Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22481 del 06/08/2021

Cassazione civile sez. I, 06/08/2021, (ud. 23/03/2021, dep. 06/08/2021), n.22481

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 20911/2020 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato presso l’avvocato Simona

Maggiolini dalla quale è rappresentato e difeso, con procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elett.te domic.

presso l’Avvocatura Generale dello Stato che lo rappres. e difende;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3157/2019 della CORTE D’APPELLO di Bologna,

depositata il 6/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/03/2021 dal Cons., Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

Il Tribunale di Bologna respinse il ricorso proposto da B.A., cittadino della Nigeria, avverso il provvedimento della Commissione territoriale che aveva negato la domanda di protezione internazionale ed umanitaria, ritenendo inattendibili le dichiarazioni del ricorrente circa le violenze subite per la sua condizione di omosessuale e la successiva fuga dapprima in Libia e poi in Italia.

Il B. propose appello avverso l’ordinanza che la Corte territoriale, con sentenza emessa il 6.11.19, ha rigettato, osservando che: era da confermare la motivazione di primo grado sull’inattendibilità del ricorrente, data l’incoerenza, l’implausibilità e la contraddittorietà delle dichiarazioni rese senza neppure depositare i documenti di cittadinanza e d’identità; la non credibilità induceva a ritenere insussistenti i presupposti della protezione internazionale e sussidiaria; non era riconoscibile la protezione umanitaria, sia perché, data l’inattendibilità del ricorrente, non era possibile comparare le due situazioni, in Italia e nel paese d’origine, sia in quanto l’attività lavorativa e la partecipazione a corsi di lingua, da soli, non rappresentavano prova di una raggiunta integrazione.

B.A. ricorre in cassazione con tre motivi.

Il Ministero si è costituito al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

CHE:

Il primo motivo deduce l’apparenza della motivazione e violazione degli artt. 101,112 e 132 c.p.c., comma 1, n. 4, artt. 24 e 111 Cost., 16 direttiva n. 32/13 UE, avendo la Corte d’appello pronunciato sulla base di questioni rilevate d’ufficio, mai contestate al ricorrente.

Il secondo motivo denunzia violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) nonché omesso esame di un fatto decisivo relativamente all’analisi delle fonti circa la situazione della Nigeria in tema di repressione della condizione degli omosessuali, di violazione dei diritti fondamentali e l’elevato tasso di corruzione nelle forze dell’Ordine.

Il terzo motivo denunzia violazione del D.Lgs. n. 286, art. 5, comma 6, nonché omesso esame di un fatto decisivo, avendo la Corte territoriale escluso la protezione umanitaria, ritenendo irrilevante l’avviato processo d’integrazione sociale e senza tener conto della documentazione integrativa prodotta.

Preliminarmente, va rilevato che il ricorso, notificato l’8 luglio 2020, è tempestivo, in quanto alla scadenza del semestre (art. 327) del 6 maggio 2020 dalla pubblicazione della sentenza impugnata, vanno aggiunti infatti i 2 mesi e 3 giorni della sospensione di cui ai D.L. n. 11 e n. 23 del 2020 (dal 9 marzo compreso all’11 maggio), per cui la scadenza del termine dell’impugnazione cadeva il 9 luglio 2020, ultimo giorno utile.

Il ricorso non può essere accolto.

Il primo motivo è infondato perché non sussiste il lamentato difetto assoluto di motivazione, avendo invece la Corte d’appello motivato in maniera comprensibile e non tautologica; né sussiste la dedotta violazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2, perché la credibilità dell’appellante era stata già esclusa dal Tribunale e dalla Commissione territoriale.

Il secondo motivo è inammissibile. La Corte territoriale ha ritenuto non credibili, in quanto implausibili e contraddittorie, le dichiarazioni del ricorrente circa la sua condizione di omosessuale e la sua fuga dal paese d’origine per sfuggire alla persecuzione delle autorità statuali. Al riguardo, in materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona, cosicché qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass., n. 16925/2020; n. 33096/18).

Ne consegue che, nel caso concreto, i giudici del merito correttamente non hanno attivato i poteri di cooperazione istruttoria in quanto tale indagine avrebbe dovuto riguardare l’integrazione probatoria di fatti già smentiti sulla base delle non credibili affermazioni dell’interessato afferenti alla sua asserita condizione di omosessualità.

Il terzo motivo è del pari inammissibile, in quanto diretto al riesame del merito, avendo la Corte territoriale escluso la protezione umanitaria ritenendo non dimostrata l’integrazione sociale del ricorrente e l’allegata situazione di vulnerabilità.

Nulla per le spese, poiché il Ministero non ha depositato il controricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 23 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2021

 

 

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