Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22393 del 05/08/2021

Cassazione civile sez. I, 05/08/2021, (ud. 18/12/2020, dep. 05/08/2021), n.22393

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina Anna R. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

K.S., elettivamente domiciliato in Maglie, Corso Cavour, n.

38, presso lo studio dell’avv. Sergio Santese, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE, depositato il 18/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/12/2020 dal Cons. Dott. PACILLI GIUSEPPINA ANNA ROSARIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto del 18 ottobre 2018 il tribunale di Lecce ha respinto la domanda di K.S., nativo del (OMISSIS), volta al riconoscimento della protezione internazionale o di quella umanitaria.

Il richiedente ha dichiarato di avere lasciato il suo Paese perché c’era la guerra ed erano state uccise molte persone.

In estrema sintesi, il tribunale pugliese ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato in favore del richiedente, non integralmente credibili le sue dichiarazioni e, comunque, i motivi, addotti a sostegno delle sue richieste, inidonei a consentirne l’accoglimento.

Avverso il descritto decreto K.S. ricorre per cassazione affidandosi a tre motivi, mentre il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente ha dedotto i seguenti motivi:

I) violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8 e art. 4, comma 3 direttiva 2004/83/CE. Secondo il ricorrente, il tribunale avrebbe violato l’obbligo di attivare i suoi poteri officiosi, che gli imponevano di cooperare nell’accertamento delle condizioni richieste per l’accoglimento della domanda di protezione internazionale;

II) violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. g), nonché art. 14 e vizi della motivazione in ordine al mancato riconoscimento della protezione sussidiaria. Il tribunale non avrebbe considerato che esiste un conflitto armato, ai fini dell’applicazione delle disposizioni in questione, anche quando le forze governative di uno Stato si scontrano con uno o più gruppi armati o quando due o più gruppi armati si scontrano tra loro. Il tribunale, inoltre, non avrebbe fatto riferimento concreto alla situazione del paese di origine del richiedente;

III) violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, e vizi della motivazione con riguardo al mancato riconoscimento della protezione umanitaria.

Premesso che il requisito della vulnerabilità può ravvisarsi anche laddove si possa presumere che, se costretto a far rientro nel suo paese, lo straniero vedrebbe compromessi la sua dignità e il suo diritto a un’esistenza libera e dignitosa, il ricorrente ha affermato che il tribunale non avrebbe spiegato le ragioni per cui il richiedente, ove fosse rimpatriato, non correrebbe il rischio di subire torture o altre forme di trattamenti inumani o degradanti ovvero di correre un pericolo di vita o incolumità fisica; il medesimo tribunale, poi, non avrebbe addotto alcuna motivazione sull’integrazione raggiunta in Italia e sulle condizioni in cui verrebbe a trovarsi in caso di rientro.

2. Il primo motivo è inammissibile.

Il tribunale pugliese ha affermato che il richiedente non aveva evidenziato situazioni personali ma aveva fatto riferimento alla situazione del (OMISSIS), sicché erano da rigettare le domande di riconoscimento dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b).

A fronte di siffatte argomentazioni deve ricordarsi che questa Corte ha già affermato che la valutazione del giudice in merito al riconoscimento della protezione internazionale o umanitaria deve prendere le mosse da una versione precisa e credibile, se pur sfornita di prova (perché non reperibile o non richiedibile), della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è indispensabile perché il giudice debba dispiegare il suo intervento istruttorio ed informativo officioso sulla situazione persecutoria, addotta nel Paese di origine (Cass. 16925/2018; Cass. 5224/2013).

3. Il secondo motivo è inammissibile.

Quanto al riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), il tribunale leccese ha rilevato che, nel paese del richiedente, la situazione, pur caratterizzata da instabilità e in alcuni casi da scontri tra fazioni opposte, non è tale da far ritenere sussistente un conflitto generalizzato.

Questo accertamento costituisce un’indagine di fatto che può essere censurata in sede di legittimità nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: il che non è stato fatto, sicché l’odierna doglianza è tesa solo a sovvertirne l’esito.

4. Anche il terzo motivo, relativo al mancato accoglimento dell’istanza di protezione umanitaria, è inammissibile.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte la valutazione in ordine alla protezione umanitaria deve essere autonoma, nel senso che il diniego di riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie non può conseguire automaticamente dal rigetto delle altre domande di protezione internazionale, essendo necessario che l’accertamento sia fondato su uno scrutinio avente ad oggetto l’esistenza delle condizioni di vulnerabilità, che ne integrano i requisiti (Cass. n. 28990/2018). Ciò nondimeno il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato ed il potere istruttorio ufficioso può esercitarsi solo in presenza di allegazioni specifiche sui profili concreti di vulnerabilità (Cass. n. 27336/2018).

Nel caso di specie, il ricorrente non ha assolto all’onere a suo carico, avendo sostanzialmente richiamato i principi che regolano la materia e non avendo dedotto una situazione di vulnerabilità individualizzata e specifica.

5. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, in assenza di costituzione del Ministero.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali per il versamento dell’ulteriore contributo, così come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione Prima civile della Corte Suprema di cassazione, il 18 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2021

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