Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22306 del 03/11/2016


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Cassazione civile sez. II, 03/11/2016, (ud. 22/09/2016, dep. 03/11/2016), n.22306

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3290-2012 proposto da:

R.G., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

SAVOIA 78, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO LAFACE,

rappresentata e difesa dall’avvocato SALVATORE BONARRIGO;

– ricorrente –

contro

C.G.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1366/2010 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 17/12/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/09/2016 dal Consigliere Dott. MASSIMO FALABELLA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO ROSARIO GIOVANNI che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso sent. 25751/13).

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 31 gennaio 2000 R.G. esponeva di essere proprietaria di un immobile, sito in (OMISSIS), composto da un appartamento e da un piccolo giardino, confinante con altro immobile di proprietà di C.G.; rilevava che nei primi mesi dell’anno 1999 il muro di contenimento esistente sul confine tra i fondi a dislivello era crollato per vetustà. Assumeva che la controparte, benchè interpellata in varie occasioni, non le aveva permesso di accedere presso il suo fondo per la liberazione del muro e che, pertanto, tale situazione era fonte del pericolo, grave e imminente, consistente nella frana del terrapieno.

Il giudice del procedimento cautelare accoglieva il ricorso e ordinava a C.G. di consentire a R.G. di accedere presso il proprio immobile al fine di costruire il muro di contenimento del terrapieno della ricorrente.

Con successivo atto di citazione, notificato il 25 maggio 2000, l’odierna ricorrente conveniva in giudizio C.G. chiedendo, in sintesi, la conferma dell’ordinanza cautelare.

La convenuta si costituiva ed eccepiva: che il dislivello di quota tra i fondi non era di origine naturale; che la trasformazione della funzione del muro originariamente esistente aveva determinato l’insorgere di liti giudiziarie tra i vecchi proprietari di due fondi, definiti poi con una transazione, dalla quale si evinceva la comproprietà del muro; che il crollo del tratto di muro di contenimento doveva addebitarsi alla condotta negligente dell’attrice, tenuta alla manutenzione del manufatto medesimo in virtù dell’art. 887 c.c.; che la controparte aveva costruito, in luogo di quello crollato, un muro in cemento armato alto 2 m e lungo circa 8 m che era stato posto in opera, nella sua interezza, sul suolo di essa convenuta. In via riconvenzionale chiedeva che si accertasse la comproprietà del muro (in parte crollato, in parte pericolante) e la condanna della controparte all’abbattimento e alla ricostruzione della parte di muro in cemento armato realizzata.

Il Tribunale di Catania accertava che l’attrice, nel costruire il muro, lo aveva tutto posizionato all’interno della proprietà della convenuta in spregio dell’art. 887 c.c., comma 2: norma che, anche per fondi a dislivello, stabilisce che il muro debba essere costruito per metà sul terreno del fondo inferiore e per metà sul terreno del fondo superiore; disponeva pertanto la demolizione, a cura e spese di R.G., nella parte del manufatto oggetto di intervento e affermava che la ricostruzione dovesse essere attuata a cura e spese di entrambe le parti, a cavallo del confine e con modalità che, in mancanza di accordo, dovevano essere determinate dall’autorità giudiziaria a norma dell’art. 1105 c.c..

Avverso detta sentenza proponeva appello C.G.; R.G. spiegava appello incidentale.

La Corte di appello di Catania, con sentenza pubblicata il 17 dicembre 2010, in parziale accoglimento dell’appello principale, dichiarava la nullità della sentenza impugnata nella parte in cui aveva dichiarato che la ricostruzione dell’intero muro avvenisse a spese comuni, per parti di eguale misura. Il giudice dell’impugnazione, rilevava, in proposito, che sul punto il Tribunale fosse incorso in ultrapetizione, dal momento che l’odierna ricorrente non aveva mai chiesto alcuna pronuncia con riguardo alla ripartizione delle spese occorrenti per la ricostruzione del muro. Quanto all’appello incidentale, esso veniva dichiarato inammissibile precisandosi, al riguardo, che R.G., nel proprio atto difensivo, non aveva formulato le conclusioni conseguenti all’esposizione dei motivi.

La sentenza è stata impugnata per cassazione da R.G., che ha fatto valere cinque motivi di ricorso. C.G. non ha svolto attività difensiva nella presente sede.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 342 e 163 c.p.c.. Nel giudizio di appello l’istante aveva richiesto la riforma delle statuizioni che prevedevano ordini e condanne in proprio danno; l’assunto del giudice di appello, secondo cui col termine “conclusioni” si dovesse intendere l’esplicitazione di una richiesta diretta ad una declaratoria o a una condanna era in contrasto con la lettera della legge.

Col secondo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 342, 163 e 164 c.p.c.. Si sostiene che l’appello incidentale non era affetto da alcuna nullità, posto che questa era comminata per la mancata articolazione di motivi specifici di impugnazione, oltre che per carenze nelle indicazioni previste dall’art. 163 c.p.c., siccome richiamate dal successivo art. 164 c.p.c..

Il terzo mezzo lamenta violazione degli artt. 342, 163, 164 e 156 c.p.c.. Afferma la ricorrente che la mancata conformità dell’atto di citazione alla disciplina normativa vigente non poteva condurre alla declaratoria di nullità posto che a norma dell’art. 156 c.p.c. l’atto conteneva i requisiti indispensabili per il raggiungimento del suo scopo. In particolare, le conclusioni erano desumibili dall’atto di appello: riformare la sentenza nella parte in cui condannava l’odierna ricorrente alla demolizione del muro; riformare la sentenza laddove affermava che le modalità ricostruttive dovevano essere determinate da entrambe le parti.

Una quarta censura investe ancora la prospettata violazione dell’art. 164 c.p.c.. L’applicazione di detta norma avrebbe infatti imposto al giudice di rilevare il vizio, consentendo all’appellante di integrare l’atto.

Il quinto motivo lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia. Viene rilevato che l’affermazione della Corte di Catania era comunque viziata sul piano motivazionale, avendo mancato il giudice del gravame di operare i “richiami fattuali, giuridici e logici” posti a fondamento della decisione.

I primi tre motivi, che possono esaminarsi congiuntamente in quanto connessi, sono fondati, con conseguente assorbimento dei restanti due.

Nella comparsa di risposta contenente l’appello incidentale l’odierna ricorrente aveva richiamato le statuizioni della sentenza impugnata, la quale aveva: accertato il diritto di R.G. quanto all’accesso sul fondo di parte convenuta al fine di eseguire i lavori di riparazione del muro, confermando, con ciò i provvedimenti cautelari in precedenza emessi; dichiarato che il muro doveva ritenersi in comunione delle parti per quote eguali; condannato l’odierna ricorrente alla demolizione della parte di muro costruito interamente sulla proprietà di C.G.; dichiarato che la ricostruzione del muro divisorio dovesse avvenire a spese di entrambe le parti, con contributi di egual misura e secondo modalità concordate dalle medesime, o, in mancanza di accordo, dall’autorità giudiziaria, giusta l’art. 1105 c.c.; condannato R.G. al pagamento delle spese di lite.

L’appellante incidentale aveva inoltre affermato di opporre la pronuncia “limitatamente alla decisione adottata nell’ambito della fase di merito, ivi compresa la condanna alle spese, ritenendo legittima la decisione per quel che afferisce la fase di urgenza”.

Nella predetta comparsa la stessa R. aveva svolto, poi, articolate argomentazioni intese a negare il fondamento dell’affermazione, contenuta nella sentenza resa dal Tribunale, secondo cui il muro in contesa risultava essere oggetto di comunione tra le parti.

Ciò posto, il testo dell’art. 342 c.p.c., nel testo anteriore a quello risultate dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, nel disporre che la citazione di appello debba rispettare il requisito della specificità dei motivi, nonchè recare le indicazioni prescritte dall’art. 163, deve intendersi nel senso che la previsione del requisito della specificità assorbe i contenuti di cui al citato art. 163, comma 3, nn. 3 e 4, con la conseguenza che la mancata riproduzione, nella parte dell’atto di appello a ciò destinata, delle conclusioni relative ad uno specifico motivo di gravame non può per ciò solo equivalere a difetto di impugnazione, ovvero essere causa di nullità della stessa, se dal contesto complessivo dell’atto risulti, sia pur in termini non formali, una univoca manifestazione di volontà di proporre impugnazione per quello specifico motivo (Cass. 15 novembre 2013, n. 25751; Cass. 15 maggio 2003, n. 7585).

Ora, dal contenuto della comparsa in cui spiegato l’appello incidentale si desume chiaramente che l’odierna ricorrente aveva inteso richiedere la conferma della sentenza nella parte in cui era stata accolta la propria domanda (avente ad oggetto il diritto della R. ad accedere nel fondo della C. per la ricostruzione del muro) e la riforma della pronuncia nella parte in cui essa aveva ritenuto fondate le domande riconvenzionali di controparte. Sotto questo specifico profilo, va considerato che le statuizioni impugnate erano state rese proprio con riferimento alle predette domande, giacchè C.G., come si legge nella sentenza della Corte etnea, aveva domandato accertarsi la comproprietà del muro e, in conseguenza, la condanna dell’odierna ricorrente all’abbattimento e alla ricostruzione del manufatto.

Ne discende che, pur in assenza di formali conclusioni, le richieste di parte attrice dovevano intendersi nel senso della caducazione di quella parte della pronuncia con cui erano state accolte le domande riconvenzionali: domande che, quindi, secondo l’appellante incidentale, avrebbero dovuto essere rigettate.

Il ricorso va quindi accolto.

La sentenza è cassata, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte di appello di Catania, anche per le spese del giudizio di legittimità.

PQM

LA CORTE

Accoglie i primi tre motivi, dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata con riferimento alla statuita inammissibilità dell’appello incidentale e rinvia la causa ad altra sezione della Corte di appello di Catania, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2^ Sezione Civile, il 22 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2016

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