Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22484 del 04/11/2016


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Cassazione civile sez. lav., 04/11/2016, (ud. 14/09/2016, dep. 04/11/2016), n.22484

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15427/2011 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE C.F. (OMISSIS), in

persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 2, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

Avvocati MAURO RICCI, CLEMENTINA PULLI, NICOLA VALENTE, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

E.L. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA BORGHESE, 3 (STUDIO GUARINO), presso lo studio dell’avvocato

GIOVANNI PESCE, rappresentato e difeso dall’avvocato CANIGLIA CARLO,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE C.F. (OMISSIS), COMUNE DI

CEGLIE MESSAPICA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1256/2010 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 04/06/2010 R.G.N. 2689/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/09/2016 dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO;

udito l’Avvocato RICCI MAURO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per

quanto di ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza depositata 4 giugno 2010, la Corte d’Appello di Lecce, riformando la sentenza di primo grado, ha riconosciuto il diritto di E.L. all’assegno mensile di assistenza L. n. 118 del 1971, ex art. 13, e, per l’effetto, ha condannato l’Inps al pagamento dei relativi ratei con decorrenza dal 1/6/2007, oltre agli accessori di legge.

2. La Corte ha confermato la sussistenza del requisito sanitario già riconosciuto dal tribunale nella percentuale dell’80%; in accoglimento dell’appello, ha ritenuto che il Tribunale avrebbe dovuto “permettere (o richiedere ex art. 213 c.p.c.) il deposito dell’attestazione dell’agenzia delle entrate”, successivamente prodotta in appello e riguardante gli anni dal 2001 al 2003. Tale documentazione, unitamente all’autocertificazione prodotta dall’interessato, costituiva prova sufficiente della sussistenza del requisito reddituale.

3. Contro la sentenza, l’Inps propone ricorso per cassazione fondato su un unico articolato motivo. La E. resiste con controricorso e deposita memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. La parte controricorrente ha preliminarmente eccepito la tardività del ricorso per cassazione, in quanto notificato oltre il termine di sessanta giorni decorrente dalla notifica della sentenza di secondo grado all’Istituto previdenziale. L’eccezione è infondata.

2. Dagli atti di causa risulta che la sentenza impugnata è stata notificata all’INPS, rimasto contumace del giudizio di appello, in persona del direttore pro tempore, presso la sede provinciale dell’Istituto, in (OMISSIS), ed è pervenuta al destinatario in data 19 luglio 2010.

3. La parte invoca il disposto del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, art. 10, convertito nella L. 2 dicembre 2005, n. 248, il cui comma 6, così dispone: “A decorrere dalla data di effettivo esercizio da parte dell’Inps delle funzioni trasferite, gli atti introduttivi dei procedimenti giurisdizionali in materia di invalidità civile, cecità civile, sordomutismo, handicap e disabilità, nonchè le sentenze d’ogni provvedimento reso indetti giudizi devono essere notificati all’Inps. La notifica va effettuata presso le sedi provinciali dell’Inps”.

4. La data di subentro dell’INPS nell’esercizio delle funzioni residuate allo Stato in materia di invalidità civile, cecità civile, sordomutismo, handicap e disabilità, già di competenza del Ministero dell’economia e delle finanze, è stata fissata al 1 aprile 2007 dal D.P.C.M. 30 marzo 2007, (pubblicato in G.U. n. 121 del 2007), emanato in attuazione del D.L. n. 203 cit., art. 10, comma 2, a mente del quale “Con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, è stabilita la data di effettivo esercizio da parte dell’INPS delle funzioni trasferite e sono individuate le risorse, umane, strumentali e finanziarie da trasferire”.

5. Il giudizio in esame è anteriore al trasferimento all’INPS delle funzioni in materia di invalidità civile, essendo stato il relativo ricorso depositato il 9 agosto 2004. Ne consegue l’inapplicabilità ratione temporis della norma del D.L. n. 203 del 2005, art. 10, comma 6.

6. In tal senso si è già espressa questa Corte (v. Cass. 8 novembre 2011, n. 23185, seguito da Cass., 3 ottobre 2013, n. 22616 e Cass., 27 maggio 2016, n. 11059), secondo cui “In tema di notificazioni, il D.L. 30 settembre 2005, n. 203, art. 10,comma 6, (convertito in L. 2 dicembre 2005, n. 248), prevede che gli atti introduttivi, dei procedimenti in materia di invalidità civile, cecità civile, sordomutismo, handicap e disabilità proposti a decorrere dal 1 aprile 2007, nonchè le sentenze ed ogni altro provvedimento reso in detti giudizi, vengano notificati anche all’I.N.P.S., quale litisconsorte necessario, sia presso gli uffici dell’Avvocatura dello Stato, sia presso le sedi provinciali dell’Istituto. Ne consegue che, ove i procedimenti giurisdizionali siano stati instaurati anteriormente alla sentenza, pur pronunciata nel vigore della nuova disciplina, va notificata alla parte personalmente presso la sede legale in Roma e non presso la sede periferica dell’Istituto, dovendosi applicare la disciplina previgente”.

7. In forza di questi principi, la notificazione della sentenza eseguita presso la sede provinciale dell’Inps è inidonea a determinare il decorso del termine breve di impugnazione stabilito dall’art. 325 c.p.c., comma 2.

8. Con l’unico complesso motivo l’Inps denuncia la violazione della L. n. 118 del 1971, artt. 13, dell’art. 2697 c.c., artt. 116,421 e 437, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, nonchè l’insufficiente contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia. Lamenta che, in violazione delle norme citate, la sentenza ha ritenuto provato il requisito reddituale sulla base di un documento tardivamente prodotto, in quanto offerto in comunicazione solo con il ricorso in appello e non potendosene affermare nè la novità nè la sua indispensabilità. Posto che l’unico documento prodotto dalla parte ricorrente al momento del deposito del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado era un’autocertificazione, avente ad oggetto la mancata produzione di redditi di importo superiore al limite fissato dalla legge, la Corte non poteva ammettere e decidere sulla base del certificato dell’agenzia delle entrate prodotto allorchè la parte era già decaduta dal diritto alla prova. Inoltre, – secondo la stessa Corte -, essa concerneva gli anni dal 2001 al 2003, irrilevanti fini del giudizio, in quanto la prestazione era stata riconosciuta con decorrenza dal giugno 2007 e la sentenza era stata resa in data 4/6/2010. La prova del requisito reddituale, come quello della incollocazione al lavoro, da offrirsi da parte dell’interessata o accertabile dal giudice, doveva invece essere offerta con riguardo a tali anni. Sul punto, la controricorrente deduce che l’autocertificazione riguardava anche gli anni successivi al 2003, nel senso che in essa si attestava la mancata dichiarazione dei redditi e ne trascrive il contenuto.

9. Il motivo è fondato, nei sensi che seguono.

10.E’ pacifico agli atti di causa – risultando dalla sentenza oltre che dallo stesso ricorso – che con l’atto introduttivo del giudizio la ricorrente ha depositato una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà ex artt. 47 e 76 del T.U. approvato con D.P.R. n. 445 del 2000, con cui si attesta la mancata produzione di redditi di importo superiore al limite fissato dalla legge. Nel giudizio di appello, la parte ha prodotto una attestazione dell’Agenzia delle entrate relativa alla denuncia per ciascun anno di redditi imponibili ai fini IRPEF di importo inferiore a quello fissato per legge.

11. Sulla base di tale corredo documentale la Corte ha ritenuto provato il requisito reddituale necessario per il riconoscimento della provvidenza in esame. In particolare, ha rilevato che, a fronte di un’autocertificazione dell’interessata, il tribunale non avrebbe dovuto rigettare la domanda ma consentire l’acquisizione del certificato dell’agenzia delle entrate, trattandosi di attività di integrazione probatoria di un documento, già acquisito agli atti, e suscettibile di valutazione ex art. 116 c.p.c..

12.Sotto tale aspetto la sentenza è adeguatamente motivata – sicchè non sussiste il denunciato vizio di insufficienza motivazionale – nè in essa si riscontrano incongruenze logiche, peraltro meramente denunciate ma non evidenziate nel ricorso.

13. Neppure si ravvisano le denunciate violazioni di legge. Al riguardo devono richiamarsi i seguenti principi, ormai indiscussi:

a) il rito del lavoro, e in particolare la materia della previdenza e assistenza, è caratterizzato dall’esigenza di contemperare il principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale (da ultimo, Cass., 1 agosto 2013, n. 18410; Cass. 26 luglio 2012, n. 13353; Cass., 4 maggio 2012, n. 6753);

b) a tal fine, gli artt. 421 e 437 c.p.c., attribuiscono al giudice il potere dovere di provvedere di ufficio agli atti istruttori idonei a superare l’incertezza sui fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati nell’atto introduttivo e quindi oggetto del dibattito processuale;

c) l’inciso “in qualsiasi momento”, contenuto nell’art. 421 c.p.c., comma 2, depone nel senso che il potere inquisitorio può essere esercitato prescindendo dalle preclusioni e dalle decadenze già verificatesi, ed il richiamo all’art. 420, comma 6, – nel delimitare l’esercizio di tale potere alla fase di discussione, in cui appunto opera il comma 6, -, sta significare che esso deve effettuarsi nel contraddittorio delle parti, conferendo a quella contro cui viene esercitato il diritto di difesa; ulteriore conseguenza è che se la controparte è incorsa in preclusioni o decadenze può a sua volta prescinderne al fine di reagire all’esercizio del potere ufficioso;

d) i poteri istruttori del giudice non sono segnati dai limiti previsti nel codice civile: tuttavia, essi incontrano un duplice limite, poichè, da una parte, devono essere esercitati nel rispetto del principio della domanda e dell’onere di deduzione in giudizio dei fatti costitutivi, impeditivi o estintivi del diritto controverso e, dall’altra, devono rispettare il divieto di utilizzazione del sapere privato da parte del giudice;

e) l’art. 421 (e l’art. 437 per il giudizio di appello) dispensa la parte dall’onere della formale richiesta della prova e dagli oneri relativi alle modalità di formulazione dell’oggetto della prova, ma richiede pur sempre che, dall’esposizione dei fatti compiuta dalle parti o dall’assunzione degli altri mezzi di prova, siano dedotti, sia pure implicitamente, quei fatti e quei mezzi di prova idonei a sorreggere le ragioni della parte e a decidere la controversia, e cioè che sussistano significative “piste probatorie” emergenti dagli atti di causa, intese come complessivo materiale probatorio, anche documentale, correttamente acquisito agli atti del giudizio di primo grado (Cass., 5 febbraio 2007, n. 2379; Cass., 5 novembre 2012, n. 18924; Cass. Sez. Un. 17 giugno 2004, n. 11353; Cass. 6 luglio 2000, n. 9034): solo così, infatti, il giudice non si sostituisce alla parte, ma si limita a riempire le lacune probatorie di un accertamento che, pur se incompleto, presenta tuttavia notevoli gradi di fondatezza.

14. La Corte del merito si è attenuta a questi principi, spiegando le ragioni per le quali ha ritenuto di dover esercitare i poteri istruttori ufficiosi attraverso l’acquisizione del documento tardivamente prodotto che, unitamente alla dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà prodotta tempestivamente dalla E. e suscettibile di valutazione ex art. 116 c.p.c., ha offerto la prova della esistenza del requisito reddituale necessario per il riconoscimento della prestazione assistenziale.

15. Sotto quest’ultimo riguardo, giova richiamare le S.U. di questa Corte che, con la nota sentenza del 3 aprile 2003, n. 5167, hanno affermato il principio di diritto secondo cui “La dichiarazione sostitutiva di certificazione sulla situazione reddituale, prevista dalla L. 13 aprile 1977, n. 114, art. 24, e, successivamente, dal D.P.R. 20 ottobre 1998, n. 403, art. 1, comma 1, lett. b), poi sostituito dal D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, art. 46, comma 1, lettera o), è idonea a comprovare detta situazione, fino a contraria risultanza, nei rapporti con la pubblica amministrazione e nei relativi procedimenti amministrativi, ma nessun valore probatorio, neanche indiziario, può esserle riconosciuto nell’ambito del giudizio civile, caratterizzato dal principio dell’onere della prova, atteso che la parte non può derivare da proprie dichiarazioni elementi di prova a proprio favore, al fine del soddisfacimento dell’onere di cui all’art. 2697 c.c.”.

16. Tale enunciazione di principio sta significare che l’autocertificazione non ha valore probatorio, nel senso che non può essere posta a fondamento della decisione neppure come indizio. Ciò tuttavia non esclude che essa possa essere utilizzata dal giudice di merito nella sua realtà fenomenica, come “documento” idoneo a sollecitare il suo potere ufficioso. In altri termini, la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà può nella valutazione del giudice di merito, insindacabile ove congruamente motivata, costituire un principio di prova (la cosiddetta pista probatoria) suscettibile di essere integrato da ulteriori acquisizioni processuali attraverso l’esercizio del potere del giudice previsto dagli artt. 421 e 437 c.p.c. (sulla valenza probatoria dell’autocertificazione quale “argomento di prova”, v. Cass. 1 aprile 2014, n. 7529; con riguardo al processo tributario, v. Cass. 30 settembre 2011, n.20028; Cass. 5 settembre 2014, n.18772; Cass., 19 ottobre 2015, n. 21153).

17. Il deposito in appello di documenti non prodotti in prime cure non è oggetto di preclusione assoluta, in quanto il giudice di appello, nell’esercizio dei poteri officiosi di cui all’art. 437 c.p.c., può sempre ammettere eccezionalmente detti documenti ove li ritenga indispensabili al fine della decisione. In applicazione di tali principi è stata in particolare ritenuta l’ammissibilità della produzione in appello di documenti fiscali attestanti i redditi cumulati dall’attore e dal coniuge, essendo questa meramente integrativa dei documenti già prodotti in primo grado, costituiti dalla certificazione di mancata presentazione della dichiarazione dei redditi da parte dell’attore (Cass. n. 6753 del 2012 cit.; v. pure Cass. ord. 14 novembre 2014, n. 24263).

18. Il motivo di ricorso merita invece accoglimento sotto il profilo della insufficienza della motivazione circa l’adeguatezza dei documenti in atti a dimostrare la sussistenza del requisito reddituale a partire dall’anno di erogazione della prestazione, fissato nel 2007. Nella sentenza infatti si specifica che la documentazione riguarda gli anni 2001-2003, senza che nulla si precisi sugli anni successivi (2007-2010). Per contro, nel controricorso, la E. ha affermato che la certificazione rilasciata dall’agenzia delle entrate aveva ad oggetto la certificazione dei redditi prodotti per gli anni dal 2001 2008, trascrivendo il contenuto del documento e depositandolo unitamente al controricorso.

19. Ora è pacifico che il requisito reddituale, al pari di quello sanitario, costituisce elemento costitutivo del diritto alle prestazioni assistenziali disciplinate dalla L. n. 118 del 1971, artt. 12 e 13, che è onere della parte che agisce per ottenerne il riconoscimento allegare e dimostrare. I requisiti reddituali condizionano il riconoscimento del beneficio e debbono coesistere con l’erogazione del trattamento. Ne consegue che il relativo accertamento giudiziale va operato con riferimento all’anno da cui decorre la prestazione (Cass. ord. 11 aprile 2014, n. 8633; Cass., 28 luglio 2010, n. 17624). La Corte d’appello, limitando il suo giudizio agli anni 20012003 e non motivando in ordine all’esatto contenuto della certificazione, così come trascritto nel controricorso, non si è attenuta a questo principio, così incorrendo in un evidente vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia (v. Cass. 6 febbraio 2015, n. 2332).

20. A diverse conclusioni deve invece pervenirsi in ordine al requisito della incollocazione al lavoro: i tale questione non vi è cenno nella sentenza impugnata della questione, sicchè era onere della parte – al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, la quale involge accertamenti e giudizi di fatto – dimostrare che la questione è entrata nel dibattito processuale attraverso un’esplicita e tempestiva contestazione della validità ed efficacia della documentazione prodotta dalla odierna controricorrente (iscrizione nell’elenco degli invalidi civili dal 31/3/2004), reiterata nella memoria difensiva d’appello.

21. In tali limiti, il motivo di ricorso deve essere accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte di appello di Lecce, in diversa composizione, che accerterà se dalla documentazione prodotta si evince la sussistenza del requisito economico per il periodo dal 2007 al 2010 e provvederà anche alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Lecce, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 14 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2016

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