Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22453 del 27/09/2017


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Cassazione civile, sez. III, 27/09/2017, (ud. 12/01/2017, dep.27/09/2017),  n. 22453

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22619-2014 proposto da:

MULTISERVICE ASSISTANCE SRL IN LIQUIDAZIONE in persona del

liquidatore e legale rappresentante pro tempore G.R.,

M.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA GIACOMO BONI

15, presso lo studio dell’avvocato ELENA SAMBATARO, rappresentati e

difesi dall’avvocato SALVATORE MILITELLO giusta procura speciale in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA in persona del suo procuratore speciale

Dott.ssa C.A.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

FABIO MASSIMO 60, presso lo studio dell’avvocato ENRICO CAROLI, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato LETIZIA CAROLI

giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

B.I.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 3024/2014 del TRIBUNALE di PALERMO, depositata

il 28/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/01/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE ALESSANDRO che ha concluso per l’accoglimento;

udito l’Avvocato LETIZIA CAROLI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Giudice di Pace di Palermo, decidendo sulla domanda risarcitoria, proposta da Multiservice Assistance s.r.l. in qualità di cessionaria del credito, con azione diretta T.U. n. 209 del 2005, ex art. 149, ed avente ad oggetto i danni materiali arrecati dal camion condotto da B.I. al veicolo di proprietà di M.A. ed assicurato per la RCA con Aurora Ass.ni s.p.a. (in seguito UGF Ass.ni s.p.a. e quindi attuale UNIPOLSAI Ass.ni s.pa.), con sentenza 24.12.2010, rilevava la nullità del contratto di cessione del credito, qualificandolo come finanziamento non autorizzato ai sensi del T.U. bancarion. 385 del 1993, art. 132, e dichiarava il difetto di legittimazione attiva della società cessionaria, in quanto l’atto di cessione aveva ad oggetto esclusivamente il credito risarcitorio vantato ai sensi degli artt. 2043 e 2054 c.c., nei confronti del responsabile del sinistro e non anche l’azione diretta esperibile dal danneggiato nei confronti della propria società assicurativa.

Il Tribunale di Palermo investito dall’appello principale proposto dalla proprietaria del veicolo danneggiato unitamente alla società cessionaria del credito risarcitorio, con sentenza 28.5.2014 n. 3024, rigettava la impugnazione rilevando che pur dovendo ritenersi valida la cessione del credito, tuttavia difettava la prova dell'”an” e cioè che il sinistro si fosse effettivamente verificato, in quanto la documentazione fotografica riproduceva i danni soltanto del veicolo della M., sicchè – in difetto di ulteriori riscontri – la sottoscrizione del modulo di constatazione amichevole di incidente (CAI) dal T.U. n. 205 del 2009, art. 143, comma 2, era ex se insufficiente a fornire la prova dello scontro, non potendo in conseguenza esplicare efficacia confessoria nei confronti di UGF Ass.ni s.p.a. (già AURORA Ass.ni s.p.a.), che assicurava la r.c.a. della M., la dichiarazione confessoria – risultante dal modulo CAI – resa da quest’ultima quale proprietaria-litisconsorte necessaria, nè la dichiarazione confessoria del conducente dell’altro veicolo B.I., responsabile del sinistro, che esplicava efficacia soltanto “contra se” ex art. 2733 c.c., commi 2 e 3.

La sentenza di appello è stata impugnata per cassazione dalla M. e dalla società cessionaria Multiservice Assistance s.r.l. con tre motivi.

Resiste con controricorso UNIPOLSAI s.p.a..

Non ha svolto difese B.I..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

– Primo motivo: violazione e falsa applicazione artt. 112,115 e 167 c.p.c.; art. 2054 c.c., comma 2 e artt. 2697 e 2733 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

I ricorrenti deducono che il Tribunale ha erroneamente considerato il materiale probatorio prodotto in giudizio ed in particolare: 1-la mancata contestazione del fatto storico-sinistro da parte della convenuta società assicurativa Aurora Ass.ni s.p.a. – che si era limitata ad eccepire il concorso di colpa presunto ex art. 2054 c.c., comma 2 e ad offrire in sede stragiudiziale alla M. la somma di Euro 650,00 da questa rifiutata-, ciò che escludeva l’onere della prova del sinistro da parte degli attori; 2-il modulo CAI sottoscritto da entrambi i conducenti; 3-la mancata risposta del contumace B. non comparso a rendere l’interrogatorio formale deferitogli, con gli effetti previsti dall’art. 232 c.p.c..

Il motivo è inammissibile in quanto attraverso il vizio inerente l’attività di giudizio (error juris) i ricorrenti intendono invece introdurre il diverso vizio relativo ad “errore di fatto”, censurando, peraltro, aspetti di insufficienza logica della motivazione non più deducibili avanti questa Corte secondo il paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come riformato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv. in L. n. 134 del 2012, applicabile al presente giudizio “ratione temporis”, che circoscrive il vizio di legittimità alla sola ipotesi di omissione di un fatto storico decisivo, discusso tra le parti, che il Giudice di merito abbia del tutto omesso di considerare (Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014; id. Sez. U, Sentenza n. 19881 del 22/09/2014).

Secondo motivo: violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 143, comma 2 e dell’art. 12, ed Allegato 1 al D.P.R. n. 254 del 2006 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

I ricorrenti denunciano che Aurora Ass.ni s.p.a. non aveva fornito la prova contraria, richiesta dal T.U. n. 209 del 2005, art. 143, comma 2, per superare la presunzione legale dell’accadimento del sinistro come descritto nel modulo CAI sottoscritto dai conducenti, dovendo riconoscersi alla norma del Codice delle Assicurazioni Private natura speciale, e dunque derogatoria, rispetto alle norme del Codice civile che disciplinano i limiti della efficacia probatoria delle dichiarazioni confessorie (artt. 2730 ss c.c.), operando diversamente la presunzione legale, secondo che il modulo CAI venga fatto valere – nel caso di azione diretta T.U. n. 209 del 2005, ex artt. 144 e 145 – nei confronti della impresa assicurativa del danneggiante, tenuta a sopportare l’onere del risarcimento, ovvero venga fatto valere dal danneggiato nei confronti della propria impresa assicurativa, convenuta T.U. n. 209 del 2005, ex art. 149 la quale, invece, tale onere non deve sopportare e che dunque non avrebbe interesse a contestare o verificare quale sia la esatta dinamica del sinistro.

La censura è inammissibile e comunque infondata.

Premesso che anche con tale motivo di ricorso attraverso la denuncia di un errore di diritto si intende piuttosto, inammissibilmente, sottoporre alla Corte la critica avente ad oggetto l’apprezzamento in fatto delle risultanze istruttorie, compiuto dal Giudice di appello, essendo interamente incentrata la esposizione della censura sulla contestazione della corretta valutazione della prova contraria, fornita dalla società assicurativa, alla presunzione legale ex art. 143, comma 2, TU Codice Ass.ni Private, osserva il Collegio che, appare opportuno rilevare la erroneità della tesi difensiva secondo cui soltanto la impresa assicurativa del danneggiante avrebbe interesse e sarebbe quindi legittimata in via esclusiva a contestare le risultanze del modulo CAI. La diversa posizione rivestita nel rapporto di diritto sostanziale, avente ad oggetto la pretesa risarcitoria, della impresa del danneggiato (convenuta T.U. n. 209 del 2005, ex art. 149) rispetto alla impresa del danneggiante (convenuta T.U. n. 209 del 2005, ex art. 144), è infatti priva di rilevanza in ordine alla efficacia probatoria di presunzione legale “juris tantum” attribuita dalla legge al modulo CAI sottoscritto da entrambi i conducenti, tenuto conto che, anche nella ipotesi che ricorre nel caso di specie – di integrale assunzione di responsabilità da parte del conducente del veicolo danneggiante: 1-la impresa del danneggiato agisce “per conto” della impresa del danneggiante, in virtù di un mandato “ex lege”, in ordine alla esecuzione del quale rimane esposta a responsabilità per “mala gestio” in relazione ad eventuali danni cagionati alla impresa mandante, per violazione dell’obbligo di buona fede: indicativo al riguardo è l’obbligo cui, ai sensi del D.P.R. n. 254 del 2006, art. 5, comma 3, è tenuta la impresa convenuta in giudizio ex art. 149 Cod. Ass.ni. Priv., di comunicare immediatamente, alla impresa del danneggiante, la richiesta di risarcimento pervenutale dal proprio assicurato e di riferire alla impresa del – preteso – danneggiante le informazioni necessarie “per l’accertamento delle modalità di accadimento del sinistro”; indicativo è altresì l’obbligo, previsto dal D.P.R. n. 254 del 2006, art. 13 di stipulazione, tra le rispettive imprese assicuratrici, di una apposita convenzione per la determinazione delle “compensazioni” tra dare ed avere); 2-inoltre occorre rilevare che, anche nel giudizio promosso ai sensi dell’art 149 CAP, non è affatto predeterminata la responsabilità del sinistro, come emerge dai criteri individuati nell’allegato al D.P.R. n. 254 del 2006 cui debbono attenersi le imprese assicuratrici per valutare la responsabilità dei conducenti.

La censura si palesa comunque infondata in quanto il Tribunale ha ponderato le diverse risultanze istruttorie, pervenendo a ritenere che la efficacia probatoria presuntiva delle dichiarazioni contenute nel modulo CAI era stata efficacemente contrastata dalla prova contraria costituita dalla documentazione fotografica prodotta in giudizio, relativa ad uno soltanto dei veicoli incidentati e che forniva una rappresentazione di danni materiali non compatibili con la dinamica del sinistro evidenziata nel modulo CAI. E tale accertamento in fatto è incensurabile in sede di legittimità.

Terzo motivo: violazione e falsa applicazione dell’art. 232 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

I ricorrenti censurano la sentenza di appello per aver ritenuto che la mancata riposta all’interrogatorio formale non spiegasse efficacia nei confronti della società assicurativa, ai sensi dell’art. 2733 c.c., comma 2, non tenendo conto, invece, della rilevanza probatoria da riconoscere alla condotta processuale del B. (rimasto contumace in primo grado e che non era comparso a rendere l’interrogatorio formale deferitogli), che andava valutata unitamente all’insieme delle altre risultanze istruttorie, alla stregua delle quali consentiva di raggiungere la prova della dinamica del sinistro.

Il motivo è infondato.

La valutazione della rilevanza probatoria della mancata risposta all’interrogatorio formale non esime dal considerare che la confessione forma piena prova della verità di fatti sfavorevoli al confitente e favorevoli all’altra parte (art. 2730 c.c.), mentre può essere liberamente valutata dal Giudice nel caso sia resa da uno soltanto dei litisconsorti necessari (art. 2733 c.c., comma 3), ma non spiega comunque efficacia probatoria contro soggetti terzi (rispetto alle parti che si trovano in posizione antitetica e contrastante), sicchè la complessiva valutazione della condotta processuale del B. – che si era assunto sottoscrivendo il modulo GAI la responsabilità del sinistro – unitamente agli altri elementi indiziari, non avrebbe, comunque, potuto condurre alla formazione di una piena prova confessoria della verificazione del sinistro da far valere contro Aurora Ass.ni s.p.a. – soggetto terzo rispetto al rapporto tra danneggiato e danneggiante -, neppure potendo essere valutato il comportamento del B. come autonomo elemento indiziario concorrente alla formazione della prova presuntiva del fatto storico, non potendo essere attribuita alla scelta compiuta dal convenuto contumace, di non comparire a rendere l’interrogatorio formale, alcun altro contenuto processuale rilevante rispetto a quello riconosciuto ex lege, ai sensi dell’art. 232 c.p.c., nell’ambito del rapporto tra soggetti che si trovano in posizioni contrastanti sul fatto oggetto di confessione (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 2222 del 14/02/2003; id. Sez. L, Sentenza n. 22753 del 03/12/2004; id. Sez. Sentenza n. 10311 del 05/05/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 4486 del 24/02/2011; id. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 20476 del 12/10/2015).

In conclusione il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna dei ricorrenti alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

PQM

 

rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2017

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