Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22338 del 03/11/2016


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Cassazione civile sez. VI, 03/11/2016, (ud. 14/09/2016, dep. 03/11/2016), n.22338

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. CIRILLO Ettore – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17258/2012 proposto da:

T.B., elettivamente domiciliato in ROMA VIA PINTURICCHIO

45, presso lo studio dell’avvocato CATERINA BORRELLI, rappresentato

e difeso dall’avvocato PAOLA MADDALENA FERRARI giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, c.f. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE – DIREZIONE PROVINCIALE DI BERGAMO;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4/2012 della COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE

di MILANO SEZIONE DISTACCATA di BRESCIA, emessa il 12/12/2011 e

depositata il 09/01/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/09/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ETTORE CIRILLO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., osserva quanto segue:

La CTR – Lombardia (sez. Brescia) ha respinto l’appello di T.B. – gravame proposto contro la sentenza n. 39/09/2010 della CTP di Bergamo che aveva già respinto il ricorso del predetto contribuente – e ha così confermato il rigetto dell’impugnazione del silenzio-rifiuto sull’istanza di rimborso per IRAP relativa agli anni d’imposta 2002-2006.

Il giudice regionale ha motivato la decisione evidenziando che – nei periodi d’imposta considerati – il contribuente aveva svolto l’attività “in regime di convenzione, con organizzazione adeguata”; che l’attività si era protratta per diversi periodi d’imposta; che il contribuente aveva documentato “apprezzabili compensi, quote di ammortamento, compensi corrisposti a terzi per prestazioni direttamente afferenti l’attività professionale ed altre spese per importi significativi ed affatto trascurabili”, il che lasciava propendere per una attività autonomamente organizzata.

Per la cassazione di tale decisione il contribuente ha proposto ricorso affidato a quattro motivi; l’Agenzia si è difesa con controricorso.

A seguito della notifica della relazione, non è stata depositata alcuna memoria; indi la causa è stata riassegnata ad altro consigliere relatore con decreto prot. n. 130/6/16 del 29 luglio 2016.

Con il primo motivo di censura, variamente declinato (dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5) il ricorrente denuncia che il giudice d’appello, nel confermare la decisione di primo grado dove era contenuto un erroneo riferimento a tale Dottoressa G., aveva trscurato l’eccepito scambio di persona.

Il motivo va disatteso.

In primo luogo si osserva che il mancato esame da parte del giudice di merito della questione processuale sull’identificazione delle parti in causa non è suscettibile di dar luogo al vizio di omissione di pronuncia. Questa si configura esclusivamente nel caso di mancato esame di domande od eccezioni di merito e configura un vizio della decisione per violazione di norme diverse dall’art. 112 c.p.c., se, e in quanto, si riveli erronea e censurabile, oltre che utilmente censurata, la soluzione implicitamente data dal giudice alla problematica prospettata dalla parte (Cass. Sez. 6-2, Sentenza n. 321 del 12/01/2016). Inoltre, in concreto, il giudice di appello ha deciso secondo la causa petendi e il petitum sostanziale dedotti in giudizio, il che toglie ogni rilievo alla questione dibattuta.

Con gli altri tre motivi di ricorso la parte contribuente denuncia principalmente errori di giustificazione della decisione di merito sul fatto. Lamenta che il giudice d’appello abbia trascurato le effettive modalità di svolgimento dell’attività da parte del professionista, così come documentata riguardo sia all’assenza di personale dipendente sia al mero utilizzo di uno studio ricevere i pazienti, con minime dotazioni quali telefono, computer, fax (motive 2).

Inoltre, contestualmente denunciando anche violazione norme di diritto sostanziali (L. n. 833 del 1978, artt. 1 e 25, in relazione alla convenzione per la medicina di base), lamenta che il giudice regionale avrebbe fondato il proprio convincimento su elementi inidonei alla individuazione di una organizzazione autonoma ovvero sull’asserita esistenza di elementi assenti agli atti del giudizio (motivo 3).

Infine, riprende le fila del discorso impugnatorio sotto il profilo dell’accertamento concreto della capacità contributiva (motivo 4).

Le censure possono essere esaminate congiuntamente, in quanto tra loro strettamente connesse, e sono manifestamente fondate.

Cass. Sez. U, Sentenza n. 7291 del 13/04/2016 ha definitivamente chiarito, con riguardo all’IRAP, che la disponibilità, da parte dei medici di medicina generale convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, di uno studio, avente le caratteristiche e dotato delle attrezzature indicate nell’Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, reso esecutivo con D.P.R. 28 luglio 2000, n. 270, ai sensi del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, art. 8, rientrando nell’ambito del “minimo indispensabile” per l’esercizio dell’attività professionale, ed essendo obbligatoria ai fini dell’instaurazione e del mantenimento del rapporto convenzionale, non integra, di per sè il requisito dell’autonoma organizzazione ai fini del presupposto impositivo.

Poi Cass. Sez. U, Sentenza n. 9451 del 10/05/2016 ha precisato che “con riguardo al presupposto dell’IRAP, il requisito dell’autonoma organizzazione previsto dal D.Lgs. 15 settembre 1997, n. 446, art. 2, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria o meramente esecutive”.

Sennonchè, seguendo l’insegnamento di Cass. n. 1236 del 2006, ai fini della sufficienza della motivazione della sentenza, il giudice non può, quando esamina i fatti di prova, limitarsi ad enunciare il giudizio nel quale consiste la sua valutazione, perchè questo è il solo contenuto “statico” della complessa dichiarazione motivazionale, ma deve impegnarsi anche nella descrizione del processo cognitivo attraverso il quale è passato dalla sua situazione di iniziale ignoranza dei fatti alla situazione finale costituita dal giudizio, che rappresenta il necessario contenuto “dinamico” della dichiarazione stessa.

Nella specie il giudice d’appello si è limitato ad affermazioni anapodittiche laddove parla genericamente di “medicina generale in regime di convenzione con organizzazione adeguata… protratta per diversi periodi di imposta” nonchè di “apprezzabili compensi, quote di ammortamento, compensi corrisposti a terzi per prestazioni direttamente afferenti all’attività professionale ed altre spese per importi significativi ed affatto trascurabili”, così trascurando, oltre ai superiori principi di diritto, i rilievi fattuali avanzati nel giudizio di merito e riprodotti in ricorso circa la modestia assoluta del compendio organizzativo del contribuente esercente medicina di base. Pertanto il ricorso va deciso con parziale accoglimento (motivi 2-3-4), cassazione in relazione della pronuncia impugnata e rinvio alla CTR competente che, in diversa composizione e sulla scorta dei principi sopra enunciati, procederà a nuovo esame della vertenza e regolerà anche le spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie gli altri tre, cassa in relazione la sentenza d’appello e rinvia, anche per le spese, alla CTR – Lombardia (sez. Brescia) in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2016

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