Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22479 del 06/08/2021

Cassazione civile sez. I, 06/08/2021, (ud. 23/03/2021, dep. 06/08/2021), n.22479

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10554/2020 proposto da:

L.P., elettivamente domiciliato presso l’avvocato Simona

Maggiolini, dalla quale è rappresentato e difeso, con procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elett.te domic.

presso l’Avvocatura Generale dello Stato che lo rappres. e difende;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2767/2019 della CORTE D’APPELLO di Bologna,

depositata il 7/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/03/2021 dal Cons., Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

L.P., cittadino del (OMISSIS), propose ricorso, innanzi al Tribunale di Bologna, avverso il provvedimento della Commissione territoriale che aveva negato la protezione internazionale ed umanitaria con ricorso che il Tribunale respinse.

Avverso tale ordinanza propose appello il L., deducendo che il Tribunale aveva erroneamente ritenuto inattendibili le sue dichiarazioni, insistendo per il riconoscimento della protezione internazionale, della sussidiaria e, in subordine, di quella umanitaria. La Corte d’appello, con sentenza emessa il 7.10.19, ha rigettato il gravame osservando che: era da confermare il giudizio d’inattendibilità delle dichiarazioni rese dal ricorrente, innanzi alla Commissione e al Tribunale (aveva dichiarato di essere stato imprigionato con l’accusa di aver provocato il suicidio della sua fidanzata, di fede musulmana e di essere evaso e poi fuggito in Libia e, dopo alcuni anni, giunto in Italia nel febbraio 2012); erano insussistenti i presupposti della protezione sussidiaria, in ordine alle fattispecie di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. b) e c), quest’ultima esclusa sulla base dell’esame di varie fonti; non era riconoscibile la protezione umanitaria per la mancata allegazione di condizioni individuali di vulnerabilità, posto che il ricorrente, a tal fine, aveva invocato le stesse ragioni poste a sostegno della domanda inerente alle altre forme di protezione.

L.P. ricorre in cassazione con tre motivi.

Il Ministero si è costituito al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

RITENUTO

CHE:

Il primo motivo denunzia violazione della L. n. 241 del 1990, art. 3, art. 112 c.p.c., art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, artt. 24,111 Cost., non avendo la Corte d’appello adottato una sostanziale motivazione della sentenza impugnata, non esplicitando le ragioni della decisione e utilizzando fonti generiche e non attuali.

Il secondo motivo denunzia violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 ed omesso esame di fatto decisivo, non avendo la Corte territoriale considerato, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, il percorso integrativo compiuto dal ricorrente, non adeguatamente apprezzando la documentazione prodotta (contratti di lavoro; buste-paga; attestati di formazione e certificati di partecipazione a corsi di lingua italiana) dalla quale invece era dato desumere la condizione di vulnerabilità del ricorrente che non gli consentirebbe di tornare in (OMISSIS), anche tenendo conto dei rischi di tortura e trattamenti inumani in caso di rimpatrio.

Il terzo motivo denunzia violazione degli artt. 6, 13 Convenzione CEDU, art. 47 Carta diritti fond. UE, art. 46 direttiva n. 32/2013, art. 111 Cost., per aver la Corte d’appello pronunciato la sentenza impugnata senza esaminare le fonti citate nell’atto d’appello, più risalenti rispetto a quelle esaminate dalla Corte.

Il ricorso è inammissibile.

Il primo motivo è inammissibile. Anzitutto, la Corte territoriale ha motivato adeguatamente su ogni questione oggetto dell’impugnazione. Il motivo tende, in sostanza, al riesame dei fatti, o a prospettare una diversa interpretazione dei fatti esaminati nella sentenza impugnata, considerando che il giudice d’appello, nell’escludere le protezioni umanitaria e sussidiaria, ha utilizzato varie fonti aggiornate.

Il secondo motivo è inammissibile in quanto diretto al riesame dei fatti circa la questione della mancata prova dell’integrazione sociale e delle condizioni di vulnerabilità del ricorrente ai fini del permesso umanitario; inoltre, il riferimento ai rapporti di lavoro e ai vari corsi citati costituisce un fatto nuovo, non dedotto in appello (infatti, dalla sentenza impugnata si evince che il ricorrente aveva lamentato la mancata protezione umanitaria unicamente per la critica situazione carceraria in (OMISSIS) data la sua asserita condizione di ricercato per l’omicidio della fidanzata).

Il terzo motivo è inammissibile. Il ricorrente lamenta che la Corte d’appello avrebbe deciso senza utilizzare le fonti citate in appello, violando il diritto di difesa.

Va osservato, anzitutto, che il ricorrente non ha trascritto la parte dell’atto d’appello che indicava le fonti il cui esame sarebbe stato omesso, sicché è preclusa al collegio la valutazione della pertinenza e decisività delle asserite fonti.

La Corte territoriale ha comunque pronunciato sulla base di fonti aggiornate nel pieno assolvimento dell’onere istruttoria.

Nulla per le spese, poiché il Ministero non controricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 23 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2021

 

 

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