Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22436 del 24/09/2018

Cassazione civile sez. un., 24/09/2018, (ud. 16/01/2018, dep. 24/09/2018), n.22436

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Primo Presidente f.f. –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. CHINDEMI Domenico – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18852/2015 proposto da:

COOPERATIVA SOCIALE SOCIO-SANITARIA A R.L. CASA PROTETTA VILLA

SERENA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

domiciliata in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO CARUSO;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI BELPASSO, in persona del Sindaco pro tempore, domiciliato

in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE BARLETTA CALDARERA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 398 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 3/03/2015.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/01/2018 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Procuratore Generale

Dott. FUZIO Riccardo, che ha concluso per l’inammissibilità, in

subordine per l’infondatezza del ricorso;

udito l’Avvocato Giuseppe Barletta Caldarera.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto del 2 marzo 1995, il Tribunale di Catania, Sezione Misure di prevenzione, dispose, a carico di P.F., la confisca del compendio immobiliare sito in (OMISSIS), con conseguente devoluzione allo Stato, ai sensi della L. n. 575 del 1965, art. 2-nonies.

In data 15 maggio 1997, l’amministratore giudiziario stipulò un contratto di affitto per la durata di dieci anni (rinnovabili salvo disdetta) con la Cooperativa Sociale Socio-sanitaria a r.l., perchè detto compendio venisse destinato ad attività sociali (casa di riposo per anziani, casa albergo per portatori di handicap e attività similari).

Con decreto del Ministero delle Finanze – Dipartimento del Territorio del 29 marzo 2000, in attuazione della L. n. 109 del 1996, art. 3 (che introduceva nella L. n. 575 del 1965, artt. 2-decies e 2-undecies), l’immobile veniva trasferito dallo Stato al patrimonio indisponibile del Comune di Belpasso per finalità sociali e, in particolare, per essere destinato, quanto al corpo di fabbrica prospiciente la SS (OMISSIS), a casa protetta per anziani, e, quanto all’altro corpo di fabbrica, più retrostante, a sezioni di scuola materna ed elementare.

In data 25 maggio 2000 ebbe luogo la consegna formale del compendio immobiliare in parola al Comune.

Il sindaco del Comune di Belpasso, con note del 15 luglio 2003 e del 30 aprile 2008, deducendo l’intervenuta scadenza del contratto di locazione stipulato a suo tempo con l’amministratore giudiziario, invitò la cooperativa a conferire per definire la problematica in questione.

Successivamente, continuando tale compendio immobiliare ad essere detenuto dalla Cooperativa Sociale Socio-sanitaria, con atto di citazione del 31 ottobre 2008, il Comune di Belpasso ne chiese il rilascio, mancando il titolo della detenzione.

La convenuta si costituì eccependo che, stante la natura derivativa della confisca, il Comune sarebbe succeduto nella posizione dell’originario stipulante (lo Stato, tramite l’amministratore giudiziario) ed avrebbe comunque fatto proprio il contratto di locazione, avendo stipulato, in data 11 maggio 2001, una convenzione L.R. n. 22 del 1986, ex art. 16, comma 4, lett. c), per il ricovero di anziani non autosufficienti, attività compatibile con le finalità istituzionali dei beni confiscati.

Il Tribunale di Catania, con sentenza del 17 settembre 2010, accolse la domanda e condannò la convenuta a rilasciare l’immobile.

Avverso tale decisione la Cooperativa propose appello, cui resistette il Comune, il quale propose, a sua volta, appello incidentale.

La Corte di appello di Catania, con sentenza depositata il 3 marzo 2015, rigettò l’appello principale e quello incidentale, compensò per due terzi le spese di quel grado e condannò la società cooperativa alla rifusione, in favore del Comune, delle spese residue.

Avverso la sentenza della Corte di merito la Cooperativa Sociale Socio-sanitaria a r.l. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di cinque motivi.

Il Comune di Belpasso ha resistito con controricorso illustrato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo è così rubricato “Violazione art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c.. Violazione art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1. Difetto di giurisdizione del Giudice ordinario. Violazione del principio del contraddittorio. Violazione art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”.

Assume la ricorrente che la Corte di merito avrebbe omesso di pronunciarsi su un “fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti nei gradi di giudizio precedenti”, fatto costituito dall'”eccezione di difetto di giurisdizione del giudice ordinario”, e tanto sia in violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sia in violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c..

Secondo la ricorrente, la sentenza andrebbe comunque riformata ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1.

Nel riproporre in questa sede l’eccezione di difetto di giurisdizione del G.O., sussistendo, a suo avviso la giurisdizione del G.A., sostiene la Cooperativa che sarebbe stato accertato e discusso, in secondo grado, che l’immobile in questione sarebbe del patrimonio indisponibile, lo stesso sarebbe stato oggetto di concessione-contratto e, nella specie, sarebbe stata proposta un’azione di rilascio dell’immobile. Secondo la ricorrente, che richiama precedenti giurisprudenziali di TAR e di questa. Sezioni Unite, l’attribuzione ai privati dell’utilizzazione di beni del demanio o del patrimonio indisponibile sarebbe sempre riconducibile alla figura della concessione-contratto, sicchè le controversie attinenti al detto godimento sarebbero riservate sempre alla giurisdizione esclusiva del G.A..

1.1. Il motivo è inammissibile sotto il profilo della violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, atteso che, secondo l’interpretazione giurisprudenziale, tale norma, così come riformulata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’ipotesi di omesso esame di un “fatto storico” che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia (Cass., sez. un., 7/04/2014, n. 8053), nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente la omessa valutazione della proposta eccezione di difetto di giurisdizione del giudice ordinario.

1.2. Il motivo è infondato, con riferimento alla dedotta violazione dell’art. 112 c.p.c..

Se è pur vero che la questione di giurisdizione è stata posta soltanto in sede di appello, ciò è stato fatto tempestivamente, sollevando la relativa questione con il secondo motivo di gravame, il che ha impedito la formazione del giudicato implicito sul punto (v. Cass., sez. un., 29/03/2011, n. 7097, in particolare p. 4), sicchè la Corte di merito doveva pronunciarsi al riguardo; tuttavia, non può ritenersi che sussista la lamentata violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, avendo la Corte territoriale espressamente ritenuto “irrilevanti tutte le successive prospettazioni contenute nel secondo motivo di gravame” che, appunto, si riferiva anche alla questione di giurisdizione, così pronunciando anche in relazione ad essa, implicitamente rigettandola.

1.3. Con riferimento alla censura veicolata con l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1, va evidenziato che il criterio discretivo della giurisdizione del G.O. rispetto a quella del G.A., ormai accolto dalla giurisprudenza di legittimità, è quello del petitum sostanziale, a termini del quale il riparto va operato in relazione alla posizione giuridica soggettiva fatta valere in giudizio (causa petendi), posizione individuata dal Giudice con riguardo ai fatti allegati ed al rapporto giuridico del quale detti fatti costituiscono manifestazione (Cass., sez. un., 23/02/1974, n. 542; Cass., sez. un., 21/05/2014, n. 11229; Cass., sez. un., ord., 11/10/2011, n. 20902).

Nella specie, il Comune ha agito per il rilascio dell’immobile adducendo l’occupazione sine titulo dello stesso da parte della Cooperativa. Pertanto, la presente controversia, non avendo per oggetto la concessione-contratto inerente al bene in parola, che ne costituisce un mero antecedente di fatto – peraltro, ad avviso dell’attore, ormai esaurito – esula dall’ambito sia della giurisdizione generale di legittimità, sia della giurisdizione amministrativa esclusiva in materia di concessioni di beni e di servizi pubblici ed è, invece, devoluta alla giurisdizione del Giudice ordinario (Cass., sez. un., ord., 1/07/2008, n. 17937).

2. Con il secondo motivo, rubricato “Ulteriore violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Violazione e falsa applicazione art. 823 del codice civile. Violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c.. Violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, la ricorrente sostiene che la Corte di merito avrebbe omesso di valutare quella che definisce una “circostanza di fatto e di diritto dedotta in giudizio e provata dai documenti allegati” e cioè che la concessione-contratto emanata dall’amministratore giudiziario e dal Tribunale di Catania (e con la quale l’immobile in parola sarebbe stato concesso alla cooperativa per dieci anni rinnovabili per altri dieci) sarebbe stata emessa quando l’immobile era già stato confiscato ed acquisito al patrimonio indisponibile dello Stato, quindi, ad avviso della ricorrente “gli obblighi” sarebbero stati “assunti dal Ministero nel 1997 su un bene confiscato che nel 2000” sarebbe “solo “passato di mano” dallo Stato al Comune”. Secondo la ricorrente sarebbe l’atto di concessione… a regolare interamente il rapporto, concessione che… permette l’utilizzo (del bene) e che a monte ha comparato gli interessi pubblici in gioco legittimando l’utilizzo di un privato nonostante si tratti di un bene indisponibile”; inoltre, sempre ad avviso della ricorrente, il contratto in parola sarebbe stato stipulato “in esecuzione di più provvedimenti amministrativi tutti richiamati in contratto, provvedimenti che statuiscono la durata di anni dieci prorogabili per altri dieci senza specifica disdetta ai sensi della disciplina delle locazioni”.

3. Il terzo motivo è così rubricato “Violazione e falsa applicazione L. n. 575 del 1965, art. 2 undiecies, comma 2, lett. B. Altra violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex artt. 112 c.p.c. Violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

Sostiene la ricorrente che vi sarebbe identità tra la destinazione pubblicistica impressa al bene dal provvedimento del Direttore del Demanio e la destinazione dello stesso bene ad opera della Cooperativa, che vi svolge un servizio di “comunità alloggio per anziani” in base alla convenzione stipulata tra essa e il Comune.

Deduce, altresì, la ricorrente che la concessione-contratto con la clausola di proroga automatica sarebbe stata approvata dall’Amministratore Giudiziario e dal Tribunale penale di Catania e pertanto sarebbe evidente l’affidamento della Cooperativa e dei suoi soci sulla piena efficacia negli anni di una concessione contratto rispettata con diligenza dalla concessionaria e lamenta che la Corte di appello non avrebbe rilevato il comportamento consenziente, tollerante e concludente del Comune di Belpasso che, nonostante il decreto di trasferimento fosse stato notificato al Sindaco nel 2000, sino al 2007 sarebbe rimasto inerte senza chiedere la riconsegna e il rilascio dei beni.

4. Il quarto motivo è così rubricato: “Violazione e falsa applicazione L. n. 575 del 1965, art. 2 undiecies, comma 2, lett. B (altro profilo). Altra violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c.. Violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

La ricorrente sostiene che la L. n. 575 del 1965, art. 2 undiecies, comma 2, lett. b), statuiva “… che la convenzione disciplina la durata… le cause di risoluzione del rapporto e le modalità di rinnovo”, sicchè la legge che ha previsto il potere di sequestro e di confisca autorizza la concessione del bene per una durata discrezionale con il potere di inserire nella concessione la clausola di rinnovo automatico.

Ad avviso della ricorrente la predetta legge, oggi non più in vigore, sarebbe applicabile alla vicenda ratione temporis, trattandosi di contratto prorogato in piena vigenza della stessa.

Peraltro, la Cooperativa evidenzia che la nuova disciplina del codice antimafia, approvato con D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159, all’art. 45 prevede che la tutela dei diritti dei terzi è garantita entro i limiti e nelle forme di cui al titolo 4 e in tale titolo vi è l’art. 52, che prevede che “La confisca non pregiudica i diritti dei terzi che risultano da atti aventi data certa anteriore al sequestro nonchè i diritti reali di garanzia costituiti in epoca anteriore al sequestro”.

La ricorrente sostiene che, essendo questa la tutela ora apprestata dal codice antimafia per i diritti acquisiti dai terzi prima del sequestro, a maggior ragione tale normativa dovrebbe tutelare i diritti dei terzi acquisiti dopo la confisca, come nel caso all’esame, e sollecita “una interpretazione evolutiva allineata alle novelle legislative”.

5. Con il quinto motivo si deduce “Violazione e falsa applicazione L. n. 575 del 1965. Violazione art. 360, comma 1, n. 3. Difetto di legittimazione ad agire del Comune di 1^ grado”.

Assume la ricorrente che: 1) gli assunti in fatto della sentenza impugnata sarebbero erronei, come dimostrerebbe la giurisprudenza citata dalla Corte di merito che riguarderebbe fattispecie relative ad immobili solo sequestrati e oggetto di contratto di locazione o concessione-contratto nelle more del provvedimento di confisca; 2) la giurisprudenza citata nella sentenza impugnata non sarebbe pertinente; 3) la Corte territoriale errerebbe nel ritenere che la confisca effettuata ex L. n. 575 del 1965, comporti sempre un trasferimento a titolo originario, atteso che sussisterebbe un orientamento giurisprudenziale che seguirebbe la tesi del trasferimento a titolo derivativo.

La ricorrente, inoltre, ribadisce che l’immobile de quo dopo la confisca a favore dello Stato sarebbe stato assegnato con concessione-contratto alla cooperativa; dopo tre anni sarebbe stato trasferito in proprietà al Comune, essendo stato sempre utilizzato in conformità della destinazione finale impressa dal Demanio su parere dell’Amministratore Giudiziario; pertanto, ad avviso della ricorrente, l’organo pubblico che gestiva l’immobile nel patrimonio dello Stato, valutati tutti gli interessi collettivi, Io avrebbe concesso con contratto rinnovabile automaticamente senza disdetta da parte dell’Ente Pubblico titolare; la destinazione finale del bene sarebbe stata impressa su conforme parere del Sindaco del Comune di Belpasso, sicchè l’interesse manifestato da tale Ente nei due gradi di merito, volto al rilascio dell’immobile, apparirebbe poco comprensibile, tenuto conto che il Comune potrebbe utilizzare l’immobile solo quale comunità alloggio anziani, con la sola differenza che una nuova assegnazione imporrebbe costi per la gara di appalto oggi, ad avviso della ricorrente, non comprensibili nè sostenibili dalla comunità di Belpasso.

Infine, la ricorrente sostiene che, ai sensi del R.D. n. 2440 del 1923, art. 17, i contratti con la P.A. possano essere conclusi mediante trattativa privata e scambio di corrispondenza e che un contratto con la P.A. possa continuare a produrre effetti nonostante la scadenza originariamente fissata, a condizione che nello stesso sia prevista la clausola automatica di proroga della durata.

6. I motivi secondo, terzo, quarto e quinto, che ben possono essere esaminati congiuntamente, sono tutti inammissibili, per difetto di specificità, non essendo stato in essi riportato il tenore letterale del contratto e degli ulteriori atti in essi richiamati, almeno per quanto rilevante in questa sede.

7. Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

8. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

9. Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida, in Euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di Cassazione, il 16 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 24 settembre 2018

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