Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22395 del 05/08/2021

Cassazione civile sez. I, 05/08/2021, (ud. 18/12/2020, dep. 05/08/2021), n.22395

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina Anna R. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

E.E., elettivamente domiciliato in Maglie, Corso Cavour, n.

38, presso lo studio dell’avv. Sergio Santese, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE, depositato il 4/2/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/12/2020 dal Cons. Dott. PACILLI GIUSEPPINA ANNA ROSARIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto del 4 febbraio 2019 il tribunale di Lecce ha respinto la domanda di E.E., nativo della (OMISSIS), volta al riconoscimento della protezione internazionale o di quella umanitaria.

Il richiedente ha dichiarato di essere orfano di padre e madre, di essere di fede cristiana cattolica, e di avere lasciato il suo Paese perché temeva di subire la stessa sorte dei suoi genitori e di sua sorella, che erano morti, avvelenati dalla prima moglie del padre, che aveva operato un maleficio e sarebbe stata riconosciuta colpevole della morte dal capo del villaggio.

In estrema sintesi, il tribunale pugliese ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato in favore del richiedente, non integralmente credibili le sue dichiarazioni e, comunque, i motivi, addotti a sostegno delle sue richieste, inidonei a consentirne l’accoglimento.

Avverso il descritto decreto E.E. ricorre per cassazione affidandosi a due motivi, mentre il Ministero dell’Interno non si è costituito ritualmente.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Le formulate doglianze prospettano, rispettivamente:

I) violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8 e dell’art. 4, comma 3 direttiva 2004/83/CE. Secondo il ricorrente, il tribunale avrebbe violato l’obbligo di attivare i suoi poteri officiosi, che gli imponevano di cooperare nell’accertamento delle condizioni richieste per l’accoglimento della domanda di protezione internazionale;

II) violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, e vizi della motivazione con riguardo al mancato riconoscimento della protezione umanitaria.

Premesso che il requisito della vulnerabilità può ravvisarsi anche laddove si possa presumere che, se costretto a far rientro nel suo paese, lo straniero vedrebbe compromessi la sua dignità e il suo diritto a un’esistenza libera e dignitosa, il ricorrente ha affermato che il tribunale non avrebbe adeguatamente comparato, anche attraverso l’audizione, l’integrazione, raggiunta in Italia dal richiedente, che da gennaio 2019 percepisce emolumenti netti di Euro 600,00 mensili e vive in una casa concessagli in comodato gratuito dal suo datore di lavoro, e le condizioni in cui verrebbe a trovarsi in caso di rientro.

2. Premesso che è irricevibile la documentazione depositata nell’interesse del ricorrente in violazione dell’art. 372 c.p.c., deve rilevarsi che il primo motivo del ricorso è inammissibile.

Il Tribunale pugliese, dopo aver delineato il quadro legislativo regolante il riconoscimento dello status di rifugiato, correttamente richiamando, in proposito, gli artt. 10 Cost., D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. e) ed I, ed art. 11 (attuativo della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata con L. n. 722 del 1954) e le direttive comunitarie in materia (tra cui quella n. 2004/83), ed aver specificamente indicato quali sono, alla stregua dell’art. 5 citato D.Lgs., i soggetti da cui dovrebbero provenire le persecuzioni di cui al menzionato art. 2, ha osservato che “i fatti narrati dal richiedente non attengono a persecuzioni per motivi di razza, nazionalità, religione, opinioni politiche o appartenenza ad un gruppo sociale e, pertanto, anche qualora veritieri, non integrerebbero gli estremi per il riconoscimento dello status di rifugiato”.

In base ad un consolidato e condiviso indirizzo di questa Corte il dovere di cooperazione istruttoria del giudice si concretizza in presenza di allegazioni del richiedente precise, complete, circostanziate e credibili, e non invece generiche, non personalizzate, stereotipate, approssimative e, a maggior ragione, non credibili. Compete insomma all’interessato innescare l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria attraverso – in primis l’allegazione di situazioni sussumibili in quelle previste dalla normativa (vedi, per tutte: Cass. 12 giugno 2019, n. 15794).

Nella specie, come si è detto, il tribunale ha affermato che neppure sul piano delle allegazioni il ricorrente aveva indicato di versare in una situazione meritevole dell’invocata protezione, sicché nessun dovere di cooperazione può dirsi innescato.

3. Il secondo motivo è inammissibile.

Il giudice di merito ha ritenuto di non procedere all’audizione poiché ha considerato che non sussisteva alcuna delle condizioni richieste dal D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35 bis, comma 10. Ha aggiunto che non erano stati rappresentati fattori soggettivi di vulnerabilità, atteso che il richiedente aveva dichiarato di avere in (OMISSIS) sempre lavorato come vetraio e non aveva rappresentato difficoltà economiche o privazione di diritti fondamentali. Il Tribunale ha rimarcato che, “ad un esame specifico e attuale della sua situazione soggettiva e oggettiva con riferimento al suo Paese di origine, in comparazione con la sua integrazione e le condizioni di vita in Italia, non caratterizzate neppure da stabili mezzi di sussistenza, non può ritenersi che il rimpatrio possa determinare la privazione dell’esercizio di un nucleo di diritti umani, costitutivo dello statuto di dignità personale”.

E’ evidente, dunque, che il motivo in scrutinio si sostanzia in una mera prospettazione di merito, come tale inammissibile.

4. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, in assenza di rituale costituzione del Ministero.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali per il versamento dell’ulteriore contributo, così come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Prima civile della Corte Suprema di cassazione, il 18 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2021

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