Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22482 del 24/09/2018

Cassazione civile sez. I, 24/09/2018, (ud. 06/07/2018, dep. 24/09/2018), n.22482

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28983/2013 proposto da:

Z.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Orazio n.3,

presso lo studio dell’avvocato Tafuro Francesco, rappresentato e

difeso dall’avvocato Mantia Loris Luca, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Comune di Corleone, in persona del Presidente della Commissione

Straordinaria pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma, Viale

G. Mazzini n.140, presso lo studio dell’avvocato Lucattoni

Pierluigi, che lo rappresenta e difende, giusta procura speciale per

Notaio dott. C.G. di (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 720/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 24/04/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/07/2018 dal cons. TRICOMI LAURA;

lette le conclusioni scritte del P.M. in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. SORRENTINO FEDERICO, che ha chiesto

l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

RITENUTO

CHE:

La controversia ha ad oggetto un credito professionale vantato dall’arch. Z.G. nei confronti del Comune di Corleone per i lavori di ristrutturazione e restauro dell’ex convento di (OMISSIS).

Inizialmente l’incarico era stato conferito con determina sindacale n. 168 del 10/12/2002 agli architetti Z.G. e T.G.. A seguito del rifiuto di quest’ultimo venne adottata la nuova determina n. 2 del 10/01/2003 con incarico solo allo Z.: il rapporto venne quindi formalizzato e regolamentato con il contratto sottoscritto il 20/01/2003 e con il disciplinare allegato. Il progetto generale venne consegnato dall’arch. Z. il 21/07/2004.

Per l’insufficienza delle disponibilità finanziarie, l’esecuzione dei lavori venne suddivisa dall’Amministrazione comunale in due stralci esecutivi: con il primo si prese atto del progetto generale e con la successiva delibera del 27/01/2005 venne conferito all’arch. Z. l’incarico di progettazione esecutiva “ultimo stralcio”.

Alla conclusione dei lavori il professionista richiese il saldo del compenso per un ammontare di Euro.752.309,13= in base alle tariffe professionali ex L. n. 143 del 1949 e D.M. 4 aprile 2001 e, a seguito del rifiuto del Comune, avviò la procedura arbitrale ai sensi dell’art. 20 del disciplinare per ottenere il pagamento.

Il Collegio arbitrale, con lodo del 01/10/2008, condannò il Comune al pagamento della complessiva somma di Euro. 763.648,72=, detratti gli acconti corrisposti per Euro 123.913,11=, oltre accessori. Nella specie, dopo aver ritenuto fondata l’eccezione di invalidità di costituzione in giudizio del Comune, aveva affermato che il professionista aveva correttamente reclamato il pagamento degli onorari secondo la tariffa professionale, sulla scorta di quanto pattiziamente convenuto all’art. 7 del disciplinare.

Il lodo venne impugnato dal Comune per ottenere la declaratoria di nullità.

La Corte di appello di Palermo, con sentenza non definitiva n. 1506/2012, depositata il 30/10/2012, avverso la quale il professionista formulava riserva di gravame, dichiarò la nullità del lodo, affermando che il Collegio non aveva fatto buon governo delle norme in tema di rappresentanza processuale nei procedimenti arbitrali e chiudendo così la fase rescindente.

Con sentenza definitiva n. 720/2013, la Corte di appello ha rigettato la domanda dello Z. per competenze professionali a titolo contrattuale e dichiarato inammissibile la domanda di arricchimento senza giusta causa.

La Corte territoriale ha ritenuto che l’onorario professionale spettante all’architetto era quello concordato all’art. 3 del contratto del 20/01/2003 e stabilito dalle parti contrattuali in Euro 118.368,00, comprensivo di IVA e di ogni accessorio, ed ha negato la spettanza di maggiori somme, escludendo che a differente conclusione si potesse pervenire attraverso la lettura dell’art. 5 del medesimo contratto e dell’art. 7 dei disciplinari di incarico allegati alla determina sindacale n. 2 del 10/01/2003, giacchè il rinvio alle tariffe professionali ivi contenuto andava inteso come riferito solo agli aspetti diversi dal compenso, che non avevano trovato esplicita e specifica regolamentazione nel contratto.

Ha escluso, quindi, che al professionista spettassero altre somme in assenza di accordi scritti, osservando che la Delib. 27 gennaio 2005, art. 1 non era idonea a fondare ulteriori pretese, giacchè il disciplinare allegato, la cui predisposizione era stata demandata al responsabile del 6^ settore, risultava privo di data e sottoscritto dall’arch. Z., ma non dal rappresentante dell’amministrazione.

Da ultimo ha dichiarato inammissibile la domanda subordinata di arricchimento senza causa.

Z.G. ricorre per la cassazione delle due sentenze, non definitiva e definitiva, in epigrafe indicate, con sei mezzi corredati da memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c.. Replica il Comune di Corleone con controricorso e memoria con cui ha comunicato la sostituzione del difensore.

Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis 1 c.p.c..

Il PG ha concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1.1. Con il primo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 101 c.p.c., nonchè la contraddittoria ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo. La censura riguarda la sentenza non definitiva che ha chiuso la fase rescindente.

Secondo il ricorrente la pronuncia di nullità del lodo per violazione del principio del diritto di difesa e del contraddittorio era apodittica, in quanto il Collegio arbitrale non aveva violato i principi anzidetti e, a sostegno, riproduce la decisione arbitrale che, dopo aver dichiarato inammissibile la costituzione del Comune, ne ha esaminato gli argomenti rappresentandone la infondatezza.

1.2. Il motivo è inammissibile.

1.3. Trova applicazione il principio, a cui si intende dare continuità, secondo il quale “In sede di ricorso per cassazione avverso la sentenza che abbia deciso sull’impugnazione per nullità del lodo arbitrale, la Corte di Cassazione non può apprezzare direttamente il lodo arbitrale, ma solo la decisione impugnata nei limiti dei motivi di ricorso relativi alla violazione di legge e, ove ancora ammessi, alla congruità della motivazione della sentenza resa sul gravame, non potendo peraltro sostituire il suo giudizio a quello espresso dalla Corte di merito sulla correttezza della ricostruzione dei fatti e della valutazione degli elementi istruttori operata dagli arbitri.” (Cass. n. 2985 del 07/02/2018).

Nel caso il ricorrente, sostanzialmente, prescinde dalla decisione impugnata, sottoponendo direttamente alla Corte il contenuto del lodo. Peraltro la selezione riprodotta è inidonea ad assicurare l’esaustività della esposizione e la pertinenza con la decisione della Corte di appello, non riprodotta nella specifica statuizione censurata.

1.4. Quanto al motivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si esclude che sia scrutinabile in quanto è formulato nei sensi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, anteriore alla novella del 2012, atteso che la sentenza d’appello è stata pubblicata dopo il l’11 settembre 2012, termine di decorrenza dell’applicazione della novella, ed è soggetta alla più restrittiva disposizione processuale introdotta dal c.d. Decreto Sviluppo.

1.5. Va comunque ribadito che “Il vizio di contraddittorietà della motivazione del lodo arbitrale è deducibile con impugnazione per nullità solo quando si concreti in una inconciliabilità fra parti del dispositivo (art. 829 c.p.c., n. 4) ovvero in un contrasto fra parti della motivazione di gravità tale da rendere impossibile la ricostruzione della “ratio decidendi”, traducendosi in sostanziale mancanza della motivazione stessa (art. 829 c.p.c., n. 5).” (Cass. n. 1183 del 20/01/2006) e, nel caso, tale inconciliabilità non viene in alcun modo rappresentata.

2.1. Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 143 del 1949 che detta i minimi tariffari per i professionisti e degli artt. 1362,1363 e 1367 c.c. in tema di ermeneutica contrattuale, nonchè la contraddittoria ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo.

2.2. Con il terzo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione della L.R. Sicilia 2 agosto 2002, n. 7, art. 17, commi 19 e 20 e L.R. n. 7 del 2003.

Sostiene il ricorrente che la nullità del patto relativo alla previsione di un compenso per prestazione professionale inferiore ai minimi tariffari era sancita dalle norme regionali invocate, che richiamavano il D.M. 4 aprile 2001 e la L. 2 marzo 1949, n. 143, norme imperative ed inderogabili.

2.3. I due motivi, possono essere trattati unitariamente quanto al profilo concernente la violazione delle disposizioni in tema di compensi professionali.

2.4. Confermata la inammissibilità del vizio motivazionale, le doglianze riferite alla violazione della disciplina statale e regionale in tema di minimi tariffari sono infondate.

2.5. La denuncia per violazione delle disposizioni sui minimi tariffari è condotta sia con riferimento alla Legge Statale n. 143 del 1949, che con riferimento alla legislazione regionale.

Segnatamente si invoca anche l’applicazione della L. 11 febbraio 1994, n. 109, art. 17, commi 19 e 20 nel testo coordinato con le norme della L.R. 2 agosto 2002, n. 7 e con le norme della L.R. 19 maggio 2003, n. 7 e successive modificazioni, deducendo la nullità del patto contrattuale con il quale era stato stabilito un compenso professionale inferiore ai minimi tariffari.

Orbene, il comma 20 stabilisce: “I corrispettivi determinati in conformità al D.M. 4 aprile 2001 e, per quanto in esso non previsto, alla L. 2 marzo 1949, n. 143, e sue modifiche ed integrazioni, ovvero ai provvedimenti normativi concernenti l’aggiornamento degli onorari spettanti agli ingegneri ed agli architetti sono minimi inderogabili ai sensi della L. 4 marzo 1958, n. 143, art. unico, u.c. introdotto dall’articolo unico della L. 5 maggio 1976, n. 340. Ogni patto contrario è nullo.”

Nell’interpretazione di tale disposizione si intende dare continuità al principio già chiarito da questa Corte, secondo il quale “L’inderogabilità dei limiti tariffari di categoria stabiliti per i professionisti è circoscritta dalla L. 1 luglio 1977, n. 404, art. 6 ai soli incarichi professionali privati e non vale, pertanto, per gli incarichi conferiti da enti pubblici, in quanto detta norma, interpretando autenticamente l’articolo unico della L. 5 maggio 1976, n. 340, – che sancisce l’inderogabilità dei minimi delle tariffe professionali degli ingegneri e degli architetti – ne ha limitato l’applicazione ai rapporti intercorrenti tra privati, con previsione che non viola l’art. 3 Cost., poichè la derogabilità dei minimi tariffari prevista dall’art. 6 Legge cit. riguarda anche i professionisti privati. ” (Cass. n. 14187 del 27/06/2011, cfr. Cass.n.6156 del 30/03/2016, non massimata).

Ne consegue che correttamente la Corte territoriale ha escluso l’inderogabilità dei minimi tariffari nel caso in esame: stante la derogabilità dei minimi tariffari allorchè il rapporto non coinvolga soltanto parti private, non vi è alcun ostacolo a che il soggetto pubblico conferente l’incarico abbia contrattato liberamente con il professionista un corrispettivo forfettario inferiore alle tariffe degli onorari, corrispettivo che quest’ultimo aveva piena facoltà di accettare o rifiutare, salva, ovviamente, la facoltà per l’ente di non procedere alla nomina sottoponendola alla condizione della accettazione della specifica clausola (Cass. n. 20039 del 08/10/2004; nello stesso senso, Cass. n. 20296 del 14/10/2004).

Nella specie, pertanto, del tutto legittimamente il Comune ha stabilito un compenso inferiore ai minimi tariffari professionali; tale compenso, peraltro, è stato accettato dall’architetto con la stipula e l’esecuzione del contratto.

Immune dalle denunciate violazione di norme di diritto è, pertanto, la statuizione della Corte territoriale che ha escluso che alcun ulteriore compenso spetti allo Z., oltre quello pattuito.

2.6. E’ infondata anche la doglianza concernente la violazione delle disposizioni codicistiche in tema di ermeneutica contrattuale, alla luce del principio secondo il quale “La parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non può limitarsi a richiamare le regole di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., avendo invece l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poichè quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra.” (Cass. n. 28319 del 28/11/2017).

Nel caso il ricorrente lamenta la violazione dei canoni ermeneutici sostenendo che: dal tenore letterale del testo contrattuale si desumeva che la determinazione del compenso doveva avvenire sulla base delle tariffe professionali; non si era tenuto conto del comportamento prodromico alla stipulazione del contratto, dal quale era desumibile che il compenso indicato nella determina sindacale 10 gennaio 2003, n. 2 era un mero preventivo; non si era tenuto conto del comportamento successivo atteso che anche dalla delibera sindacale n. 1 del 27/01/2005, allegato 7, si poteva desumere che il compenso indicato all’art. 3 del contratto era solo un preventivo; non si era tenuto del fatto che i richiami alla presentazione delle parcelle al Consiglio degli ordini degli Architetti (artt. 19, 20, 21 del disciplinare id incarico) confermavano il carattere di indicativo e presuntivo del compenso indicato all’art. 3 del contratto.

Tali argomenti, tuttavia, non colgono nel segno, in quanto la Corte ha esaminato i profili dedotti dal ricorrente, esponendo con puntualità le ragioni per cui ha preferito una diversa interpretazione, fondata in particolare sul chiaro dettato letterale dell’art. 3 del contratto, sul quale il ricorrente non si è soffermato se non per propugnare assertivamente la tesi di un contenuto meramente indicativo, e, soprattutto, sulle peculiarità della contrattazione con la pubblica amministrazione che richiede la forma scritta, è soggetta alle regole della disciplina amministrativa attinenti all’organizzazione della P.A. e alla formulazione delle sue determinazioni; il giudice del gravame ha, infatti, rimarcato, di conseguenza, che gli atti preparatori non possono dar luogo all’incontro di consensi ai fini della sussistenza del vincolo contrattuale, dovendo invece intervenire una delibera a contrarre, destinata a conferire all’organo qualificato la rappresentanza effettiva per porre in essere il contratto, che nel caso in esame non ricorreva, dovendosi individuare l’unico contratto concluso tra il Comune di Corleone e l’architetto quello formalizzato e regolamentato il 20/01/2003 con il disciplinare allegato.

Invero il ricorrente, laddove propugna la valorizzazione di comportamenti antecedenti e successivi desumibili da atti preparatori per interpretare la volontà dei contraenti, sostanzialmente elude il nucleo motivazionale della decisione impugnata – che correttamente delimita in stretti ambiti formali la possibile espressione della volontà della P.A. – tentando di attribuire rilievo a comportamenti non impegnativi per la P.A.

Orbene, le rigorose conclusioni della Corte di appello risultano inconciliabili con l’interpretazione alternativa assertivamente proposta dal ricorrente, che attribuendo un carattere indicativo e presuntivo all’art. 3 del contratto, vorrebbe invece far discendere obblighi contrattuali da atti che non provengono dall’organo della P.A. qualificato ad esprimerne la volontà, posto che “In tema di contratti degli enti pubblici, stante il requisito della forma scritta imposto a pena di nullità per la stipulazione di tali contratti, la volontà degli enti predetti dev’essere desunta esclusivamente dal contenuto dell’atto, interpretato secondo i canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., non potendosi fare ricorso alle deliberazioni degli organi competenti, le quali, essendo atti estranei al documento contrattuale, assumono rilievo ai soli fini del procedimento di formazione della volontà, attenendo alla fase preparatoria del negozio e risultando pertanto prive di valore interpretativo o ricognitivo delle clausole negoziali, a meno che non siano espressamente richiamate dalle parti; nè può aversi riguardo, per la determinazione della comune intenzione delle parti ex art. 1362 c.c., comma 2, alle deliberazioni adottate da uno degli enti successivamente alla conclusione del contratto ed attinenti alla fase esecutiva del rapporto, in quanto aventi carattere unilaterale.” (Cass. 11190 del 09/05/2018; n. 17946 del 24/07/2013).

3.1. Con il quarto motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 274, comma 2, lett. A), del R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, artt. 16 e 17.

Il ricorrente censura la decisione laddove ha ritenuto che il contratto necessitasse della forma solenne prevista dal R.D. n. 2440 del 1923, essendo stata abrogata tale previsione, contenuta nel TU della legge comunale e provinciale, all’epoca dei fatti e potendo essere soddisfatto anche in altro modo il requisito della forma scritta.

3.2. Il motivo è inammissibile perchè è prospettato in maniera astratta, senza illustrarne la diretta rilevanza nei fatti di causa, posto che la Corte di appello ha ritenuto che non era stata espressa alcuna volontà dell’Amministrazione, a prescindere dalla ricorrenza della forma solenne.

4.1. Con il quinto motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione del R.D. n. 383 del 1934, art. 87 della L. n. 142 del 1990, art. 64 art. 15 disp. gen., R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, artt. 16 e 17.

Il ricorrente sostiene che la Corte di appello ha errato nel ritenere inidoneo a soddisfare il requisito della forma scritta il verbale di verifica del progetto esecutivo del 27/01/2005, sottoscritto dalle parti, segnatamente per il Comune dal Responsabile di settore che aveva approvato il progetto esecutivo, in esso compresi gli oneri economici per spese tecniche.

4.2. Il motivo è inammissibile perchè sollecita la rivalutazione dei fatti e trascura quanto rimarcato alla Corte di appello (fol. 6 della sent.), e cioè che secondo quanto previsto dalla delibera n.1 del 27/01/2005 al Responsabile del 6^ settore era stata demandata “la predisposizione del relativo disciplinare di incarico propedeutico alla stipula del contratto e di tutti gli atti consequenziali”, incarico palesemente incompatibile con il preteso valore contrattuale e vincolante dello stesso.

5.1. Con il sesto motivo si denuncia la violazione dell’art. 2041 c.c. e del D.L. 2 marzo 1989, n. 66, art. 23, commi 3 e 4, conv. con mod. alla L. 24 aprile 1989, n. 14, del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 191.

Sostiene il ricorrente che contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte di appello nel caso di specie l’impegno contabile vi era già stato, poichè tutte le opere erano state finanziate e vi era stata l’esecuzione della prestazione, di guisa che ricorrevano i presupposti per applicare l’arricchimento senza causa.

5.2. Il motivo è inammissibile, perchè non coglie la ratio, in quanto l’azione evocata presuppone l’assenza di un valido contratto che, nel caso, non ricorre essendo stato stipulato un valido contratto tra le parti (Cass. Sez. U. 11/09/2008, n. 23385)

6. In conclusione il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza nella misura liquidata in dispositivo a favore del controricorrente.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

– Rigetta il ricorso;

– Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 10.000,00=, oltre ad esborsi per Euro 200,00=, a spese generali liquidate forfettariamente nella misura del 15% e ad accessori, a favore del controricorrente;

– Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 6 luglio 2018.

Depositato in Cancelleria il 24 settembre 2018

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