Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22474 del 06/08/2021

Cassazione civile sez. I, 06/08/2021, (ud. 23/03/2021, dep. 06/08/2021), n.22474

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10012/2020 proposto da:

O.C., elettivamente domiciliato presso l’avvocato Simona

Maggiolini, dalla quale è rappresentato e difeso, con procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro p.t., elett.te domic.

presso l’Avvocatura Generale dello Stato che lo rappres. e difende;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2429/2019 della CORTE D’APPELLO di Bologna,

depositata il 3/9/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/03/2021 dal Cons., Dott. CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Con ordinanza del 25.10.17 il Tribunale di Bologna respinse il ricorso proposto da O.C. – cittadino della (OMISSIS) – avverso il provvedimento della Commissione che gli aveva negato il riconoscimento della protezione internazionale, sussidiaria ed umanitaria, per l’inattendibilità delle dichiarazioni rese innanzi alla Commissione e al Tribunale in quanto tra loro difformi (la vicenda narrata riguarda la morte del fratello dell’istante e gli insulti subiti da quest’ultimo per essersi tolto la maglietta), soggiungendo che, anche se veritiere, tali dichiarazioni non avrebbero legittimato la protezione internazionale e a sussidiaria.

Il Clement propose appello contestando l’ordinanza per l’omessa verifica della situazione del paese di provenienza, caratterizzato da un sistema di vendette private tollerato e non contrastato.

Con sentenza emessa il 3.9.19, la Corte d’appello ha respinto il gravame, osservando che: il ricorrente era da considerare inattendibile; il riferimento alla scarsa scolarizzazione del ricorrente non giustificava le difformi dichiarazioni rese alla Commissione e al Tribunale; era da escludere la protezione sussidiaria sulla base dell’esame del rapporto Easo-Coi del novembre 228 dal quale si desumeva l’insussistenza di violenza indiscriminata nella regione di provenienza del ricorrente; non era riconoscibile la protezione umanitaria poiché il riferimento alle vendette private era inammissibile quale nuova allegazione in appello e comunque fatto non correlabile alla condizione individuale del ricorrente.

O.C. ricorre in cassazione con due motivi.

Il Ministero si è costituito al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

RITENUTO

CHE:

Il primo motivo denunzia violazione degli artt. 16 dir. n. 32/13 UE e art. 2729 c.c., non avendo la Corte d’appello richiesto all’istante di spiegare le ragioni delle ritenute discrepanze emerse tra le dichiarazioni rese innanzi alla Commissione territoriale e quelle rese al Tribunale che, a sua volta, non gli aveva consentito tale chiarimento, confermando in sostanza la decisione di primo grado senza approfondimenti istruttori.

Il secondo motivo denunzia la violazione del D.Lgs. n. 286, art. 5 e omesso esame di fatto decisivo, in quanto la Corte territoriale ha negato la protezione umanitaria omettendo di tener conto della sua condizione di vulnerabilità consistente nell’aver perso l’intera famiglia in (OMISSIS), e nelle violenze subite in Libia, ove si era recato prima di giungere in Italia, senza considerare l’integrazione sociale raggiunta sul territorio italiano.

Il terzo motivo denunzia violazione degli artt. 6 e 13 Convenzione EDU, art. 112 c.p.c., art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, art. 46 della direttiva n. 32/2013, art. 111 Cost., per non aver la Corte d’appello esaminato in maniera completa gli elementi di fatto e di diritto posti a sostegno del ricorso, precludendo al ricorrente ogni possibilità di spiegare le dedotte incongruenza del suo racconto ed omettendo di esercitare i poteri istruttori officiosi.

Il ricorso è inammissibile.

Il primo motivo è inammissibile, poiché la Corte territoriale ha chiaramente esposto le difformità tra le dichiarazioni rese dal ricorrente alla Commissione e quelle rese innanzi al Tribunale, quale indizio dell’inattendibilità del ricorrente, unitamente agli altri elementi esaminati; la doglianza è comunque diretta al riesame dei fatti o a prospettare una diversa loro interpretazione.

Il secondo motivo è inammissibile. Il ricorrente si duole dell’omesso esame, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, di alcuni fatti che non hanno costituito motivo d’appello o che non sono emersi dalla sentenza impugnata, quali le violenze che avrebbe sofferto nel transito in Libia, e l’integrazione sociale. Infatti, dagli atti si desume che la domanda di protezione umanitaria è stata fondata sull’esclusivo timore di rimpatrio connesso al cd. sistema delle vendette private, senza indicare alcun collegamento con la sua condizione di vulnerabilità.

Il terzo motivo è parimenti inammissibile perché contiene censure generiche e sostanzialmente inerenti al merito circa l’omesso esame di elementi di fatto e di diritto, e il mancato espletamento dell’onere di cooperazione istruttoria, senza alcuna concreto riferimento alla condizione individuale del ricorrente, e ai fatti costitutivi della protezione internazionale ed umanitaria.

Nulla per le spese, poiché il Ministero non ha depositato il controricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 23 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2021

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