Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2240 del 01/02/2010

Cassazione civile sez. III, 01/02/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 01/02/2010), n.2240

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. FINOCCHIARO Mario – Consigliere –

Dott. MASSERA Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 3044/2009 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLE

QUATTRO FONTANE 10, presso lo studio dell’avvocato GHIA LUCIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato SACCONE NICOLA, giusta procura

speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.M., G.R., elettivamente domiciliate in

ROMA, VIALE GIULIO CESARE 14 A-4, presso lo studio dell’avvocato

PAFUNDI GABRIELE, rappresentate e difese dall’avvocato CIANCIARUSO

QUIRINO, giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 3714/2007 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI del

28/11/07, depositata il 17/12/2007;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/12/2009 dal Consigliere Relatore Dott. MASSERA Maurizio;

udito l’Avvocato Saccone Nicola, difensore del ricorrente che si

riporta agli scritti e chiede la trattazione in P.U.;

è presente il P.G. in persona del Dott. SCARDACCIONE Eduardo

Vittorio che nulla osserva rispetto alla relazione scritta;

La Corte:

Letti gli atti depositati.

Fatto

OSSERVA

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Con ricorso notificato il 30 gennaio 2009 P.A. ha chiesto la cassazione della sentenza, non notificata, depositata in data 17 dicembre 2007 dalla Corte d’Appello di Napoli, confermativa della sentenza del Tribunale che, operata parziale compensazione tra i rispettivi crediti conseguenti al cessato contratto di locazione, l’aveva condannato a pagare Euro 7.180,60 in favore di G.R. e B.M., rispettivamente usufruttuaria e proprietaria dell’appartamento oggetto della locazione.

Le intimate hanno resistito con controricorso.

2- Il ricorso è inammissibile per due ordini di ragioni. In primo luogo per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6. E’ orientamento costante (confronta, tra le altre, le recenti Cass. Sez. Un. n. 28547 del 2008; Cass. Sez. 3^ n. 22302 del 2008) che, in tema di ricorso per cassazione, a seguito della riforma ad opera del D.Lgs. n. 40 del 2006, il novellato art. 366 c.p.c., comma 6, oltre a richiedere la “specifica” indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento, pur individuato in ricorso, risulti prodotto. Tale specifica indicazione, quando riguardi un documento prodotto in giudizio, postula che si individui dove sia stato prodotto nelle fasi di merito, e, in ragione dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, anche che esso sia prodotto in sede di legittimità.

In altri termini, il ricorrente per cassazione, ove intenda dolersi dell’omessa o erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere – imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 – di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale e in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione; il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto del documento. La violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile.

Il ricorrente non ha rispettato tali principi per i documenti (lettere scambiate tra le parti e i legali, scrittura privata, ecc.) su cui il ricorso è basato.

3. – In secondo luogo la formulazione dei motivi del ricorso non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366-bis c.p.c.. Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360 c.p.c., per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso.

Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c, introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6, il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella dei 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico- giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione. In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.

Quanto al vizio di motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. Sez. Unite, n. 20603 del 2007).

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1590 c.c. e art. 116 c.p.c.. La censura, intrinsecamente inammissibile poichè prospetta una travisata ricostruzione da parte del giudice d’appello di fatti rilevati ai fini della decisione e si dipana attraverso una serie di riferimenti alle risultanze processuali che il giudice di legittimità non è competente a valutare, si conclude con un quesito inidoneo poichè non postula l’enunciazione di un principio di diritto decisivo della fattispecie ma nel contempo di applicabilità generalizzata, ma si limita a chiedere una valutazione del significato e della rilevanza del comportamento del locatore. Considerazioni del tutto analoghe (si assume che la Corte territoriale ha ignorato le risultanze processuali) valgono per il secondo motivo, mediante il quale il ricorrente ipotizza violazione e falsa applicazione dell’art. 1593 c.c. e art. 116 c.p.c.. Anche questa censura presuppone le inammissibili in questa sede lettura e valutazione delle risultanze processuali e si conclude con un quesito in tema di miglioramenti che prescinde totalmente dalla motivazione della sentenza impugnata.

Con il terzo motivo il P. lamenta violazione degli artt. 1590, 1592 e 1593 c.c.. La censura, in parte ripetitiva, si conclude con un quesito che da per scontato che il locatore abbia accettato e approvato le opere eseguite dal conduttore, circostanza contrastante con le affermazioni contenute nella sentenza impugnata, secondo cui “un consenso alla modifica dell’appartamento non fu prestato dalle locatrici”.

Il quarto motivo attiene alle spese di lite. Il ricorrente ipotizza violazione dell’art. 91 c.p.c. ma chiede alla Corte non di formulare un principio di diritto, ma di valutare la motivata decisione della Corte territoriale, in materia ove ampio è il potere discrezionale del giudice di merito, circa la maggiore o minore fondamento delle rispettiva domande.

4.- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;

Il ricorrente ha presentato memoria ed ha chiesto d’essere ascoltato in camera di consiglio;

Le argomentazioni addotte dal ricorrente non inficiano i rilievi contenuti nella relazione, soprattutto per quanto riguarda il mancato rispetto dell’art. 366 bis c.p.c.;

5.- Ritenuto:

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione;

che pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese seguono la soccombenza;

visti gli artt. 380-bis e 385 c.p.c..

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 1.000,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2010

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