Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22391 del 04/11/2016


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Cassazione civile sez. VI, 04/11/2016, (ud. 16/09/2016, dep. 04/11/2016), n.22391

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14322/2015 proposto da:

R.A., R.R., elettivamente domiciliati in ROMA

PIAZZA CAVOUR presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi

dall’Avvocato DONATELLA PLICATO, giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

M.O., elettivamente domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’Avvocato

PATRIZIA TULLI, giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3964/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

emessa e depositata il 06/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/09/2016 dal Consigliere Malore Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO;

udito l’Avvocato Roberto Eufrate (delega verbale Avvocato Donatella

Plicato), per i ricorrenti, che si riporta agli atti.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

E’ stata depositata la seguente relazione.

“1. M.O. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Monza, R.A. e R., rispettivamente ex marito e figlio, chiedendo che fossero dichiarati inefficaci nei suoi confronti, ai sensi dell’art. 2901 c.c., due atti di donazione immobiliare compiuti dal padre in favore del figlio, siccome pregiudizievoli del suo diritto a percepire l’assegno di mantenimento in qualità di ex coniuge.

Si costituirono i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda.

Il Tribunale accolse la domanda, dichiarò inefficaci le donazioni e condannò i convenuti al pagamento delle spese di giudizio.

2. La pronuncia è stata appellata dai convenuti soccombenti e la Corte d’appello di Milano, con sentenza del 6 novembre 2014, ha respinto l’appello, confermando la sentenza del Tribunale e condannando gli appellanti alla rifusione delle ulteriori spese del grado.

3. Contro la sentenza d’appello ricorrono R.A. e R. con unico atto affidato a cinque motivi.

Resiste M.O. con controricorso.

4. Osserva il relatore che il ricorso può essere trattato in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c., in quanto appare destinato ad essere dichiarato infondato.

5. Il primo ed il secondo motivo di ricorso denunciano violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c. e dell’art. 295 c.p.c., sul rilievo che, essendo ancora pendente il giudizio per la determinazione dell’assegno di divorzio, il presente giudizio avrebbe dovuto essere sospeso per pregiudizialità.

5.1. Il motivo non è fondato.

La Corte d’appello ha sul punto correttamente richiamato l’orientamento di questa Corte secondo il quale il credito litigioso, che trovi fonte in un atto illecito o in un rapporto contrattuale contestato in separato giudizio, è idoneo a determinare l’insorgere della qualità di creditore abilitato all’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria avverso l’atto dispositivo compiuto dal debitore, sicchè il relativo giudizio non è soggetto a sospensione necessaria in rapporto alla pendenza della controversia sul credito da accertare e per la cui conservazione è stata proposta domanda revocatoria, poichè l’accertamento del credito non costituisce l’indispensabile antecedente logico-giuridico della pronuncia sulla domanda revocatoria, nè può ipotizzarsi un conflitto di giudicati tra la sentenza che dichiari inefficace l’atto di disposizione e la sentenza negativa sull’esistenza del credito (così, da ultimo, la sentenza 10 febbraio 2016, n. 2673, in linea con una giurisprudenza consolidata che trova il proprio antecedente nella sentenza delle Sezioni Unite 18 maggio 2004, n. 9440).

6. Il terzo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c., sul rilievo dell’erronea valutazione di sussistenza dell’eventus damni.

6.1. Il motivo non è fondato.

La Corte d’appello ha dato ampiamente conto delle ragioni per le quali R.A. era divenuto, a causa delle impugnate donazioni, sostanzialmente nullatenente.

La giurisprudenza di questa Corte, del resto, ha affermato che il presupposto dell’azione revocatoria non è costituito solo dalla totale compromissione della consistenza del patrimonio del debitore, ma anche dal compimento di un atto che renda più incerta o difficile la soddisfazione del credito (sentenza 3 febbraio 2015, n. 1902); come pure ha affermato che è onere del debitore, per sottrarsi agli effetti di tale azione, provare che il suo patrimonio residuo sia tale da soddisfare ampiamente le ragioni del creditore (sentenza 29 marzo 2007, n. 7767).

7. Il quarto motivo di ricorso denuncia omesso esame di un fatto decisivo della controversia, rilevando che la Corte d’appello non avrebbe valutato la possibilità, trattandosi di due atti di donazione, di dichiararne inefficace soltanto uno.

7.1. Il motivo è inammissibile, poichè di tale circostanza la sentenza si è occupata, sicchè nessun omesso esame è ravvisabile.

8. Il quinto motivo di ricorso denuncia omesso esame di un fatto decisivo della controversia, costituito dall’elemento soggettivo del consilium fraudis in capo ad R.A..

8.1. Il motivo è inammissibile, perchè la sentenza impugnata ha dato conto delle ragioni dalle quali doveva trarsi la certezza di tale elemento, aggiungendo che, poichè si trattava di atti a titolo gratuito, non era necessaria l’intenzione di nuocere al creditore, ma solo la consapevolezza del pregiudizio allo stesso arrecato. Nessuna omissione, pertanto, è ravvisabile.

9. Si ritiene, pertanto, che il ricorso vada trattato in camera di consiglio per essere rigettato”.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. I ricorrenti hanno depositato una memoria tardiva alla trascritta relazione.

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, ritiene il Collegio di condividere i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione medesima e di doverne fare proprie le conclusioni.

2. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna dei ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono inoltre le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 6.200, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo) a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 16 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2016

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