Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22394 del 05/08/2021

Cassazione civile sez. I, 05/08/2021, (ud. 18/12/2020, dep. 05/08/2021), n.22394

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina Anna R. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

B.B., elettivamente domiciliato in Maglie, Corso Cavour, n. 38,

presso lo studio dell’avv. Sergio Santese, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno;

– RESISTENTE –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE, depositato il 3/1/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/12/2020 dal Cons. Dott. PACILLI GIUSEPPINA ANNA ROSARIA

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto del 3 gennaio 2019 il Tribunale di Lecce ha respinto la domanda di B.B., nativo del (OMISSIS), volta al riconoscimento della protezione internazionale o di quella umanitaria.

Il richiedente ha dichiarato di avere lasciato il suo Paese, in quanto dopo la morte della madre, il padre, spinto dalla seconda moglie, lo aveva trascurato e costretto a lavorare nonostante la giovane età. In estrema sintesi, il Tribunale pugliese ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato in favore del richiedente, non integralmente credibili le sue dichiarazioni e, comunque, i motivi, addotti a sostegno delle sue richieste, inidonei a consentirne l’accoglimento.

Avverso il descritto decreto B.B. ricorre per cassazione affidandosi a tre motivi, mentre il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Le formulate doglianze prospettano, rispettivamente:

I) violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8 e art. 4, comma 3 direttiva 2004/83/CE. Secondo il ricorrente, il tribunale avrebbe violato l’obbligo di attivare i suoi poteri officiosi, che gli imponevano di cooperare nell’accertamento delle condizioni richieste per l’accoglimento della domanda di protezione internazionale;

II) violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. g), nonché art. 14 e vizi della motivazione in ordine al mancato riconoscimento della protezione sussidiaria. Il tribunale avrebbe erroneamente ritenuto non attendibile il ricorrente e non avrebbe fatto riferimento concreto alla situazione del paese di origine;

III) violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, e vizi della motivazione con riguardo al mancato riconoscimento della protezione umanitaria.

Premesso che il requisito della vulnerabilità può ravvisarsi anche laddove si possa presumere che, se costretto a far rientro nel suo paese, lo straniero vedrebbe compromessi la sua dignità e il suo diritto a un’esistenza libera e dignitosa, il ricorrente ha affermato che il tribunale non avrebbe spiegato le ragioni per cui il richiedente, ove fosse rimpatriato, non correrebbe il rischio di subire torture o altre forme di trattamenti inumani o degradanti ovvero di correre un pericolo di vita o incolumità fisica; il medesimo tribunale, poi, non avrebbe addotto alcuna motivazione sull’integrazione raggiunta in Italia e sulle condizioni in cui verrebbe a trovarsi in caso di rientro.

2. Il primo motivo è inammissibile.

Il tribunale pugliese ha osservato che “i fatti narrati dal richiedente non attengono a persecuzioni per motivi di razza, nazionalità, religione, opinioni politiche o appartenenza ad un gruppo sociale e pertanto – anche qualora veritieri – non integrerebbero gli estremi per il riconoscimento dello status di rifugiato”.

Deve rilevarsi che, in base ad un consolidato e condiviso indirizzo di questa Corte, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice si concretizza in presenza di allegazioni del richiedente precise, complete, circostanziate e credibili, e non invece generiche, non personalizzate, stereotipate, approssimative e, a maggior ragione, non credibili. Compete insomma all’interessato innescare l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria attraverso – in primis l’allegazione di situazioni sussumibiii in quelle previste dalla normativa (vedi, per tutte: Cass. 12 giugno 2019, n. 15794).

Nella specie, come si è detto, il tribunale ha affermato che neppure sul piano delle allegazioni il ricorrente aveva indicato di versare in una situazione meritevole dell’invocata protezione, sicché nessun dovere di cooperazione può dirsi innescato.

3. Il secondo motivo è inammissibile.

Il giudice di merito ha ritenuto che i fatti narrati dal richiedente non integrano il pericolo di un danno grave come definito dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) o b), tenuto conto del fatto che la minaccia proverrebbe da un ente non statale e non è stato fornito il minimo elemento che porti a ritenere l’incapacità o la non volontà dello stato (OMISSIS) o di altre autorità locali di offrire protezione. Già sul piano delle allegazioni la domanda non indica i presupposti richiesti per l’accoglimento della domanda di protezione.

Quanto al riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) il Tribunale leccese, sulla base di fonti aggiornate, ha rilevato che nel paese del richiedente non si riscontrano conflittualità tali da giustificare la concessione della protezione sussidiaria.

Questo accertamento costituisce un’indagine di fatto che può esser censurata in sede di legittimità nei limiti consentiti dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: il che non è stato fatto, sicché l’odierna doglianza deve reputarsi come semplicemente finalizzata a sovvertirne l’esito.

4. Anche il terzo motivo, relativo al mancato accoglimento dell’istanza di protezione umanitaria, è inammissibile.

Il Tribunale di Lecce ha ritenuto che i fatti narrati non consentono di ritenere accertato che il richiedente versi in una situazione di vulnerabilità giustificante il ricorso alla misura invocata.

Già sul piano delle allegazioni il motivo è dunque generico e si sostanzia in una mera prospettazione di merito, come tale inammissibile.

5. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, in assenza di costituzione del Ministero.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali per il versamento dell’ulteriore contributo, così come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Prima civile della Corte Suprema di cassazione, il 18 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2021

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