Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22373 del 26/09/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 26/09/2017, (ud. 01/03/2017, dep.26/09/2017),  n. 22373

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13180/2012 proposto da:

L.I. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA LEDRO 9, presso lo studio dell’avvocato LUCA LEONE, che la

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

B.V. C.F. (OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 3920/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/05/2011 r.g.n. 11335/2007.

La corte esaminati gli atti e sentito il consigliere relatore Dr.

Federico De Gregorio.

Fatto

RILEVATO

che con ricorso per cassazione del 22 maggio 2012 L.I. ha impugnato la sentenza del 4 – 23 maggio 2011, con la quale la Corte d’Appello di ROMA aveva respinto il gravame interposto dalla stessa ricorrente avverso la pronuncia di rigetto della domanda di pagamento, relativo a pretese differenze retributive, emessa dal locale giudice del lavoro nei confronti della convenuta, rimasta contumace in primo ed in secondo grado, B.V., laddove era stata esclusa la sussistenza dell’asserito rapporto di lavoro subordinato come segretaria alle dipendenze di quest’ultima dal 15 gennaio 1997 sino al 30 aprile 2001 per difetto di adeguati elementi probatori a sostegno dell’azionata pretesa creditoria; che il ricorso per cassazione è affidato a due motivi: il primo per la denunciata violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ed il secondo, ex art. 360 c.p.c., comma 5, n. 5, per la dedotta motivazione omessa, carente, contraddittoria e illogica circa fatti controversi e decisivi per il giudizio, costituiti dalla ricorrenza dei presupposti della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra le parti; che B.V. è rimasta intimata, non avendo svolto alcuna difesa nel proprio interesse;

che il Pubblico Ministero non ha presentato requisitorie e che non risulta depositata alcuna memoria da parte ricorrente, nonostante il tempestivo avviso loro dato.

Diritto

CONSIDERATO

che la Corte capitolina ha distinto in due periodi l’arco di tempo dedotto dall’attrice: il primo, da maggio 1997 a tutto ottobre 1999, e il secondo dal due novembre 1999 al 30 aprile 2001, durante il quale la ricorrente per sua stessa ammissione venne formalmente assunta dal dr. A. (indicato come compagno della convenuta), ma rimasto estraneo al giudizio;

che quindi secondo l’impugnata sentenza, relativamente al primo periodo, la teste P. si era riferita però all’anno gennaio 2000, mentre la teste D.G. nulla aveva saputo dichiarare per conoscenza diretta, mentre il teste M. aveva in ogni caso dichiarato una frequenza saltuaria, quindicinale, senza precisare nulla circa gli orari osservati dalla L., nè tanto meno riguardo alla retribuzione o all’assoggettamento a controllo e/o a direttive;

che ad avviso dei giudici di appello la mera contumacia e la mancata risposta all’interrogatorio formale non integravano elementi probatori sufficienti a sostenere le tesi di parte attrice, così come i documenti, individuati di epoca anteriore all’assunzione da parte del Dr. A. (due nov. 1999, che non dimostravano in alcun modo l’esistenza della subordinazione, con orari prestabiliti ed un compenso fisso);

che parimenti non risultava provata l’ipotizzata interposizione fittizia di persona, con riferimento al tempo successivo (novembre 1999 – aprile 2001), visto che dalla relativa documentazione emergeva soltanto che la ricorrente aveva lavorato per un centro medico-professionale, al quale collaborava certamente pure la B., ma non anche che costei fosse la vera datrice di lavoro della L. (anche le annotazioni relative al computo di lavoro straordinario per la ricorrente ” I.”, così come le esortazioni ad utilizzare nella corrispondenza modalità meno aggressive con alcuni destinatari o a parlare con la stessa B. non avvaloravano la tesi della ricorrente; nè la sola contumacia della convenuta e la sua mancata risposta all’interrogatorio formale – non supportate da altri elementi di prova, seri e convincenti – potevano operare a sostegno della tesi dell’attrice);

rilevato, quindi, che con il ricorso de quo si censurano in effetti, attraverso la contestata motivazione, le valutazioni operate dai giudici di merito in ordine alle vantate pretese creditorie, però con esito negativo;

che infatti con il primo motivo la L. assume una valutazione parcellizzata delle acquisite risultanze istruttorie, da valutarsi invece complessivamente ed unitariamente, peraltro omettendo di riprodurre sufficientemente il testo dei documenti all’uopo ivi citati, mentre con il secondo, concernente il preteso vizio di motivazione, si contestano le valutazioni e gli apprezzamenti operati dai giudici di appello soprattutto circa il contenuto delle menzionate deposizioni testimoniali, sintetizzando poi al massimo la deposizione della teste P., con riferimento all’anno 2000, relativamente al secondo periodo (nov. 1999 – aprile 2001), la cui dichiarazione per questo tempo successivo era stata pretermessa dalla Corte d’Appello, peraltro senza mai negare il fatto che per sua stessa ammissione era stata assunta in data 2-11-1999 dal Dr. A.D.E., omeopata;

rilevato, pertanto che, come si evince agevolmente dall’articolata motivazione dell’impugnata sentenza, i giudici di merito hanno esaurientemente esaminato le acquisite risultanze istruttorie, apprezzandole quindi con più che sufficienti e lineari argomentazioni, poi sfociate nella conseguente decisione, sicchè in sede di legittimità, nell’ambito della c.d. critica vincolata, nei limiti rigorosamente fissati dall’art. 360 c.p.c., non è consentito a questa Corte alcun riesame dei fatti, laddove come nella specie non si riscontrino specifici errori di diritto rilevabili nella pronuncia de qua, peraltro neanche adombrati dalla ricorrente (cfr. Cass. n. 25332 del 28/11/2014: la Corte di Cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione, che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa; ne deriva che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti.

V. altresì Cass. 2^ civ. n. 24434 del 30/11/2016, secondo cui in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità. Conforme Cass. n. 14267 del 2006); che, a ben vedere, parte ricorrente tenta di sminuire quanto in punto di fatto accertato dai giudici di appello in primo e secondo grado, sulla scorta dei richiamati documenti e testimonianze, giudicati però insufficienti, sotto il profilo probatorio, a supportare la domanda della lavoratrice;

che, in relazione alla censurata motivazione, la doglianza si esaurisce in un mero dissenso rispetto a quanto diversamente opinato, in punto di fatto, dai giudici di merito, come tale non rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (secondo il testo ratione temporis applicabile, D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, ex art. 2, “per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio”, rimasto in vigore sino alla sua sostituzione operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134); che, invero, il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste soltanto se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (Cass. lav. n. 27162 del 23/12/2009. Analogamente, v. Cass. lav. n. 6288 del 18/03/2011.

V. tra l’altro Cass. lav. n. 7394 del 26/03/2010, secondo cui è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, qualora esso intenda far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, prospetti un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione citata. In caso contrario, infatti, tale motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione. Conforme Cass. n. 6064 del 2008.

V. pure Cass. 1^ civ. n. 1754 del 26/01/2007: il vizio di motivazione che giustifica la cassazione della sentenza sussiste solo qualora il tessuto argomentativo presenti lacune, incoerenze e incongruenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico posto a fondamento della decisione impugnata, restando escluso che la parte possa far valere il contrasto della ricostruzione con quella operata dal giudice di merito e l’attribuzione agli elementi valutati di un valore e di un significato difformi rispetto alle aspettative e deduzioni delle parti. In senso conforme, Cass. lav. n. 11660 e n. 11670 del 18/05/2006, n. 3881 del 22/02/2006, nonchè Cass. 3civ. n. 3928 del 31/03/2000.

Cfr. altresì Cass. civ. sez. 6-5, ordinanza n. 91 del 07/01/2014, secondo cui il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in un nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Ne consegue che, ove la parte abbia dedotto un vizio di motivazione, la Corte di cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, nè porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito. Conformi nn. 15489 del 2007 e 5024 del 2012.

Inoltre, Cass. 5 civ. n. 2805 del 05/02/2011 ha precisato che il motivo di ricorso con cui ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, così come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2 – si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, deve specificamente indicare il “fatto” controverso o decisivo in relazione al quale la motivazione si assume carente, dovendosi intendere per “fatto” non una “questione” o un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 c.c., o anche un fatto secondario, cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale, purchè controverso e decisivo);

che pertanto il ricorso va disatteso, ma senza conseguente condanna della parte rimasta soccombente alle spese, essendo la controparte rimasta intimata e senza lo svolgimento di alcuna difesa nel proprio interesse;

ritenuto, infine, che non sussistono la condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, ratione temporis inapplicabile nella specie, trattandosi di ricorso risalente all’anno 2012.

PQM

 

la corte RIGETTA il ricorso.

Così deciso in Roma, il 1 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 26 settembre 2017

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