Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22445 del 24/09/2018

Cassazione civile sez. II, 24/09/2018, (ud. 22/02/2018, dep. 24/09/2018), n.22445

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CORRENTI Vincenzo – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10989/2014 proposto da:

B.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE QUATTRO

FONTANE 161, presso lo studio dell’avvocato ANGELO ANGLANI, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati LUCA NANNI, ALDO

ANGELO DOLMETTA;

– ricorrente –

contro

C.C.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

BRUNO BUOZZI 99, presso lo studio dell’avvocato CARLO ROMITA, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6970/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/02/2018 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MISTRI Corrado, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato NANNI Luca, difensore della ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato ROMITA Carlo, difensore del resistente che ha

chiesto il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso proposto nel dicembre 2001 ai sensi dell’art. 669 ter c.p.c., l’avv. C.C.F. adiva il tribunale di Roma per ottenere la reintegra nel possesso di un appartamento in (OMISSIS), del quale lamentava lo spoglio ad opera della nipote, avv.ssa B.L.. In linea di fatto il ricorrente esponeva di aver concesso detto immobile all’avv.ssa B. e che quest’ultima, dopo averlo rilasciato, non gli aveva mai consegnato le chiavi della nuova serratura, da lei stessa fatta installare. Il tribunale capitolino, con sentenza n. 25106 del 9-23 novembre 2005, dichiarata la contumacia di parte resistente, accoglieva la domanda del ricorrente e ordinava la reintegra nel possesso, condannando l’intimata al risarcimento del danno, liquidato in Euro 18.414,00.

Con atto notificato in data 17 febbraio 2007, l’avv.ssa B. proponeva appello avverso la sentenza di primo grado, lamentando la nullità della notifica dell’atto introduttivo e la conseguente invalidità dell’intero giudizio svoltosi dinanzi al Tribunale. Costituitosi l’appellato, la corte d’appello di Roma dichiarava il gravame inammissibile in quanto tardivo, ritenendo, da un lato, che fosse valida l’originaria notificazione e, d’altro lato, che parte appellante non avesse provato di non aver avuto tempestiva conoscenza del giudizio per effetto del dedotto vizio della notifica del relativo atto introduttivo, nè avesse indicato il momento in cui ella aveva poi avuto notizia del giudizio.

Per la cassazione di tale pronuncia ricorre l’avv.ssa B. sulla scorta di quattro motivi.

L’avv. C. ha depositato controricorso.

La causa è stata discussa all’udienza del 22 febbraio 2018, per la quale entrambe le parti hanno depositato memoria e nella quale il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3, si denuncia la violazione degli artt. 139,143 e 148 c.p.c.; con il secondo motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 4 e all’art. 111 Cost., si denuncia l’assenza di motivazione della sentenza impugnata, in relazione alla statuizione di validità della notifica dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado; con il terzo motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3, si denuncia la violazione dell’art. 327 c.p.c.; con il quarto motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 4, si denuncia nuovamente l’assenza di motivazione della sentenza impugnata, in relazione alla statuizione di mancato assolvimento, da parte della odierna ricorrente, dell’onere di provare di non aver avuto conoscenza del processo.

I quattro motivi sono suscettibili di trattazione congiunta, in quanto sviluppano, da punti di vista diversi, una pluralità di censure, tra loro strettamente collegate, volte a criticare la statuizione della gravata che ha ritenuto valida la notifica dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado e, conseguentemente, tardivo l’appello dell’odierna ricorrente.

In sostanza, secondo la ricorrente (si vedano le argomentazioni sviluppate nel primo e nel secondo motivo), la notifica dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado doveva ritenersi nulla, in quanto – dopo un primo tentativo svolto a mezzo posta presso il suo indirizzo di residenza anagrafica in Reggio Calabria, non andato a buon fine perchè il 5/1/02 il postino aveva erroneamente ritenuto che ella in detto indirizzo fosse sconosciuta – l’avvocato C. aveva rinnovato la notifica non a tale indirizzo (come, secondo la ricorrente, avrebbe dovuto fare) bensì, da un lato, presso l’appartamento di (OMISSIS) oggetto del contenzioso possessorio (dal quale, all’epoca dell’introduzione del procedimento possessorio, la ricorrente, che non vi risiedeva anagraficamente, si era già allontanata) e, d’altro lato, presso la casa comunale di Reggio Calabria, ai sensi dell’art. 143 c.p.c., senza alcun accesso all’indirizzo di residenza anagrafica e senza alcuna ricerca in loco, ma sul mero rilievo della “mancata notifica del 5/1/02 nel luogo di residenza”.

Sotto altro aspetto, secondo la ricorrente (si vedano le argomentazioni sviluppate nel terzo e nel quarto motivo), la corte territoriale avrebbe errato nell’addossarle la prova delle ragioni che le avevano impedito di avere conoscenza del processo e nell’affermare che ella aveva omesso di indicare il momento in cui aveva acquisito effettiva conoscenza del giudizio. In proposito l’avv.ssa B. deduce, in linea di fatto, di aver indicato il suddetto momento nella propria comparsa conclusionale in appello, ivi precisando di aver avuto conoscenza del procedimento solo il 18 gennaio 2007, allorquando, dopo il decorso del termine lungo per l’impugnazione, la sentenza di primo grado le era stata notificata, insieme al precetto, presso la nuova residenza in (OMISSIS); nonchè, in linea di diritto, che l’art. 327 c.p.c., imporrebbe di verificare “l’inidoneità del mezzo usato per la notificazione a consentire al destinatario di venire a conoscenza dell’atto notificato”.

Al riguardo il Collegio osserva quanto segue.

La decisione della corte capitolina si fonda su tre distinte rationes decidendi, ciascuna delle quali autonomamente idonea a sorreggere il decisum:

a) “l’atto è stato correttamente notificato ai sensi dell’art. 143 c.p.c., in esito alla notifiche risultate negative presso il luogo di residenza della B. in (OMISSIS)”;

b) “la parte appellante nulla ha provato, e neppure dedotto, in merito all’incolpevole ignoranza in concreto del giudizio svoltosi nella sua contumacia”;

c) La B. non ha “specificato in quale momento era venuto al corrente della pronuncia emessa nei suoi confronti”.

La ratio sub b) viene censurata nella parte in diritto del terzo motivo di ricorso, là dove si deduce che la corte d’appello avrebbe violato l’art. 327 c.p.c., “ponendo impropriamente a carico di B.L. la prova impossibile della non conoscenza del processo e omettendo di considerare che la norma impone di verificare l’inidoneità del mezzo usato per la notificazione a consentire al destinatario di venire a conoscenza dell’atto notificato” (pagina 11, penultimo capoverso, del ricorso per cassazione).

Il motivo non può trovare accoglimento, perchè la denunciata violazione dell’articolo 327 c.p.c. non sussiste. La sentenza gravata è infatti conforme all’indirizzo di questa Corte (SSUU n. 14570/07, Sez. 3 n. 20307/12, Sez. 6/3 19574/15) secondo il quale, ai fini dell’art. 327 c.p.c., comma 2, devono ricorrere sia la condizione oggettiva della nullità della notifica della citazione, sia la condizione soggettiva della mancata conoscenza del processo a causa di detta nullità e la relativa prova spetta al contumace, salvo il caso d’inesistenza della notificazione; caso che, nella specie, non ricorre, giacchè il vizio denunciato nel primo mezzo di ricorso in relazione alla notifica effettuata ai sensi dell’art. 143 c.p.c., determinerebbe, ove anche sussistente, la nullità ma non l’inesistenza della notifica, secondo i criteri fissato dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 14916/16.

Il motivo, d’altra parte, non attinge il giudizio (di fatto) della corte d’appello secondo cui l’incolpevole ignoranza del processo da parte della avv.ssa B. non era stata da costei neppure dedotta (giudizio che peraltro, investendo l’interpretazione dell’atto di appello, non sarebbe stato censurabile in sede di legittimità se non in funzione della denuncia di un error in procedendo; cfr., da ultimo, Cass. n. 25259/17).

Per effetto del rigetto della doglianza relativa alla violazione dell’art. 327 c.p.c., la rado decidendi sopra trascritta sub b) resiste all’impugnazione, con la conseguenza che, essendo essa autonomamente idonea a sorreggere il decisum, vanno giudicate inammissibili, per sopravvenuta carenza di intersesse, tanto la doglianza, proposta anch’essa ne terzo mezzo di gravame, che attinge la ratio relativa alla mancata indicazione del momento in cui l’avv.ssa B. aveva avuto notizia del processo, quanto la doglianza, proposta nel primo mezzo di gravame, che attinge la statuizione di validità della notifica effettuata all’avv.ssa B. ai sensi dell’art. 143 c.p.c.; tali doglianze, infatti, quand’anche fondate, sarebbero comunque inidonee a condurre alla cassazione dell’impugnata sentenza.

Il secondo e il quarto motivo di ricorso, con entrambi i quali si denuncia la nullità della sentenza per assenza di motivazione, vanno disattesi perchè la motivazione è succinta ma sufficiente a dar conto delle ragioni della decisione. Il ricorso va quindi in definitiva rigettato in relazione a tutti i motivi nei quali esso si articola.

Le spese seguono la soccombenza.

Deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente a rifondere al contro ricorrente le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.000, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 22 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 24 settembre 2018

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