Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22457 del 24/09/2018

Cassazione civile sez. I, 24/09/2018, (ud. 16/04/2018, dep. 24/09/2018), n.22457

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21245/2015 proposto da:

V.V., elettivamente domiciliato in Roma, Via Francesco

Siacci n. 2, presso lo studio dell’avvocato De Martini Corrado, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato Garassini

Alessandro, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Banca IMI S.p.a., nuova denominazione di Banca Caboto S.p.a. (già

Banca Primavera S.p.a.), in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via Vittorio Veneto n.

108, presso lo studio dell’avvocato Malizia Roberto, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Pesce Pierluigi,

giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale

condizionato;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

Intesa San Paolo S.p.a., M.R.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 131/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 30/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/04/2018 dal cons. FALABELLA MASSIMO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale CELESTE

ALBERTO, che ha concluso per l’inammissibilità o rigetto del

ricorso principale. Assorbito il ricorso incidentale;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato C. De Martini che ha chiesto

l’accoglimento del proprio ricorso;

udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato

R. Tartaglia, con delega avv. R. Malizia, che ha chiesto

l’accoglimento del proprio ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Banca IMI s.p.a. (già Banca Caboto e Banca Primavera) proponeva appello avverso la sentenza resa dal Tribunale di Savona con la quale, in accoglimento delle domande proposte da V.V. nei confronti dell’istituto di credito e di M.R., era stata pronunciata condanna al pagamento, in favore dell’attore, della somma di Euro 220.131,00. La vicenda controversa concerne tale ammontare, che l’istante ha assunto di aver affidato a M., promotore finanziario della banca, per alcuni investimenti: somma di cui lo stesso V. ha domandato il rimborso, non essendogli stata restituita.

La Corte di appello di Genova, con sentenza del 30 gennaio 2015, in riforma della decisione di prime cure, respingeva le domande attrici. Rilevava che il Tribunale aveva impropriamente ritenuto che l’attore avesse diritto alla restituzione integrale di quanto investito “alla luce di mere condotte disinvolte e di non meglio descritte anomalie attribuite dalla banca al proprio promotore finanziario”. In realtà, spiegava la Corte, la domanda restitutoria era fondata sull’inammissibile pretesa dell’investitore di ottenere il rimborso integrale delle somme impegnate nelle operazioni finanziarie intraprese: pretesa che era contrastante con la natura in gran parte aleatoria dell’investimento azionario. Asseriva poi il giudice distrettuale che la domanda restitutoria non poteva essere intesa come una pretesa risarcitoria fondata su di un asserito inadempimento della banca o del suo promotore finanziario agli obblighi scaturenti dal contratto di gestione che era stato concluso: infatti, la domanda non aveva tale contenuto e i fatti allegati a sostegno della pretesa azionata erano “troppo generici per poter configurare un inadempimento delle parti convenute”.

2. – Contro tale sentenza V. ha proposto un ricorso per cassazione fondato su cinque motivi. Banca IMI si è difesa con controricorso proponendo una impugnazione incidentale condizionata basata su di un unico motivo.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – I motivi posti a fondamento del ricorso sono i seguenti.

Il primo motivo lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 163 e 164 c.p.c., nonchè violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 2697 c.c.. Rileva l’istante che la controparte non aveva richiesto alla Corte di appello di pronunciarsi sull’inammissibilità della domanda di rimborso da lui formulata sulla scorta del carattere aleatorio dell’investimento o del rischio implicitamente connesso ad esso. Malgrado ciò, la Corte di appello aveva ritenuto essere inammissibile la pretesa dell’investitore di vedersi rimborsare integralmente le somme investite; infatti, secondo il giudice del gravame, il cliente non poteva vantare il diritto al rimborso del capitale investito in azioni, ma solo quello avente ad oggetto la restituzione del controvalore che i titoli avessero avuto al momento della formulazione dell’ordine di vendita.

Col secondo motivo sono denunciate la violazione e falsa applicazione degli artt. 112,115 e 2697 c.c., oltre che il mancato esame di fatti determinanti ai fini della decisione. Rileva l’istante di aver provato, nel corso del giudizio di merito, il versamento, a mani del promotore M., della somma di Euro 369.121,00, i comportamenti illeciti posti in essere da quest’ultimo e la gravità dei medesimi. Risultava pertanto inconsistente la motivazione della Corte di merito nella parte in cui aveva sostenuto che “i fatti sono troppo generici per poter configurare un inadempimento delle parti convenute”. Di contro, la banca si era limitata a fornire la prova del parziale rimborso, che il ricorrente non aveva mai contestato, delle somme versate, ma non aveva fornito alcuna prova circa l’effettiva esecuzione degli ordini di acquisto e quanto al “controvalore degli investimenti, teoricamente effettuati per conto e su mandato del cliente, al momento della richiesta di liquidazione”. Aggiunge che era risultato impossibile richiedere la liquidazione delle quote dei prodotti finanziari che erano stati acquistati, giacchè non esisteva riscontro alcuno dell’esecuzione delle operazioni finanziarie poste in atto dal promotore finanziario.

Con il terzo mezzo la sentenza impugnata viene ancora censurata per violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 2697 c.c., nonchè per violazione o falsa applicazione dell’art. 29, comma 1, reg. Consob n. 11522/1998. E’ rilevato che la Corte di appello aveva pronunciato oltre i limiti della domanda affermando che il ricorrente aveva accettato di acquistare “titoli ad alto rischio come quelli di Morgan Stanley o del Credit Agricole, banche note per la loro condotta spregiudicata”. Si assume, altresì, che detta affermazione era priva di approfondimento e risultava inoltre operata trascurando di considerare la disciplina del cit. art. 29 in materia di adeguatezza delle operazioni finanziarie: in conseguenza, secondo l’istante, nel prendere in considerazione il nominato profilo, la Corte distrettuale avrebbe dovuto contestualmente verificare la praticabilità delle operazioni sulla base del profilo dell’investitore.

Il quarto motivo del ricorso principale oppone la violazione

e falsa applicazione degli artt. 112 e 345 c.p.c. e la violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia. La censura investe l’affermazione della Corte di appello secondo cui la domanda proposta dall’odierno ricorrente non poteva essere intesa come pretesa risarcitoria fondata su un asserito inadempimento della banca e del suo promotore finanziario agli obblighi scaturenti dal contratto di gestione in quanto la domanda aveva ad oggetto una restituzione, e non un risarcimento del danno. Rileva, al riguardo, l’istante di aver prospettato la responsabilità della banca intermediaria con l’atto introduttivo del giudizio di primo grado e di aver ribadito tale deduzione nella memoria del 22 novembre 2007, oltre che nella comparsa di risposta in appello.

Col quinto motivo sono lamentate la violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 c.c., art. 1711 c.c., comma 1 e art. 2049 c.c., della L. n. 1 del 1991, nonchè dell’art. 21, comma 1, art. 31, commi 3, 5 e 6 t.u.f. (D.Lgs. n. 58 del 1998). Il ricorrente si duole, in sintesi, che il giudice del gravame non abbia apprezzato i profili di responsabilità della banca alla luce dell’art. 2049 c.c. e delle norme di settore che estendono la responsabilità dell’intermediario preponente al fatto illecito di cui si renda autore, nell’esercizio delle sue funzioni, il promotore finanziario. Inoltre, ad avviso dell’istante, la banca risultava pure responsabile per il proprio inadempimento, in quanto, una volta scoperti i comportamenti illeciti di M., doveva attivarsi per tutelare il proprio cliente. V. osserva pure che l’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, per cui i fatti allegati a sostegno della responsabilità della banca e di M. risultavano essere troppo generici per poter configurare un inadempimento dei detti soggetti appariva platealmente contraddittoria col rilievo – svolto pure in sentenza, al fine di giustificare la compensazione delle spese processuali – vertente sulla scarsa chiarezza dei rapporti intrattenuti tra l’intermediario e il cliente.

2 – Nei termini che si vengono a esporre il ricorso principale è fondato.

La ratio decidendi della pronuncia è svolta intorno a due proposizioni.

Anzitutto la Corte ha osservato che il ricorrente non poteva pretendere la restituzione di quanto consegnato al promotore finanziario, giacchè l’investimento azionario non assicurava la conservazione del capitale impegnato nelle singole operazioni.

Il giudice del gravame ha poi evidenziato che l’odierno ricorrente aveva formulato una domanda di restituzione e non una domanda risarcitoria e che il corredo delle allegazioni attoree era comunque troppo vago per consentire l’individuazione di un inadempimento della banca o del promotore.

Occorre anzitutto sgomberare il campo da due questioni non decisive.

La prima è relativa ad una quietanza a saldo che sarebbe stata sottoscritta da V..

La Corte di appello ne dà atto ma non la pone a fondamento della pronuncia; non individua in essa un fatto impeditivo della pretesa dotato di proprio autonomo rilievo giuridico e, correlativamente, fonda la ratio decidendi sugli altri argomenti di cui si è detto. Il tema in esame risulta pertanto estraneo alla pronuncia impugnata, nè, sul punto, sono state del resto formulate specifiche censure.

La seconda questione si delinea muovendo dall’assunto della Corte di merito secondo cui la domanda restitutoria non poteva trovare accoglimento in considerazione della specifica natura delle operazioni di cui il promotore era stato incaricato: operazioni da compiersi sul mercato azionario, e per tale ragione implicanti un rischio che escludeva la certezza del rimborso.

Ora, in primo luogo, è da escludere che un tale rilievo costituisse oggetto di una eccezione in senso stretto, come tale preclusa al rilievo officioso del giudice. In secondo luogo, va comunque rilevato come sia stato lo stesso ricorrente a evidenziare, nel ricorso (pag. 18) che la questione era stata prospettata dalla banca, nel proprio atto di appello, come motivo di specifica doglianza, anche se poi – aggiunge – la medesima non aveva “proposto tale domanda nelle proprie conclusioni”. Quest’ultima circostanza non è tuttavia determinante ai fini che qui interessano: infatti, affinchè una domanda possa ritenersi abbandonata dalla parte, non è sufficiente che essa non venga riproposta nella precisazione delle conclusioni, costituendo tale omissione una mera presunzione di abbandono, dovendosi, invece, necessariamente accertare se, dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte, o dalla stretta connessione della domanda non riproposta con quelle esplicitamente reiterate, emerga una volontà inequivoca di insistere sulla domanda pretermessa (Cass. 10 settembre 2015, n. 17875; Cass. 10 luglio 2014, n. 15860). Il principio, che può estendersi al motivo di appello, implica che, per sostenere efficacemente l’estraneità della questione dal novero dei temi fatti valere col gravame dalla banca, l’odierno ricorrente non si potesse limitare a dedurre che questa non aveva riprodotto la richiamata censura di inammissibilità nelle conclusioni, dovendo piuttosto fornire, nel rispetto del principio di autosufficienza, indicazioni più precise atte a dar ragione di un ipotetico intento abdicativo.

Ciò posto, il richiamato argomento speso dalla Corte di merito non è tuttavia idoneo a sorreggere la decisione impugnata ove si consideri il reale oggetto del giudizio.

Infatti, la domanda aveva natura risarcitoria: ciò si desume non solo dal ricorso, ove è richiamata la memoria di replica in primo grado, pagg. 19 e 20, ma anche dal controricorso, pag. 2, ove è presente il richiamo all’art. 2049 c.c. e alla L. n. 1 del 1991. La pronuncia del Tribunale aveva pure natura risarcitoria, come si ricava dalla pag. 8 della sentenza di appello; è infatti ivi precisato che il giudice di prime cure aveva fondato il diritto al rimborso su veri e propri inadempimenti (definite quali “condotte disinvolte” del promotore e “gravi anomalie” a lui imputabili): non si vede, del resto, come una domanda di ripetizione (quale è, in ultima analisi quella di rimborso, ove si escluda che essa sia da intendere come domanda risarcitoria) possa trovare accoglimento con riferimento a un contratto di gestione di portafoglio rispetto al quale non siano pronunciati nullità, annullamento o risoluzione (dato, quest’ultimo, del tutto pacifico).

La differenziazione tra restituzione e risarcimento su cui pare insistere la Corte di appello è quindi priva di concludenza: il rimborso richiesto, e accordato in primo grado, altro non è che il risarcimento del danno commisurato al danno emergente; non ha quindi rilievo decisivo l’affermazione basata sulla pretesa di rimborso integrale, giacchè il tema su cui i giudici del merito dovevano misurarsi era quello dell’inadempimento dell’intermediario e del promotore: inadempimento che, una volta provato nella sua ampia estensione, ben avrebbe potuto condurre a un risarcimento pari all’intero ammontare delle somme investite.

A fronte dell’inadempimento (del promotore, e quindi della banca ex art. 31, comma 3 t.u.f.), la distribuzione dell’onere probatorio è quella ben nota: sicchè competeva all’intermediario dar prova dell’esatto adempimento (Cass. 19 gennaio 2016, n. 810; Cass. 6 marzo 2015, n. 4620; Cass. 29 ottobre 2010, n. 22147).

Nè può efficacemente opporsi la genericità dell’allegazione dell’odierno ricorrente, venendo in esame una gestione patrimoniale con riferimento alla quale è stata dedotta (e successivamente riconosciuta dal Tribunale, come dalla Corte di appello) la presenza di quelle “condotte disinvolte” e “gravi anomalie” di cui si è detto. In realtà, non era necessario che l’investitore, agendo per il risarcimento del danno, allegasse specificamente gli inadempienti di M., di cui dovesse rispondere anche l’intermediario: ciò in quanto la responsabilità del promotore non era correlata, nella fattispecie, alla violazione delle particolari prescrizioni, contenute nel D.Lgs. n. 58 del 1998 e nel reg. Consob n. 11522/1998, che regolano aspetti particolari dell’operato dell’intermediario (come, ad esempio, le norme afferenti gli obblighi informativi o quelle che impongono l’astensione dell’intermediario in caso di operazioni inadeguate o in conflitto di interessi): si faceva invece questione delle gravi e ripetute irregolarità della condotta di M., di cui si era avveduto lo stesso istituto di credito (cfr. pag. 7 della sentenza impugnata e pag. 3 del ricorso per cassazione), le quali avevano portato alla radiazione del promotore dall’albo di appartenenza. Come ricordato in ricorso, nella propria memoria di replica D.Lgs. n. 5 del 2003, ex art. 6 V. ebbe a sottolineare che, essendo stata comminata la radiazione, le condotte tenute dal promotore dovevano ritenersi della massima gravità: ed è evidentemente in tale prospettiva che l’odierno istante ebbe a richiedere, fin dall’introduzione del giudizio, “l’esibizione della documentazione contabile afferente al rapporto”. In tale quadro, stante la prova dei versamenti posti in atto da V. a mani di M. (cfr. infra, p. 3), competeva anzitutto alla banca dimostrare che quest’ultimo non avesse operato illecite distrazioni degli importi ricevuti e che, pertanto, la restituzione, da parte dell’intermediario, dell’importo di Euro 148.900,00 costituisse l’intero ammontare delle somme risultanti dagli investimenti effettivamente compiuti dal promotore. Solo dopo aver acquisito positivo riscontro del fatto che il promotore aveva effettivamente proceduto ad investimenti per l’intera somma da lui ricevuta avrebbe potuto assumersi che V. non aveva diritto al rimborso dell’intero ammontare versato al promotore (stante la natura parzialmente aleatoria delle operazioni effettivamente poste in atto); e solo a seguito di un accertamento nel senso indicato avrebbe potuto affermarsi, altresì, che con riferimento ai singoli investimenti, concretamente eseguiti, non erano stati allegati inadempimenti specifici da parte di M..

3. – Col ricorso incidentale condizionato Banca IMI denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, nonchè violazione degli artt. 112,115 e 116 c.p.c.. Deduce l’istante che la Corte di merito avrebbe ritenuto provato che V. aveva effettuato investimenti per Euro 369.121,00; rileva di aver sempre contestato che sussistesse la prova del detto versamento; assume che il giudice del gravame avrebbe fatto mal governo delle risultanze istruttorie e che lo stesso, inoltre, avrebbe mancato di spiegare le ragioni che fondavano la conclusione esposta.

Il ricorso incidentale non è fondato.

La Corte di merito ha nella sostanza condiviso l’affermazione del Tribunale secondo cui esisteva prova del fatto che V. avesse dimostrato l’affidamento della somma di Euro 369.121,00 a Banca Primavera e, in particolare, al promotore finanziario M..

Ciò detto, il motivo risulta diretto a una inammissibile revisione del giudizio di fatto riservato al giudice del merito. Solo a quest’ultimo competeva, infatti, di apprezzare il valore degli elementi probatori, portati al suo esame, afferenti le rimesse eseguite dall’odierno istante. Si rammenta, in proposito, che il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione (Cass. 10 giugno 2016, n. 11892). Nè sul punto può farsi questione della violazione dell’art. 2697 c.c., giacchè questa si configura soltanto nell’ipotesi – che qui non ricorre – in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova a una parte diversa da quella che ne risulta gravata secondo le regole dettate da quella norma (Cass. 17 giugno 2013, n. 15107; cfr. pure Cass. 12 febbraio 2004, n. 2707). Mentre, poi, la deduzione del vizio di cui all’art. 112 c.p.c. risulta formulata senza che sia stato fornito alcun chiarimento che renda comprensibile il senso della censura, deve senz’altro escludersi il vizio motivazionale. Infatti, nella nuova formulazione dell’art. 360, n. 5, risultante dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54convertito in L. n. 134 del 2012, è mancante ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata, con la conseguenza che è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante: “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, “motivazione apparente”, “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054). Nessuna di tali fattispecie ricorre, però, nel caso in esame.

4. – In conclusione, vanno accolti, per quanto di ragione, i motivi posti a fondamento del ricorso principale, mentre il motivo di ricorso incidentale va respinto.

5. – La sentenza è cassata e la causa deve essere rinviata alla Corte di appello di Genova, in diversa composizione, anche per le spese.

P.Q.M.

LA CORTE

accoglie nei sensi di cui in motivazione il ricorso principale e rigetta quello incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso principale e rinvia la causa alla Corte di appello di Genova, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione prima Civile, il 21 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 24 settembre 2018

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA