Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22446 del 09/09/2019

Cassazione civile sez. II, 09/09/2019, (ud. 08/03/2019, dep. 09/09/2019), n.22446

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10289/2018 R.G. proposto da:

O.M., c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato in Roma,

al viale delle Medaglie d’Oro, n. 143, presso lo studio

dell’avvocato Stefano Barattelli che lo rappresenta e difende in

virtù di procura speciale in calce al ricorso.

– ricorrente –

contro

MINISTERO della GIUSTIZIA, c.f. (OMISSIS), in persona del Ministro

pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge.

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso il decreto n. 26 dei 27.9/2.10.2017 della corte d’appello di

Campobasso, assunto nel procedimento iscritto al n. 119/2016,

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio

dell’8 marzo 2019 dal consigliere Dott. Luigi Abete.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

Con sentenza del 24.3.1994 il tribunale de L’Aquila dichiarava il fallimento di O.M..

Con decreto del 17.1.2014 il tribunale de L’Aquila dichiarava la chiusura del fallimento.

Con ricorso della L. n. 89 del 2001, ex art. 2, alla corte d’appello di Campobasso depositato il 18.9.2015 O.M. si doleva per l’eccessiva durata della procedura fallimentare e chiedeva che il Ministero della Giustizia fosse condannato a corrispondergli un equo indennizzo per l’irragionevole durata del procedura concorsuale “presupposta”.

Con decreto in data 26.5.2016 il consigliere delegato dichiarava l’inammissibilità del ricorso in difetto di prova dell’avvenuta proposizione della domanda di equa riparazione entro il termine di decadenza di sei mesi di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4.

In particolare dava atto che il ricorrente non aveva provveduto all’allegazione della documentazione richiesta, ovvero delle raccomandate e dei relativi avvisi di ricevimento con cui il curatore aveva reso edotti gli interessati dell’avvenuto deposito in cancelleria del decreto di chiusura del fallimento.

Con ricorso della L. n. 89 del 2001, ex art. 5 ter, depositato in data 22.6.2016 O.M. proponeva opposizione.

Il Ministero della Giustizia non si costituiva e veniva dichiarato contumace. Con decreto n. 26 dei 27.9/2.10.2017 la corte d’appello di Campobasso rigettava l’opposizione.

Evidenziava la corte che il ricorrente, sebbene onerato, non aveva fornito riscontro documentale della proposizione della domanda di equa riparazione entro il termine di decadenza di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4, ovvero entro il termine di sei mesi dal giorno in cui il decreto di chiusura del fallimento non era più suscettibile di reclamo.

Avverso tale decreto ha proposto ricorso O.M.; ne ha chiesto la cassazione con ogni conseguente provvedimento anche in ordine alle spese.

Il Ministero della Giustizia ha depositato controricorso contenente ricorso incidentale condizionato articolato in quattro motivi; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso ovvero, in subordine, accogliersi il ricorso incidentale condizionato con il favore delle spese.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Del pari ha depositato memoria il controricorrente.

Con l’unico motivo il ricorrente principale deduce quanto segue:

che ha ricevuto comunicazione della chiusura del fallimento in data (OMISSIS), sicchè ha proposto la domanda di equa riparazione entro il termine semestrale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4;

che illegittimamente la corte di merito ha posto a suo carico l’onere di allegare documentazione nell’esclusiva disponibilità del curatore;

che con l’istanza depositata l’11.5.2016 si rimetteva alla valutazione dell’organo decidente ai fini della concessione di una proroga ulteriore;

che in data 22.6.2016 ha depositato in cancelleria istanza ai fini del rilascio di copia della documentazione alla quale non è stato dato riscontro;

che è del tutto irrilevante che non abbia dato seguito alla sollecitazione del curatore circa l’inoltro del mandato;

che l’assenza di documentazione all’interno del fascicolo della procedura fallimentare gli ha impedito di ottemperare alla richiesta di integrazione documentale;

che all’attestazione della cancelleria fallimentare del tribunale de L’Aquila in data (OMISSIS) è allegata istanza a sua firma, in pari data, con la quale aveva richiesto di essere messo a conoscenza della situazione giuridica del fallimento.

Il ricorso principale non merita seguito alcuno.

Si dà atto previamente che, al di là del finale riferimento al vizio di “palese contraddittorietà in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 5” (così ricorso principale, pag. 12), riferimento operato – si badi – “ai fini della formulazione del quesito di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c.” (così ricorso principale, pag. 12), quesito di diritto ovviamente ratione temporis non più necessario, il ricorrente non ha provveduto a qualificare le disarticolate ragioni dell’esperita impugnazione alla stregua di una o più delle specifiche previsioni di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1.

Il che, a rigore, osta all’ammissibilità dell’impugnazione (cfr. Cass. (ord.) 14.5.2018, n. 11603, secondo cui il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, delimitato e vincolato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito; ne consegue che il motivo del ricorso deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c., sicchè è inammissibile la critica generica della sentenza impugnata, formulata con un unico motivo sotto una molteplicità di profili tra loro confusi e inestricabilmente combinati, non collegabili ad alcuna delle fattispecie di vizio enucleate dal codice di rito; Cass. (ord.) 22.9.2014, n. 19959).

Si ammetta pure, in ogni caso, che lo spiegato mezzo di impugnazione veicoli in pari tempo supposti errores in iudicando e censure in ordine alla valutazione “in fatto” operata dalla corte di merito circa la documentazione a riscontro della tempestiva proposizione del ricorso ex lege “Pinto” in rapporto al termine di cui all’art. 4 della stessa legge.

E tuttavia anche in siffatte guise l’iter motivazionale che sorregge il decreto impugnato risulta in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congruo e esaustivo sul piano logico-formale.

Relativamente, dapprima, al profilo della correttezza giuridica errores in iudicando per nulla si configurano.

Invero questa Corte spiega quanto segue.

Da un canto, con riferimento alle procedure fallimentari soggette alla disciplina di cui al R.D. n. 267 del 1942, nel testo anteriore alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 5 del 2006 e dal D.Lgs.n. 169 del 2007 (è il caso di specie), che il termine semestrale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4, decorre dalla data in cui il decreto di chiusura del fallimento non è più reclamabile in appello (cfr. Cass. 9.1.2017, n. 221; Cass. 12.7.2011, n. 15251), ossia (a seguito della sentenza n. 279/2010 con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. Fall., art. 119, comma 2, nel testo anteriore alle modifiche di cui al D.Lgs. n. 5 del 2006 ed al D.Lgs. n. 169 del 2007) dal di in cui, a far data dalla comunicazione ai soggetti interessati a mezzo lettera raccomandata a.r. dell’avvenuto deposito del decreto di chiusura del fallimento, è giunto a compimento il termine per la proposizione del reclamo avverso il medesimo decreto di chiusura.

D’altro canto, che, in tema di irragionevole durata del processo, l’intervenuta decadenza dalla possibilità di proporre l’azione indennitaria, per mancato rispetto del termine semestrale della L. n. 89 del 2001, ex art. 4, è rilevabile d’ufficio, anche in sede di legittimità, costituendo la definizione del processo presupposto entro detto termine una componente indefettibile del giudizio di equa riparazione, sia in negativo, quale causa preclusiva di una pronunzia sul merito della pretesa, sia in positivo, quale condizione di proponibilità della domanda, il cui rispetto va dimostrato dalla parte interessata a trarne beneficio (cfr. Cass. 27.10.2016, n. 21777).

In questi termini per nulla si giustificano gli assunti del ricorrente circa la “inconferenza della documentazione richiesta a supporto per la definitività dl procedimento fallimentare” (così ricorso, pag. 5), circa l’illegittima decisione della corte distrettuale, che “ha inteso gravare parte ricorrente dell’onere di acquisire documentazione che era nella indisponibilità del medesimo” (così ricorso, pag. 6).

Relativamente, dipoi, al profilo della congruenza logico – formale della motivazione nessuna delle ipotesi di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla stregua della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte si scorge nelle motivazioni dell’impugnato decreto.

In particolare la corte territoriale ha specificato che l’opponente non aveva nell’istanza depositata l’11.5.2016 formulato domanda di ulteriore proroga ai fini del deposito della documentazione richiesta, non aveva documentato l’impossibilità per la cancelleria di rilasciare copia della medesima documentazione (“essendo stata depositata unicamente una richiesta di visione del fascicolo datata 13.4.16”.. così decreto impugnato, pag. 4), non aveva comprovato di aver dato seguito alle sollecitazioni rivoltegli dal curatore del fallimento.

A fronte di siffatti rilievi le prospettazioni del principale ricorrente in precedenza riferite (ed a siffatti rilievi correlate) si risolvono evidentemente nella sollecitazione a che questa Corte riesamini e rivaluti l’istanza depositata in data 11.5.2016, la richiesta in data 13.4.2016, la richiesta in data 26.4.2016.

Si badi che il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. (ord.) 26.9.2018, n. 23153).

Ed al contempo che, nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del medesimo art. 360 c.p.c., n. 4 (cfr. Cass. (ord.) 6.7.2015, n. 13928).

Da ultimo, in ordine all’assunto del ricorrente, secondo cui ha ricevuto comunicazione della chiusura del fallimento in data (OMISSIS), sicchè ha proposto la domanda di equa riparazione entro il termine semestrale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 4, si rimarca che la corte molisana ha debitamente esplicitato che il documento costituente l’allegato “L” al fascicolo della fase monitoria “non è la comunicazione del curatore al fallito del decreto di chiusura, ma un’attestazione della Cancelleria Fallimentare del Tribunale de L’Aquila, datata 20 febbraio 2015, rilasciata su richiesta dell’interessato, nella quale si certifica che il fallimento è stato chiuso con decreto depositato in data 17.1.14” (così decreto impugnato, pag. 4).

Evidentemente la reiezione del ricorso principale assorbe e rende vana la disamina del ricorso incidentale formulato dal Ministero in via subordinata.

In dipendenza del rigetto del ricorso principale O.M. va condannato a rimborsare al Ministero le spese del presente giudizio.

La liquidazione segue come da dispositivo (in sede di condanna del soccombente al rimborso delle spese del giudizio a favore di un’amministrazione dello Stato – nei confronti della quale vige il sistema della prenotazione a debito dell’imposta di bollo dovuta sugli atti giudiziari e dei diritti di cancelleria e di ufficiale giudiziario – riguardo alle spese vive la condanna deve essere limitata al rimborso delle spese prenotate a debito: cfr. Cass. 18.4.2000, n. 5028; Cass. 22.4.2002, n. 5859).

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10, non è soggetto a contributo unificato il giudizio di equa riparazione ex lege n. 89 del 2001. Il che rende inapplicabile l’art. 13, comma 1 quater, D.P.R. cit. (cfr. Cass. sez. un. 28.5.2014, n. 11915).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale, assorbita la disamina del ricorso incidentale condizionato; condanna il ricorrente, O.M., a rimborsare al Ministero della Giustizia le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 1.000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 settembre 2019

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