Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22365 del 05/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 05/08/2021, (ud. 14/01/2021, dep. 05/08/2021), n.22365

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7758-2019 proposto da:

C.F., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato CARLO MANCUSO;

– ricorrente –

contro

CA.PA.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 664/2018 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 21/12/2018 R.G.N. 293/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/01/2021 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. il Tribunale di Salerno aveva rigettato l’opposizione proposta da Ca.Pa. avverso il provvedimento monitorio del 25 settembre 2015, con il quale era stata ingiunto il pagamento, in favore di C.F., della residua somma ancora dovuta pari ad Euro 14.118,31 per trattamento di fine rapporto e retribuzioni maturate e non corrisposte da parte del datore di lavoro, titolare di uno studio notarile;

2. con sentenza del 21.12.2018, la Corte d’appello di Salerno, in accoglimento del gravame proposto dal Ca. ed in riforma dell’impugnata decisione, accoglieva l’opposizione proposta dal predetto e, per l’effetto, revocava il decreto ingiuntivo opposto;

3. la Corte distrettuale, per quel che rileva nella presente sede, evidenziava come il credito a titolo di t.f.r. invocato dalla C. discendeva dalla differenza tra quanto indicato nel CUD 2015 e l’ultima busta paga ricevuta dal datore del luglio 2015, ma che tale operazione non era condivisibile, in primo luogo perché il CUD costituiva un documento valevole a fini fiscali, che non attestava le somme dovute al dipendente dal proprio datore di lavoro, in quanto costituiva un mero atto ricognitivo delle somme maturate al lordo fino al periodo di emissione e presentava esclusivamente l’ammontare del TFR lordo maturato fino al 31.12.2014, rivelandosi deficitario in relazione a quanto ancora maturato nel prosieguo del rapporto sino alla sua cessazione del 1.7.2015;

4. osservava che la busta paga del luglio 2015, consegnata dal datore di lavoro ed esibita dalla lavoratrice quale indice del differenziale non erogatole a titolo di t.f.r., presentava, oltre ai ratei di ferie non godute, r.o.l., tredicesima e quattordicesima, un TFR pari ad Euro 31.670,96, ossia maggiore di quello indicato nel CUD 2015 proprio in quanto espressivo di una sommatoria tra il TFR indicato nel documento fiscale ed i ratei per lo stesso titolo maturati successivamente al 31.12.2014;

5. alla stregua di ciò, la Corte distrettuale riteneva che il TFR spettante fosse quello indicato nella busta paga non contestata e che il minore importo erogato dal datore di lavoro con bonifico bancario del 31.7.2015, avente quale causale “busta paga luglio 2015 e trattamento di fine rapporto”, corrispondeva al netto della busta paga allegata e dipendeva, altresì, dalla trattenuta di Euro 11.792,79 a titolo di indennità di mancato preavviso per le dimissioni volontarie rassegnate in data 1.7.2015 dalla lavoratrice;

6. aggiungeva che tale circostanza risultava pacifica per non avere l’appellata presentato alcuna eccezione al riguardo, neanche nel giudizio di opposizione; peraltro, alla comunicazione delle dimissioni per giusta causa aveva fatto seguito, in data 9.7.2015, l’invito rivolto alla lavoratrice ad avviare la procedura di convalida delle stesse presso la D.T.L. di Salerno, convocazione cui era risultato tuttavia presente solo il solo datore, ciò che rendeva incontestato l’an ed il quantum dell’indennità di mancato preavviso, rispetto alla quale la ricorrente, nella veste di appellata, non aveva mosso contestazione alcuna a proprio credito;

7. ad ulteriore suffragio dell’incontestata volontarietà del recesso veniva evidenziato che nel modello UNILAV, prodotto dal Ca., le dimissioni erano indicate quale motivo di cessazione del rapporto ed il documento non era stato contestato dalla lavoratrice, che ne aveva fatto proficuo utilizzo mediante richiesta all’INPS dell’indennità di disoccupazione cd. NASPI, ottenuta il 20.11.2015; le dimissioni in tal modo rassegnate e non convalidate offrivano pertanto sostanziali ragioni per confermare la spettanza in favore del datore di lavoro, ai sensi dell’art. 2119 c.c., dell’indennità sostitutiva del preavviso nella misura indicata in busta paga e non contestata;

8. di tale decisione domanda la cassazione la C., affidando l’impugnazione a due motivi, illustrati nella memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis. 1 c.p.c.; il Ca. è rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo, la C. denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 345 e 437 c.p.c., in relazione agli artt. 1218 e 1219 c.c., alla L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 4 ed a tutte le altre norme desumibili dall’articolazione del motivo, adducendo che solo innanzi alla Corte d’appello e per la prima volta l’appellante abbia specificamente ed espressamente formulato domanda affinché le dimissioni fossero qualificate come “volontarie”, con conseguente illegittimità della trattenuta stipendiale a titolo di indennità di mancato preavviso operata dal datore di lavoro;

2. con il secondo motivo, la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2118 e 2119 c.c., della L. n. 92 del 2012, art. 4, commi 17, 18 22, e di tutte le altre norme desumibili dal contenuto del motivo, assumendo che dalle norme che regolano la fattispecie sia desumibile che le dimissioni per giusta causa sottoscritte dalla lavoratrice in data I luglio 2015 abbiano acquistato efficacia in virtù della mancata adesione all’invito operato a mezzo lettera racc.ta A.R. del 10 luglio 2015, da parte del datore di lavoro;

2.1. la C. sostiene che di nessun pregio ai fini della convalida e consequenziale efficacia delle dimissioni sia la convocazione del lavoratore e del datore da parte della D.P.L. di Salerno per il giorno 6 ottobre 2015, avendo questa ad oggetto “convocazione per il tentativo di conciliazione monocratica D.Lgs. n. 124 del 2004, ex art. 11, comma 1 a seguito di richiesta di intervento ispettivo”;

2.2. evidenzia come il Collegio salernitano abbia male applicato le norme richiamate allorché ha attribuito all’inerzia della lavoratrice, rispetto all’invito per la convalida formulato dal datore di lavoro, il significato di considerare avveratasi la condizione di recesso dal rapporto di lavoro ma non per la volontà manifestata con propria missiva del 1 luglio 2015 (giusta causa), quanto piuttosto per volontà ad nutum, come inopinatamente ed arbitrariamente assunto dal datore di lavoro, con l’invio della busta paga contenente la trattenuta per mancato preavviso ed il successivo atto di opposizione a decreto ingiuntivo;

2.3. assume che anche attraverso un comportamento concludente essa ricorrente aveva ampiamente manifestato la propria volontà di interrompere il rapporto di lavoro a causa di un palese inadempimento contrattuale;

3. in ordine al primo motivo, è sufficiente osservare che nello stesso ricorso per cassazione la ricorrente, a pag. 4, riporta il contenuto del ricorso in opposizione laddove si evidenziava come la ricorrente avesse agito in via monitoria reputando aprioristicamente le sue dimissioni come sorrette da giusta causa, “eleggendosi a Giudice del suo caso, nel mentre avrebbe dovuto prima chiedere l’accertamento della causa delle sue dimissioni, di poi, ottenuta una sentenza che statuiva la giusta causa delle sue dimissioni, avrebbe potuto pretendere la differenza del TFR oggi richiesto…”. Pertanto, ad onta di quanto evidenziato nel motivo di ricorso, la questione della qualificazione delle dimissioni era stata posta, sia pure al fine di dimostrare l’inesigibilità del credito azionato in via monitoria;

4. più complessa è la questione affrontata nel secondo motivo, dovendo al riguardo rilevarsi che quella relativa al significato attribuibile al comportamento della lavoratrice è una ricostruzione meramente contrappositiva rispetto a quella effettuata dalla Corte distrettuale, che non trova legittimazione in sede di legittimità per contrastare validamente le argomentazioni che sostengono il decisum della sentenza impugnata;

4.1. la tesi secondo cui l’inerzia rispetto all’invito a convalidare le dimissioni abbia indotto la Corte del merito a mutare il titolo delle stesse non è condivisibile, perché altre sono le ragioni del decidere, come evidenziato nella parte espositiva riguardante le motivazioni della decisione oggetto della presente impugnazione (mancata contestazione del credito vantato dal Ca. ed indicazione delle dimissioni nel modello UNILAV prodotto dal Ca. e posto dalla lavoratrice a fondamento della richiesta all’INPS dell’indennità di disoccupazione); tali rationes decidendi non risultano specificamente censurate, sicché non trova spazio la critica nei termini in cui è formulata, in mancanza di ogni contestazione riferita alla interpretazione del modello prodotto e della trascrizione anche del testo della convocazione dinanzi alla DTL, che si assume essere relativa ad altra fattispecie, risultando indicato in modo affatto generico soltanto il numero del documento, senza precisazione del fascicolo di parte e della fase del giudizio in cui sarebbe avvenuto il deposito dello stesso (cfr., tra le più recenti Cass. nn. 195 del 2016, 21554 del 2017, 28893 del 2019; 31396 del 2019);

4.2. va rilevato come, a seguito della promulgazione della L. n. 92 del 2012, entrata in vigore il 18.7.2012, l’efficacia delle dimissioni è oggi subordinata al rispetto di precisi oneri formali e che la nuova disciplina non altera la natura dell’atto di dimissioni come atto a forma libera, la quale non necessita della indicazione di un motivo quale condizione di validità. Ai fini dell’efficacia delle dimissioni, sono previste procedure di convalida, che mirano a soddisfare, contestualmente, un duplice obiettivo: da un lato, conferire data certa alle dimissioni al fine di rendere impossibile il predetto fenomeno delle dimissioni in bianco; dall’altro, fornire la garanzia che la volontà del lavoratore di risolvere il contratto di lavoro espressa tramite le dimissioni o l’accordo di risoluzione consensuale si sia formata e sia stata espressa liberamente dal lavoratore medesimo, in assenza di qualunque costrizione esercitata dal datore di lavoro;

4.3. a tal fine il legislatore ha previsto meccanismi finalizzati a consentire che le dimissioni divengano efficaci anche nel caso in cui il lavoratore rimanga inerte e, a tale riguardo la L. n. 92 del 2012, art. 4, comma 17, stabilisce che l’atto di dimissioni e l’accordo di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro sono sospensivamente condizionati alla convalida da effettuarsi presso la Direzione Territoriale del Lavoro (DTL), il Centro per l’Impiego (CPI) o presso le altre sedi individuate dai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale;

4.4. in alternativa alla convalida presso una delle predette sedi, le dimissioni o la risoluzione consensuale assumono efficacia in uno dei seguenti modi: a) sottoscrizione di apposita dichiarazione resa dal lavoratore in calce alla ricevuta dell’effettuazione da parte del datore di lavoro della comunicazione obbligatoria di cessazione del rapporto di lavoro agli enti competenti; b) invio al lavoratore da parte del datore di lavoro, entro 30 giorni dalla data delle dimissioni o della risoluzione consensuale, di una comunicazione scritta contenente l’invito a presentarsi entro 7 giorni presso la DTL o il CPI per la convalida ovvero l’invito a sottoscrivere entro 7 giorni la dichiarazione in calce alla comunicazione obbligatoria di cessazione del rapporto, che deve essere trasmessa in copia insieme con l’invito; laddove il lavoratore non risponda entro 7 giorni a tale richiesta, le dimissioni o la risoluzione consensuale divengono efficaci, pur potendo in quest’arco temporale le dimissioni o la risoluzione consensuale essere revocati per iscritto dal lavoratore con effetto dal giorno successivo alla comunicazione della revoca;

4.5. nel caso in cui il lavoratore non proceda alla convalida presso la DTL o il CPI o alla sottoscrizione della comunicazione di cessazione, il rapporto di lavoro si intende risolto, per il verificarsi della condizione sospensiva, qualora il lavoratore: 1) non aderisca, entro 7 giorni dalla ricezione, all’invito a presentarsi presso la DTL o il CPI; 2) non aderisca, entro 7 giorni dalla ricezione, all’invito ad apporre la predetta sottoscrizione, trasmesso dal datore di lavoro, tramite comunicazione scritta; 3) non effettui la revoca delle dimissioni entro 7 giorni (L. 28 giugno 2012, n. 92, art. 4, comma 17-22, richiamato dalla ricorrente);

4.6. il datore di lavoro, qualora ritenga, come nella specie, che non sussistano ragioni per una giusta causa di dimissioni del lavoratore, può procedere indicando comunque in UNILAV la motivazione “dimissioni per giusta causa” invocata dal lavoratore (tale indicazione, infatti, non è in alcun modo vincolante), o comunicare agli Enti competenti che a suo avviso esse debbano essere intese quali comuni dimissioni volontarie, affinché non eroghino prestazioni a sostegno del reddito;

4.7. il lavoratore dovrà ricorrere in giudizio per accertare la giusta causa e, solo qualora il giudice dichiari la sussistenza della giusta causa di dimissioni, il datore di lavoro sarà tenuto a corrispondere l’indennità sostitutiva del preavviso al lavoratore, indennità che nella specie non è stata indicata come richiesta dalla C., ciò che rende ragione della ricostruzione effettuata dalla Corte salernitana e palesemente privo di ogni significatività e conferenza il riferimento, contenuto nel secondo motivo, ad un comportamento concludente indicativo dell’inadempimento datoriale, non specificato nelle sue modalità;

5. sulla base del coacervo delle disposizioni richiamate, deve pertanto ritenersi correttamente effettuata la valutazione compiuta dalla Corte distrettuale con riferimento alle norme di cui si assume la violazione, in assenza di precisa trascrizione degli atti (ai fini della richiesta specificità) sui quali si fondano le censure stesse, che non risultano in tal modo idonee a confutare l’iter motivazionale posto a fondamento della decisione impugnata;

6. il ricorso, alla stregua delle esposte considerazioni, va respinto;

7. nulla va statuito sulle spese, essendo il Ca. rimasto intimato;

8. sussistono per la ricorrente le condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 30 maggio 2002 art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del citato D.P.R., art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 14 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2021

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