Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22337 del 15/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 15/10/2020, (ud. 15/09/2020, dep. 15/10/2020), n.22337

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L.C.G. – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15165-2019 proposto da:

K.O., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FIRENZE

25, presso lo studio dell’avvocato ELISABETTA MACRINA, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Z.V.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 5191/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 26/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. LOREDANA

NAZZICONE.

 

Fatto

RILEVATO

– che viene proposto ricorso avverso la sentenza del 26 novembre 2018 della Corte d’appello di Milano, la quale ha respinto gli appelli, principale ed incidentale, reciprocamente proposti dai coniugi separati avverso la sentenza del Tribunale di Como del 18 luglio 2017, con la quale è stata pronunciata la separazione con addebito ad entrambi e dichiarata inammissibile la domanda di divisione dei beni, proposta dalla moglie;

– che non svolge difese l’intimato.

Diritto

CONSIDERATO

– che il ricorso propone quattro motivi, come di seguito riassunti:

1) violazione e falsa applicazione degli artt. 191 e 194 c.p.c., perchè la comunione si scioglie ex lege in caso di separazione; inoltre, la corte territoriale ha violato l’art. 342 c.p.c., là dove ha dichiarato inammissibile il relativo motivo, il quale invece era perfettamente specifico;

2) nullità della sentenza, per motivazione radicalmente contraddittoria;

3) violazione dell’art. 112 c.p.c., non avendo la sentenza pronunciato sulla debenza dell’assegno di mantenimento;

4) ancora nullità della sentenza, per motivazione radicalmente contraddittoria, avendo la corte territoriale ritenuto parimenti probanti i mezzi di prova articolati dalla moglie, come dal marito;

– che la corte territoriale ha ritenuto, per quanto ancora rileva, come: a) il motivo concernente il capo relativo alla domanda di scioglimento della comunione è aspecifico, ai sensi dell’art. 342 c.p.c., non proponendo nessuna particolare censura alla sentenza di primo grado; b) è provato che il matrimonio sia entrato in crisi per alterne vicende, in dettaglio riportate nella motivazione dell’impugnata decisione, che su di essa ha fondato la conferma dell’accertata addebilità della separazione ad entrambi i coniugi; l’assegno di mantenimento, richiesto dalla moglie, non è dunque dovuto, sia perchè la separazione è anche ad essa addebitabile, sia perchè non ne ricorrono comunque le condizioni di legge, attesa la situazione patrimoniale e di vita della medesima;

– che, ciò posto, il primo motivo è inammissibile, posto che, da un lato, ripropone la questione di merito, e dall’altro lato, pretende di censurare la declaratoria di inammissibilità della relativa questione da parte del giudice d’appello, ai sensi dell’art. 342 c.p.c., senza rispettare il dettato dell’art. 366 c.p.c.;

– che, invero, è noto il consolidato principio (e plurimis, Cass. 13 marzo 2018, n. 6014; Cass. 29 settembre 2017, n. 22880; Cass. 20 luglio 2012, n. 12664; Cass. 20 settembre 2006, n. 20405) secondo cui la deduzione con il ricorso per cassazione di error in procedendo, in relazione al quale la corte è anche giudice del fatto potendo accedere direttamente all’esame degli atti processuali del fascicolo di merito, esige che preliminare ad ogni altro esame sia quello concernente l’ammissibilità del motivo in relazione ai termini in cui è stato esposto, con la conseguenza che solo quando ne sia stata positivamente accertata l’ammissibilità diventa possibile valutare la fondatezza del motivo medesimo; ciò, in quanto l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un errore processuale, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, onde il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare – a pena, appunto, di inammissibilità – il contenuto della critica mossa alla sentenza, impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, per il principio di autosufficienza di esso, onde dar modo alla Corte di controllare de visu la veridicità di tale asserzioni;

– che il secondo motivo è del pari inammissibile, non avendo parte ricorrente neppure chiarito le ragioni ed il punto specifico, sul quale la motivazione sarebbe contraddittoria e carente, in quanto inferiore al cd. minimo costituzionale;

– che il terzo motivo è manifestamente infondato, avendo la corte d’appello motivato la ritenuta assenza dei presupposti necessari ad ottenere dall’ex coniuge l’assegno di mantenimento, come sopra ricordato;

– che il quarto motivo è inammissibile, in quanto intende riproporre il giudizio di fatto, noto essendo che compete solo al giudice del merito l’apprezzamento delle prove offerte dalle parti;

– che non occorre provvedere sulle spese.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, se dovuto, richiesto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 ottobre 2020

 

 

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