Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22356 del 26/10/2011

Cassazione civile sez. VI, 26/10/2011, (ud. 07/10/2011, dep. 26/10/2011), n.22356

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GOLDONI Umberto – Presidente –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Consigliere –

Dott. MATERA Lina – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

B.N., rappresentato e difeso, in forza di procura

speciale in calce al ricorso, dagli Avv. Cerchiai Umberto e Benni

Amos, elettivamente domiciliato nello studio dell’Avv. Sgobbo Tiziana

in Roma, corso Trieste, n. 61;

– ricorrente –

contro

S.F.;

– intimato –

e nei confronti di:

ST.Lu.;

– intimato –

per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Ancona n.

290 depositata il 17 aprile 2010;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 7

ottobre 2011 dal Consigliere relatore Dott. GIUSTI Alberto.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 20 luglio 2011, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.: ” S.F., creditore di St.Lu., conveniva in giudizio quest’ultimo e B.M. dinanzi al Tribunale di Ancona per ottenere la declaratoria di nullità per simulazione assoluta del contratto in data 22 dicembre 1995 con il quale lo St. aveva apparentemente alienato al B. un immobile sito in (OMISSIS).

I convenuti si costituivano in giudizio, resistendo.

Il Tribunale adito rigettava la domanda.

La Corte d’appello di Ancona, con sentenza n. 290 depositata il 17 aprile 2010, ha accolto il gravame e, in riforma della impugnata pronuncia, ha dichiarato la nullità assoluta del contratto, condannando gli appellati al rimborso delle spese del doppio grado.

La Corte territoriale ha premesso che lo St. era debitore del S. per l’importo di L. 258.000.000, in virtù di scrittura privata risalente al 29 ottobre 1991; che il credito era stato azionato monitoriamente nel febbraio 1994 per l’importo di lire 286.304.495; che il S. aveva proposto espropriazione presso terzi e aveva ottenuto l’assegnazione di canoni mensili che lo St. ritraeva dalla locazione di altro immobile, canoni che, per il loro importo (lire 1.080.000), non coprivano gli interessi legali sulla sorte azionata. Circa la prova della simulazione, la Corte territoriale la ritiene raggiunta sulla base delle seguenti circostanze e valutazioni:

– lo St. ha ottenuto l’assegnazione dell’immobile da una cooperativa edilizia e, contemporaneamente, lo ha apparentemente alienato al B., nelle stesse circostanze di tempo e di luogo e dinanzi allo stesso notaio;

– la necessità di effettuare i due atti nello stesso giorno e davanti allo stesso notaio risponde al chiaro fine di ridurre al minimo i tempi del secondo trasferimento e di evitare intervalli temporali tra la prima e la seconda trascrizione, con il pericolo di un pignoramento ad opera del S. munito di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo per un credito ancora insoddisfatto;

– nell’atto di compravendita in questione lo St. ha rilasciato ampia quietanza liberatoria, attestando di avere ricevuto prima dell’atto l’importo di lire 241.761.020, quando invece alla data del rogito lo St. aveva in mano soltanto un assegno bancario non trasferibile per l’importo anzidetto, pacificamente scoperto alla data del 22 dicembre 1995 ed emesso su un conto corrente sistematicamente in rosso dall’inizio dell’anno, come si desume dagli estratti conto del Monte dei Paschi di Siena agli atti;

– lo St. ha provveduto a bancare l’assegno presso l’agenzia dell’acquirente, sobbarcandosi ad un inspiegabile viaggio da Ancona a Borgo San Lorenzo, provocando uno scoperto nel conto corrente dell’acquirente pari a L. 260.877.124, scoperto che ripianato dal B. esattamente un minuto dopo (alle ore 13.32 del 27 dicembre 1995), con il versamento dello stesso importo versato dallo St.;

– il B. non ha mai ottenuto la disponibilità dell’immobile, in esso continuando ad abitare lo St. da oltre dieci anni.

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello il B. ha proposto ricorso, con atto notificato il 23 luglio 2010, sulla base di tre motivi.

Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Il primo motivo (illogica, erronea, insufficiente, contraddittoria ed omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia) lamenta che la Corte d’appello, in contrasto con gli elementi ed indizi probatori sottoposti al suo esame, abbia ritenuto non avvenuto il pagamento del prezzo della compravendita.

Il secondo mezzo (violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 cod. civ.) censura che la Corte di merito abbia errato nella valutazione della sussistenza della gravità, precisione e concordanza dei fatti ritenuti rilevanti ai fini della prova della simulazione. Con il terzo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 1414 e 1415 c.c.) ci si duole che il giudice di secondo grado abbia considerato come simulato un negozio invece effettivamente voluto dalle parti.

Tutti e tre i motivi – i quali, stante la loro connessione, possono essere esaminati congiuntamente – sono infondati.

Occorre premettere che in tema di simulazione assoluta del contratto, nel caso in cui la relativa domanda sia proposta da terzi estranei al negozio, spetta al giudice del merito valutare l’opportunità di fondare la decisione su elementi presuntivi, da considerare non solo analiticamente ma anche nella loro convergenza globale, a consentire illazioni che ne discendano secondo l’id quod plerumqus accidit, restando il relativo apprezzamento incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da adeguata e corretta motivazione sotto il profilo logico e giuridico (Cass., Sez. 2, 10 agosto 2007, n. 17628;

Cass., Sez. 1, 26 novembre 2008, n. 28224). Nella specie la Corte d’appello ha ritenuto raggiunta la prova della simulazione assoluta del contratto di compravendita sulla base di plurimi indizi precisi e concordanti: la vendita compiuta dal debitore, con una pesante esposizione nei confronti del creditore munito di titolo esecutivo, lo stesso giorno in cui l’immobile gli è stato assegnato da una cooperativa edilizia; la mancata prova del pagamento del prezzo (la quietanza liberatoria contenuta nel rogito è smentita dalla consegna al venditore di un assegno di conto corrente scoperto, messo all’incasso dal venditore presso la banca trattarla, ma con somme subito dopo riversate sul conto corrente del traente); la permanenza ultradecennale del venditore nel possesso dell’immobile, benchè nel rogito fosse previsto che tutti gli effetti della vendita decorressero dalla stipulazione.

La decisione della Corte d’appello è fondata su una motivazione coerente e stringente, laddove le censure mosse dal ricorrente – anche là dove deducono vizi di violazione o di falsa applicazione di legge – in realtà si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione del merito della causa e nella pretesa di contrastare apprezzamenti di fatti e di risultanze probatorie che sono inalienabile prerogativa del giudice del merito.

Contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente, la Corte territoriale ha anche argomentatamente spiegato perchè sono privi di efficacia probatoria in senso contrario gli ulteriori pagamenti ad opera del B. (lire 33.000.000 alla cooperativa Galileo; lire 20.382.411 al Banco di Sicilia per la cancellazione del mutuo fondiario; lire 33.000.000 a favore del notaio rogante per imposte e tasse ed onorario).

In conclusione, il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380-bis e 375 c.p.c., per esservi rigettato”.

Considerato che successivamente alla comunicazione del decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio e della relazione ex art. 380-bis cod. proc. civ., il ricorrente ha depositato, in data 14 settembre 2011, copia autentica dell’atto di transazione stipulato il 12 agosto 2010 tra S.F., B.N. e St.Lu., con cui le parti, a completamento della definizione sostanziale del rapporto controverso, hanno dichiarato, per effetto del pagamento da parte del B. della complessiva somma di Euro 125.000 al S., di rinunciare alle rispettive ragioni ed agli atti dell’incardinato giudizio di cassazione;

che pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuto difetto di interesse conseguente alla cessazione della materia del contendere;

che nessuna statuizione sulle spese deve essere adottata, non avendo gli intimati svolto attività difensiva in questa sede.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso per sopravvenuto difetto di interesse conseguente alla cessazione della materia del contendere.

Cosi deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 7 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2011

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