Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22441 del 06/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 06/08/2021, (ud. 17/03/2021, dep. 06/08/2021), n.22441

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2910-2020 proposto da:

S.F., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato LUISA POLA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i

cui Uffici domicilia ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2353/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 06/06/2019 R.G.N. 3303/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/03/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte di Appello di Venezia, con sentenza pubblicata il 6 giugno 2019, ha confermato la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso proposto da S.F., cittadino (OMISSIS), avverso il provvedimento con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. la Corte ha confermato il giudizio del primo giudice in ordine all’inattendibilità del racconto del richiedente protezione; in particolare ha considerato “inutilizzabile” e “non veritiero” il documento prodotto dall’istante e “asseritamente redatto dalla Polizia del (OMISSIS)” e che avrebbe dovuto comprovare la fuga da una prigione del F., imputato del delitto di omicidio a seguito di aborto della fidanzata; la Corte ha argomentato che “il documento non risulta dimesso in originale e nemmeno risulta che il F. abbia circostanziato in termini chiari, precisi e concreti il modo con il quale il predetto documento sarebbe giunto a sue mani essendo inverosimile che sia stato comunicato via whatsapp o attraverso altri social”; aggiunge che “se poi l’appellante fosse realmente ricercato, il documento in originale avrebbe dovuto essere stato consegnato, evidentemente, o a parenti o ad altre persone vicine al medesimo… sicché risulta inverosimile che il ricorrente non sia stato nemmeno in grado di allegare l’origine personale della trasmissione: quindi il nome ed il cognome del soggetto che avrebbe inviato un importante documento”; in aggiunta infine la Corte rileva che “la descrizione dell’arresto risulta del tutto generica; che il rapporto con la fidanzata cristiana non risulta in alcun modo circostanziato e, oltretutto, la fuga da un carcere di massima sicurezza appare inverosimile e per di più, in aggiunta a quanto sopra, non chiaramente descritta”;

quanto al riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) la Corte ha escluso che nel paese di origine dell’istante vi fosse una situazione di violenza indiscriminata per un conflitto armato interno o internazionale sulla scorta di fonti internazionali specificamente indicate;

circa la domanda di riconoscimento della protezione umanitaria, la Corte ha considerato che, in mancanza di una situazione di vulnerabilità soggettiva, non potesse essere posta a fondamento del riconoscimento di tale diritto “la mera allegazione di aver raggiunto un grado di integrazione sociale nel nostro Paese – che comunque non è desumibile dall’effettuazione di sporadiche prestazioni lavorative retribuite – ma comporta la dimostrazione di un’effettiva integrazione nel tessuto socio culturale del paese ospitante”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 2 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 lamentando che la sentenza impugnata avrebbe omesso “ogni valutazione circa il documento prodotto sub doc. 17”; si critica la Corte veneziana per aver ritenuto il documento falso ed aver trasmesso gli atti in Procura;

la censura è inammissibile perché denuncia come violazione di legge la valutazione operata dai giudici del merito circa il contenuto di un documento;

ancora di recente le Sezioni unite hanno ribadito l’inammissibilità di censure che “sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione e falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, degradano in realtà verso l’inammissibile richiesta a questa Corte di una rivalutazione dei fatti storici da cui è originata l’azione”, così travalicando “dal modello legale di denuncia di un vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., perché pone a suo presupposto una diversa ricostruzione del merito degli accadimenti” (cfr. Cass. SS.UU. n. 34476 del 2019; conf. Cass. SS.UU. n. 33373 del 2019; Cass. SS.UU. n. 25950 del 2020);

2. il secondo motivo denuncia la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, per avere negato la Corte territoriale il permesso per motivi umanitari; si deduce che in (OMISSIS), al momento della presentazione della domanda, vigeva un “regime dittatoriale che comprimeva i diritti e le libertà dei cittadini”, per cui, “seppur la situazione possa dirsi successivamente mutata”, sarebbe “errata la valutazione della Corte d’Appello che valorizza solo la non credibilità della vicenda, senza considerare accanto al dimostrato percorso di integrazione, le situazioni soggettive ed oggettive del richiedente con riferimento al Paese di origine, pur evidenziate”;

la censura è inammissibile perché non enuclea l’errore di diritto denunciato, quanto piuttosto esprime una diversa valutazione sui fatti che dovrebbero dare corso alla protezione richiesta;

secondo l’insegnamento delle Sezioni unite di questa Corte (sent. n. 29459 del 2019), il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari non può essere riconosciuto per il solo livello di integrazione in Italia del richiedente, né in considerazione della situazione del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti; in realtà il ricorrente prospetta una implicita richiesta di diversa valutazione dell’integrazione in Italia e della condizione del paese di origine, per tale via violando, da un lato, i limiti della verifica di legittimità, dall’altro non misurandosi con l’affermazione in diritto secondo cui l’integrazione in Italia non costituisce elemento di per sé decisivo per il riconoscimento della protezione umanitaria, ove non risulti che il richiedente si sia allontanato da una condizione di vulnerabilità effettiva nel suo Paese, sotto il profilo della violazione o dell’impedimento all’esercizio dei diritti umani inalienabili;

3. conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; nulla per le spese in difetto di attività difensiva dell’amministrazione intimata;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 17 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 agosto 2021

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