figlio M., che aveva raggiunto il ventitreesimo anno di età e aveva il dovere di provvedere autonomamente, per quanto possibile, al proprio mantenimento. Quanto all’assegno divorzile, il giudice distrettuale osservava essere pacifico che S.S. non svolgesse una attività lavorativa inidonea a fornirle una autosufficienza economica; rilevava inoltre essere incontestato che la medesima, durante la convivenza coniugale durata 15 anni, avesse sacrificato l’attività lavorativa extradomestica per accudire i figli. Osservava che, a fronte della corresponsione di un assegno di soli Euro 200,00 mensili, era ragionevole presumere che l’ex moglie disponesse di entrate di cui non aveva precisato l’entità e la provenienza; reputava comunque equa l’attribuzione di un assegno divorzile di Euro 300,00 mensili per consentire alla stessa di vivere dignitosamente anche dopo lo scioglimento del matrimonio.

2. – Ricorre per cassazione P.S.G. facendo valere un unico motivo di impugnazione, illustrato da memoria. Resiste con controricorso S.S..

Il Collegio ha autorizzato la redazione del provvedimento in forma semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorrente oppone “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su alcuni passaggi decisivi della controversia”. Lamenta che la Corte di merito abbia disatteso le prove documentali acquisite al giudizio e mancato di considerare la circostanza del tutto pacifica per la quale la casa coniugale era stata intestata esclusivamente alla ex moglie, laddove esso istante aveva provveduto ad onorare le rate contratte per il suo acquisto. Rileva che il giudice dell’impugnazione avrebbe omesso di valutare che il proprio reddito netto era inferiore a quello indicato dalla Corte di merito; contesta la contraddittorietà di quanto affermato dal giudice di appello in ordine al miglioramento delle proprie condizioni di vita. L’istante censura, inoltre, la sentenza impugnata nella parte in cui, dopo aver ritenuto che l’ex moglie disponesse di entrate di cui non aveva precisato entità e provenienza, aveva riconosciuto alla stessa un assegno di mensile di Euro 300,00 mensili. Da ultimo deduce l’omessa motivazione sulle risultanze afferenti il generale comportamento tenuto dagli ex coniugi.

Il motivo è inammissibile; così il ricorso.

Nella nuova formulazione dell’art. 360, n. 5, risultante dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012, è mancante ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata, con la conseguenza che è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054).

Ciò detto, la motivazione della Corte di appello non evidenzia alcuna di tali radicali carenze. La dedotta mancata considerazione del carico dei tributi incidente sul reddito dell’istante è smentita dalla stessa sentenza impugnata che prende in considerazione, a pag. 4, i “guadagni netti imponibili”; né si ravvisa alcuna contraddittorietà, nella cennata foinia del “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, nelle ulteriori affermazioni del giudice distrettuale. Segnatamente, non appare condivisibile quanto rilevato dal ricorrente in ordine alla decisione di incrementare di Euro 100,00 l’assegno dovorzile pur in presenza di indici della disponibilità, da parte di S.S., di imprecisate entrate: è evidente, infatti, che la determinazione della Corte di merito si basi su di un apprezzamento globale, non censurabile nel suo nucleo fattuale, della situazione portata al suo esame: situazione connotata anche dalla circostanza per cui la stessa S., durante il matrimonio, aveva “sacrificato l’attività lavorativa extra-domestica per accudire i figli” (onde il giudice del gravame ha correttamente attribuito all’assegno divorzile non solo natura assistenziale, ma anche natura perequativo-compensativa, premiando, in tal modo, il raggiungimento di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate: cfr. in tema Cass. Sez. U. 11 luglio 2018, n. 18287).

Il ricorso appare dunque preordinato a un inammissibile riesame del merito. Il tal senso deve essere letta pure la censura circa la mancata considerazione degli elementi di prova della conflittualità tra i coniugi: profilo, questo, che pare evocare la necessità, affermata da questa Corte, di non omettere la valutazione dei comportamenti successivi alla separazione al fine di accertare quali comportamenti abbiano determinato il definitivo impedimento al ripristino della comunione coniugale (cfr. Cass. 17 dicembre 2012, n. 23202, non massimata, e precedenti ivi richiamati): la questione sollevata non risulta peraltro nemmeno affrontata nella pronuncia impugnata, né il ricorrente spiega se e come essa sia stata dedotta nel corso del giudizio di merito, onde essa non potrebbe avere comunque ingresso nella presente sede (Cass. 9 agosto 2018, n. 20694; Cass. 13 giugno 2018, n. 15430).

Il ricorso si rivela, infine, carente di autosufficienza con riferimento alle risultanze documentali genericamente richiamate al suo interno. E infatti, sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (Cass. Sez. U. 27 dicembre 2019, n. 34469).

3. – All’inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PQM

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.700,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi, liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 Sezione Civile, il 16 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2021

 

 

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