Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22475 del 27/09/2017


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Cassazione civile, sez. III, 27/09/2017, (ud. 19/07/2017, dep.27/09/2017),  n. 22475

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13023-2014 proposto da:

M.A., considerata domiciliata ex lege in ROMA, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato CLAUDIO FABRICATORE unitamente all’avvocato LUCA

CAMERLENGO giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

R.S.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2185/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 31/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/07/2017 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore generale Dott. CARDINO Alberto, che ha

concluso chiedendo l’accoglimento del motivo 1^ del ricorso.

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza resa in data 31/5/2013, la Corte d’appello di Napoli ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado ha rigettato la domanda proposta da M.A. per la condanna di R.S.A. e dell’Ina Assitalia s.p.a. al risarcimento dei danni subiti dall’attrice a seguito di un sinistro stradale in occasione del quale l’autovettura di proprietà di C.V., sulla quale la M. si trovava come trasportata a titolo di cortesia, entrava in collisione con l’autovettura di proprietà del R.;

che, a sostegno della decisione assunta, la corte territoriale ha rilevato l’infondatezza del motivo revocatorio sollevato in sede d’appello dalla M., ritenendo non sufficientemente provato il carattere erroneo dell’affermazione, fatta propria dal giudice di primo grado, circa il mancato deposito, da parte della M., della documentazione attestante la proprietà, in capo al R., dell’autoveicolo indicato come responsabile del sinistro dedotto in giudizio dall’attrice, con il conseguente riconoscimento del relativo difetto di legittimazione passiva;

che, avverso la sentenza d’appello, M.A. propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi d’impugnazione, illustrati da successiva memoria;

che la Generali Italia s.p.a. (già Ina Assitalia s.p.a.) resiste con controricorso, cui ha fatto seguito il deposito di ulteriore memoria;

che nessun altro intimato ha svolto difese in questa sede;

che il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione ha concluso ex art. 380-bis c.p.c., comma 1 per l’accoglimento del primo motivo di ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che con il primo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 74 disp. att. c.p.c., per avere la corte territoriale erroneamente affermato l’insussistenza della prova dell’errore in cui sarebbe incorso il giudice di primo grado (nel negare l’avvenuto deposito, da parte dell’attrice, del certificato di proprietà dell’autovettura ascritta al R.), nonostante lo stesso giudice d’appello avesse espressamente attestato l’esistenza in atti dell’indice, regolarmente vidimato dal cancelliere, dei documenti depositati in primo grado dalla M., contenente l’indicazione del documento in esame;

che in tal modo, la corte territoriale sarebbe incorsa nell’errata applicazione dell’art. 2697 c.c. in relazione al governo delle prove acquisite al giudizio, nonchè dell’art. 74 cit., che impone di ritenere pienamente comprovato, fino a querela di falso, quanto espressamente attestato dal cancelliere attraverso la vidimazione dell’indice dei documenti prodotti in giudizio;

che, con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per omessa, insufficiente, illogica e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, nonchè per omesso esame di un fatto decisivo controverso, per avere la corte territoriale trascurato di considerare le argomentazioni espressamente dettate nell’atto d’appello della M., attraverso le quali la stessa aveva in modo inequivoco evidenziato come il documento relativo all’attestazione della proprietà del veicolo del R. fosse stato ritualmente prodotto in primo grado, come comprovato dall’indice dei documenti vistata dal cancelliere;

che entrambi i motivi sono infondati;

che, al riguardo, osserva il Collegio come la corte territoriale abbia del tutto correttamente confermato la decisione del giudice di primo grado sul punto concernente la mancata prova del deposito, da parte dell’attrice, del certificato di proprietà dell’autovettura del R.;

che, infatti, diversamente da quanto in questa sede dedotto dalla M., la corte territoriale ha espressamente evidenziato come nessuna manifesta attestazione del deposito del ridetto certificato potesse desumersi dalle lettura dell’indice, vidimato dal cancelliere, dei documenti depositati in primo grado dalla M., avendo il giudice d’appello espressamente escluso che l’espressione “e leg. passiva” contenuta nell’indice richiamato potesse inequivocabilmente riferirsi alla produzione di detto specifico documento, tanto dovendo desumersi dal complesso degli indici rappresentativi contestualmente elaborati in chiave probatoria, di per sè idonei a convincere dell’effettiva mancata produzione di quel certificato nel corso del giudizio di primo grado;

che, pertanto, esclusa l’incidenza di alcuna prova legale derivante dalla richiamata attestazione di Cancelleria (eventualmente superabile con la sola proposizione di querela di falso), del tutto inammissibilmente l’odierna ricorrente ha invocato la violazione dell’art. 2697 c.c. ad opera del giudice d’appello (o l’omesso esame della doglianza sul punto sollevata in sede di gravame), avendo la corte territoriale correttamente condotto la valutazione probatoria sul punto controverso (relativo alla mancata tempestiva produzione del documento de quo nel corso del giudizio di primo grado), sulla base di una coerente elaborazione degli elementi rappresentativi d’indole critica richiamati in motivazione, la cui valutazione di merito – nella specie eseguita in forme immuni da vizi d’indole logica o giuridica – deve ritenersi integralmente sottratta al vaglio di questa Corte di legittimità;

che, con il terzo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame di un fatto decisivo controverso, per avere la corte territoriale trascurato di tener conto, ai fini dell’accertamento della legittimazione passiva del R., della sentenza emessa dal Giudice di pace di Napoli in relazione alla domanda di risarcimento dei danni proposta da C.V. (proprietario dell’autovettura sulla quale la M. era trasportata a titolo di cortesia in occasione del sinistro per cui è causa) nei confronti dello stesso R., in relazione agli esiti del medesimo sinistro stradale in esame: sentenza nella quale era stata positivamente raggiunta la prova della proprietà, in capo al R., del veicolo investitore;

che il motivo è inammissibile;

che, al riguardo, osserva il collegio come al caso di specie (relativo all’impugnazione di una sentenza pubblicata dopo la data del 11/9/12) trovi applicazione il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, (quale risultante dalla formulazione del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), conv., con modif., con la L. n. 134 del 2012), ai sensi del quale la sentenza è impugnabile con ricorso per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”;

che, secondo l’interpretazione consolidatasi nella giurisprudenza di legittimità, tale norma, se da un lato ha definitivamente limitato il sindacato del giudice di legittimità ai soli casi d’inesistenza della motivazione in sè (ossia alla mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, alla motivazione apparente, al contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili o alla motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile), dall’altro chiama la corte di cassazione a verificare l’eventuale omesso esame, da parte del giudice a quo, di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (cioè che, se esaminato, avrebbe determinato un sicuro esito diverso della controversia), rimanendo escluso che l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, integri la fattispecie prevista dalla norma, là dove il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (cfr. Cass. Sez. Un., 22/9/2014, n. 19881; Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830);

che, ciò posto, occorre rilevare l’inammissibilità della censura in esame, avendo la ricorrente propriamente trascurato di circostanziare gli aspetti dell’asserita decisività della mancata considerazione, da parte della corte territoriale, della sentenza del Giudice di pace di Napoli richiamata, che, non determinando alcun vincolo di giudicato (essendo stata emessa inter alios) – ed essendo dunque solo liberamente valutabile dal giudice – non risulta prospettata in ricorso in guisa tale da esprimere, di per sè, un’efficacia rappresentativa idonea a condurre (in ipotesi) a una sicura diversa risoluzione dell’odierna controversia;

che, pertanto, varrà evidenziare come, attraverso l’odierna censura, la ricorrente altro non prospetti se non una rilettura nel merito dei fatti di causa secondo il proprio soggettivo punto di vista, in coerenza ai tratti di un’operazione critica come tale inammissibilmente prospettata in questa sede di legittimità;

che, sulla base del complesso delle argomentazioni che precedono, rilevata la complessiva infondatezza dei motivi d’impugnazione, dev’essere pronunciato il rigetto del ricorso, con la condanna della ricorrente al rimborso, in favore della controricorrente, al rimborso delle spese del presente giudizio di legittimità, secondo la liquidazione di cui al dispositivo.

PQM

 

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 12.200,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 19 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2017

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