Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22480 del 04/11/2016


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Cassazione civile sez. lav., 04/11/2016, (ud. 05/07/2016, dep. 04/11/2016), n.22480

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – rel. Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17992-2015 proposto da:

PROVINCIA DI PESCARA, P.I. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA GIUNIO BAZZONI 3, presso lo studio dell’avvocato DANIELE

VAGNOZZI, rappresentata e difesa dall’avvocato GIULIO CERCEO, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

A.A.G., C.F. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI

– controricorrente –

e contro

D.Z.L., R.G., T.F.,

V.N.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 198/2015 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 25/03/2015 R.G.N. 1428/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/07/2016 dal Consigliere Dott. AMELIA TORRICE;

udito l’Avvocato DI TILLIO LAURA per delega Avvocato CERCEO GIULIO;

udito l’Avvocato GIANNI’ GAETANO per delega verbale Avvocato SPEZIALE

VALERIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per l’accoglimento del terzo e del

quarto motivo del ricorso, rigetto del primo e del secondo motivo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il Tribunale di Pescara aveva respinto la domanda proposta dagli odierni controricorrenti nei confronti della Provincia di Pescara, volta all’accertamento del loro diritto alla stabilizzazione preso la Provincia di Pescara, ovvero al risarcimento del danno per mancata stabilizzazione, ovvero alla trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, ovvero al risarcimento del danno per mancata conversione dei rapporti in rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

2. La Corte di Appello di L’Aquila, adita dai lavoratori, con la sentenza n. 198/2015, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha condannato la Provincia di Pescara al risarcimento del danno nei confronti di ciascuno dei lavoratori appellanti, nella misura pari a venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto dagli stessi percepita, oltre interessi.

3. Per quanto oggi rileva, il “decisum” è fondato sulle argomentazioni che seguono.

4. il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 che vieta la conversione dei rapporti a tempo determinato in rapporti a tempo indeterminato, non esclude il diritto al risarcimento del danno nei casi, quali quelli dedotti in giudizio, in cui il termine di durata sia stato apposto fuori dalle ipotesi consentite e previste dalla legge;

5. La circostanza che i lavoratori sin dal 2001 (doveva farsi riferimento anche ai contratti di collaborazione coordinata e continuativa perchè costituivano presupposti della intera dinamica della vicenda lavorativa e della disposta stabilizzazione), e sino al settembre 2010 avevano lavorato alle dipendenze della Amministrazione, dimostrava che i medesimi erano stati assunti per sopperire ad esigenze permanenti e non eccezionali e temporanee.

6. Doveva escludersi che i rapporti a tempo determinato trovassero ragione e legittimazione della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 529 ovvero nella L. n. 244 del 2007, art. 3, comma 2 perchè nelle ipotesi in cui siano avviate procedure di stabilizzazione permane la situazione di illegittimità delle assunzioni a termine effettuate in violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36.

7. la L. n. 300 del 1970, art. 18 applicabile al rapporto di impiego pubblico, costituiva utile parametro di riferimento per la valutazione equitativa del danno conseguente alla illegittima apposizione del termine di durata, in quanto assicura il rispetto del principio di equivalenza, affermato nella sentenza CGE C 312/1993, nella tutela di situazioni comparabili, avuto riguardo alle dimensioni della datrice di lavoro ed agli effetti che determina, quanto alla prosecuzione del rapporto di lavoro, la scadenza del termine apposto illegittimamente.

8. Il danno doveva, pertanto, essere liquidato nella misura pari a venti mensilità dell’ultima retribuzione, di cui 5 corrispondenti alla misura minima, prevista dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, comma 4, e 15 corrispondenti alla indennità sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro, prevista dall’art. 18, comma 5.

9. La Provincia di Pescara chiede la cassazione della sentenza, con ricorso affidato a quattro motivi, illustrati da successiva memoria, al quale resistono con controricorso i lavoratori indicati nell’epigrafe di questa sentenza.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I motivi di ricorso.

10. Con il primo motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato e omessa carente e/o contraddittoria motivazione, per avere la Corte territoriale pronunciato “ultra petita”, avendo considerato non solo il periodo complessivo di 36 mesi, nell’ambito del quale gli appellanti erano stati assunti con contratti a tempo determinato della durata di diciotto mesi e con termine prorogato una sola volta, ma anche i contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

11. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 comma 5, artt. 2094 e 2222 c.c. e art. 1362 c.c., del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 7, comma 6, del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 110, comma 6, art. 116 c.p.c., art. 2697 c.c., del D.Lgs. n. 63 del 2001, art. 36, comma 2, L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 529 e L. n. 244 del 2007, art. 3, comma 92 ed omessa, carente e/o contraddittoria motivazione, per avere la Corte territoriale omesso di tenere conto delle argomentazioni difensive prospettate da essa Provincia in ordine al carattere temporaneo delle esigenze che avevano determinato il ricorso ai contratti a tempo determinato e per avere, altresì, omesso di valutare la documentazione allegata e le risultanze istruttorie, deducendo che queste, se valutate avrebbero condotto al diverso esito della controversia.

12. Con il terzo motivo la Provincia denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5 e degli artt. 1226, 2697 e 2126 c.c. e dei principi in materia di onere della prova ed omessa e/o carente motivazione, per avere erroneamente la Corte ritenuto che, nei casi di illegittima apposizione del termine di durata ai contratti di lavoro non occorra la prova del risarcimento del danno essendo esso in “re ipsa”.

13. Con il quarto motivo, proposto in via subordinata, la Provincia denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5 e dell’art. 1226 c.c., commi 4 e 5, L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 8 della L. n. 604 del 1966, ed omessa e/o carente motivazione, deducendo l’erroneità dal parametro di liquidazione del danno adottato dalla Corte e sostenendo che dovrebbe farsi riferimento alla L. n. 604 del 1966, art. 36, comma 5.

MOTIVI DELLA DECISIONE

esame dei motivi.

14. Il primo motivo è inammissibile in quanto la ricorrente non ha ottemperato al duplice onere previsto dall’art. 366 c.p.c., n. 6, (previsto a pena di inammissibilità del ricorso), e dall’art. 369 c.p.c., n. 4 (previsto a pena di improcedibilità del ricorso), perchè non ha riprodotto nel ricorso il contenuto, sia pure nei passi salienti e rilevanti, degli atti processuali dai quali desumere che i lavoratori eccepirono la nullità dei contratti a tempo determinato del 2007, prorogati, ciascuno, per 36 mesi e che non fecero alcun riferimento ai rapporti stipulati precedentemente (Cass. SSUU 5698/2012, 22726/2011; Cass. 9888/2016, 15229/2015, 19157/2012, 2281/2010).

15. Il secondo motivo presenta profili di inammissibilità e di infondatezza.

16. Inammissibilità, perchè, pur avendo la ricorrente dedotto vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nella parte argomentativa riconduce le doglianze tutte al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Essa, infatti, in realtà, addebita alla Corte territoriale omessa valutazione delle circostanze afferenti la estraneità nei compiti svolti dai lavoratori tra il 2001 ed il 2007 rispetto alle ordinarie attività di essa Provincia, finanziate con Fondi POR FSE, e la circostanza che seppure i controricorrenti avevano, talvolta, svolto attività di supporto ai servizi ordinari, ciò trovava giustificazione nella non corretta distribuzione di compiti all’interno del settore di appartenenza, e non dalla elusione delle previsioni di legge in tema di contratti a tempo determinato.

17. Si tratta, dunque, di vizi riconducibili art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo, applicabile “ratione temporis” (la sentenza impugnata è stata pubblicata il 25.3.2015) sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, il quale prevede che la sentenza può essere impugnata per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

18. Come affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, la “nuova” disposizione ha comportato un’ulteriore sensibile restrizione dell’ambito di controllo, in sede di legittimità, sulla motivazione di fatto e consente la denuncia di omesso esame di una questione di fatto, nei limiti dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. 8053/2014).

19. Infondatezza perchè, le argomentazioni motivazionali spese a pag. 9, seconda parte, della sentenza impugnata, dimostrano che sulle circostanze dedotte in ricorso non è mancata affatto la valutazione della Corte territoriale, la quale ha considerato anche le prospettazioni difensive della odierna ricorrente.

20. Il terzo ed il quarto motivo, da trattarsi congiuntamente, sono fondati.

21. Le questioni oggetto del presente giudizio sono già state scrutinate da questa Corte, nella recente decisione n. 5072 del 15.3.2016, concernente, come nel caso in esame, le conseguenze della nullità del termine nell’ambito del rapporto di lavoro pubblico privatizzato, ai sensi del D.Lgs. 165 del 20011, art. 36.

22. Il Collegio ritiene di dare continuità all’orientamento giurisprudenziale espresso nella richiamata decisione delle Sezioni Unite, condividendone principi ed argomentazioni motivazionali, alle quali fa fatto rinvio “per relationem” non essendo state per nulla contrastate dalla parte ricorrente con argomenti nuovi.

23. Tanto nel rispetto degli obblighi di sintesi e concisione – imposti dall’art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., nella lettura imposta dalla disposizione contenuta nell’art. 111 Cost. sulla durata ragionevole del processo – di cui la redazione della motivazione costituisce segmento processuale e temporale (Cass. SSUU 642/2015; Cass., 11985/2016 11508/2016, 13708/2015).

24. Deve dunque affermarsi che “In materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), sicchè, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto (come perdita di “chance” di un’occupazione alternativa migliore, con onere della prova a carico del lavoratore, ai sensi dell’art. 1223 c.c.), senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito”.

25. In applicazione di detti principi il terzo ed il quarto motivo di ricorso vanno accolti, perchè la Corte territoriale ha commisurato il danno risarcibile, spettante ai lavoratori controricorrenti, parametrandolo alla fattispecie della perdita del posto di lavoro nell’impego privato in caso di licenziamento illegittimo.

26. Va, conseguentemente, cassata l’impugnata pronuncia con rinvio alla Corte d’appello di L’Aquila che, in diversa composizione, si adeguerà al seguente principio di diritto “In materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C50/13), sicchè, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto (come perdita di “chance” di un’occupazione alternativa migliore, con onere della prova a carico del lavoratore, ai sensi dell’art. 1223 c.c.), senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito”.

27. La Corte territoriale, inoltre, provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

PQM

LA CORTE

Accoglie il terzo ed il quarto motivo di ricorso, rigettati il primo ed il secondo.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di L’Aquila, in relazione ai motivi accolti, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2016

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