Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22305 del 15/10/2020

Cassazione civile sez. VI, 15/10/2020, (ud. 01/10/2020, dep. 15/10/2020), n.22305

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17637-2019 proposto da:

R.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NOMENTANA

295, presso lo studio dell’avvocato CARLA OLIVIERI, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIUSEPPE CODA;

– ricorrente –

contro

FARMACIA M. SAS DI T.V., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato LORENZO DE CARLO;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 433/2018 della CORTE D’APPELLO di LECCE

SEZIONE DISTACCATA di TARANTO, depositata il 29/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 01/10/2020 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

DELL’UTRI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza resa in data 29/11/2018, la Corte d’appello di Lecce, in parziale accoglimento dell’appello proposto dalla Farmacia M. s.a.s. di T.V., e in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha revocato il decreto ingiuntivo emesso dal primo giudice nei confronti della società opponente, contestualmente condannando quest’ultima al pagamento, in favore d.R.G., della minor somma a questi dovuta a titolo di canoni non corrisposti in relazione al contratto di locazione commerciale originariamente stipulato tra il R. (in qualità di locatore) e M.C. (originario conduttore);

a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale, per quanto ancora rileva in questa sede, ha evidenziato come l’atto con il quale la società conduttrice aveva comunicato (in data (OMISSIS)) l’intenzione di ritenere risolto il contratto in considerazione dell’avvenuto decesso di M.C. (socio accomandatario della società prima cessionaria del contratto di locazione), dovesse intendersi alla stregua di una dichiarazione recesso, da ritenersi legittimo, tanto in conformità ai patti intercorsi tra le parti, quanto in relazione alla L. n. 392 del 1978, art. 27;

ciò posto, la società conduttrice doveva ritenersi debitrice, nei confronti del locatore, unicamente dei canoni corrispondenti al periodo semestrale successivo al recesso, e non già di tutti i canoni successivi a quest’ultimo, come erroneamente ritenuto dal primo giudice, il quale aveva escluso che la morte del socio accomandatario, M.C., fosse valsa a giustificare la ritenuta (dalla società conduttrice) sopravvenuta risoluzione del contratto di locazione;

avverso la sentenza d’appello, R.G. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi d’impugnazione;

la Farmacia M. s.a.s. di T.V. resiste con controricorso, proponendo ricorso incidentale sulla base di due motivi d’impugnazione;

a seguito della fissazione della camera di consiglio, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., le parti hanno presentato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo, il ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 1362 c.c., e segg., dell’art. 1324 c.c., degli artt. 112,115 e 116 c.p.c., nonchè per vizio di motivazione ed errata valutazione della prova documentale (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5), per avere la corte territoriale erroneamente ritenuto che l’atto del (OMISSIS), con il quale T.V. (coniuge di M.C.) aveva comunicato l’intenzione di ritenere risolto il contratto di locazione per effetto del decesso del M., fosse interpretabile alla stregua di una dichiarazione di recesso, essendosi limitata, l’autrice di tale comunicazione, a manifestare, non già la volontà di recedere dal contratto di locazione, ma quella di ritenere (peraltro ingiustificatamente) risolto il contratto di locazione a causa del decesso del marito, all’epoca socio accomandatario della società conduttrice;

il motivo è infondato;

dev’essere preliminarmente rilevato il difetto di interesse dell’odierno ricorrente principale con riguardo alla proposizione della censura concernente il tema della (supposta) ‘trasformazionè giuridica della struttura imprenditoriale della conduttrice (prospettata come ipotesi alternativa alla cessione del contratto di locazione tra soggetti differenti), trattandosi di doglianza destinata a contestare la decisione del giudice a quo in una parte in cui ha disatteso il motivo di appello della conduttrice, con la conseguente irrilevanza del tema nella prospettiva dell’interesse processuale dell’odierno ricorrente;

nel resto, osserva il Collegio come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, l’interpretazione degli atti negoziali deve ritenersi indefettibilmente riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità unicamente nei limiti consentiti dal testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ovvero nei casi di violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3;

in tale ultimo caso, peraltro, la violazione denunciata chiede d’essere necessariamente dedotta con la specifica indicazione, nel ricorso per cassazione, del modo in cui il ragionamento del giudice di merito si sia discostato dai suddetti canoni, traducendosi altrimenti, la ricostruzione del contenuto della volontà delle parti, in una mera proposta reinterpretativa in dissenso rispetto all’interpretazione censurata; operazione, come tale, inammissibile in sede di legittimità (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 17427 del 18/11/2003, Rv. 568253);

nel caso di specie, l’odierno ricorrente principale si è limitato ad affermare, in modo inammissibilmente apodittico, il preteso tradimento, da parte dei giudici di merito dei richiamati canoni legali di interpretazione negoziale, orientando l’argomentazione critica rivolta nei confronti dell’interpretazione della corte territoriale, non già attraverso la prospettazione di un’obiettiva e inaccettabile contrarietà, a quello comune, del senso attribuito ai testi e ai comportamenti negoziali interpretati, o della macroscopica irrazionalità o intima contraddittorietà dell’interpretazione complessiva dell’atto (così come della rilevabilità ictu oculi di un’interpretazione contraria a buona fede o del tutto sconveniente, rispetto alla natura o all’oggetto dell’atto), bensì attraverso l’indicazione degli aspetti della ritenuta non condivisibilità della lettura interpretativa criticata, rispetto a quella ritenuta preferibile, in tal modo travalicando i limiti propri del vizio della violazione di legge (ex art. 360 c.p.c., n. 3), attraverso la sollecitazione della corte di legittimità alla rinnovazione di una non consentita valutazione di merito;

sul punto, è appena il caso di rilevare come la corte territoriale abbia proceduto alla lettura e all’interpretazione delle dichiarazioni contenute nell’atto con il quale la parte conduttrice ha inteso determinare la definitiva conclusione del rapporto contrattuale in esame, nel pieno rispetto dei canoni di ermeneutica fissati dal legislatore, non ricorrendo ad alcuna attribuzione di significati estranei al comune contenuto semantico delle parole, nè spingendosi a una ricostruzione del significato complessivo dell’atto negoziale in termini di palese irrazionalità o intima contraddittorietà (sulla base di un’ipotetica lettura macroscopicamente contraria ai canoni della buona fede o della convenienza oggettiva), per tale via giungendo alla ricognizione di un contenuto negoziale sufficientemente congruo, rispetto al testo interpretato, e del tutto scevro da residue incertezze, piuttosto giustificando l’uso delle espressioni utilizzate nell’atto interpretato in ragione del relativo carattere atecnico (proprio di un soggetto sfornito della necessaria competenza professionale), valorizzando con ragionevolezza l’intento effettivo e concreto della parte, sì da sfuggire integralmente alle odierne censure avanzate dal ricorrente in questa sede di legittimità;

con il secondo motivo, il ricorrente principale censura la sentenza impugnata per violazione della L. n. 392 del 1978, art. 27, dell’art. 2323 c.c., nonchè degli artt. 112,115 e 116 c.p.c., (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale erroneamente ritenuto che il decesso di M.C. potesse costituire, in ogni caso, un motivo validamente invocabile ai fini del recesso dal contratto di locazione, tanto ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 27, quanto in relazione agli accordi contrattuali intercorsi tra le parti;

il motivo è inammissibile;

osserva sul punto il Collegio come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, in tema di locazione di immobili adibiti ad uso diverso da quello di abitazione, l’apprezzamento della imprevedibilità del fatto che rende particolarmente gravosa la prosecuzione del rapporto locativo (che costituisce uno dei presupposti necessari perchè siano ravvisabili i gravi motivi che legittimano il recesso del conduttore ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 27, u.c., e art. 4, comma 2), costituisce valutazione rimessa al giudice di merito, che dovrà tener conto di tutte le caratteristiche del singolo caso (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 9689 del 18/06/2003, Rv. 564360 – 01);

nel caso in esame, il ricorrente principale – lungi dal denunciare l’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata dalla norma di legge richiamata – allega un’erronea ricognizione, da parte del giudice a quo, della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa: operazione che non attiene all’esatta interpretazione della norma di legge, inerendo bensì alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, unicamente sotto l’aspetto dei vizio di motivazione (cfr., ex plurimis, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612745; Sez. 5, Sentenza n. 26110 del 30/12/2015, Rv. 638171), neppure coinvolgendo, la prospettazione critica del ricorrente, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sè incontroverso, insistendo propriamente lo stesso nella prospettazione di una diversa ricostruzione dei fatti di causa, rispetto a quanto operato dal giudice a quo;

ciò posto, al di là del formale richiamo, contenuto nell’epigrafe del motivo d’impugnazione in esame, al vizio di violazione e falsa applicazione di legge, l’ubi consistam delle censure sollevate dall’odierno ricorrente principale deve piuttosto individuarsi nella negata congruità dell’interpretazione fornita dalla corte territoriale del contenuto rappresentativo degli elementi di prova complessivamente acquisiti o dei fatti di causa ritenuti rilevanti;

si tratta, come appare manifesto, di un’argomentazione critica con evidenza diretta a censurare una (tipica) erronea ricognizione della fattispecie concreta, di necessità mediata dalla contestata valutazione delle risultanze probatorie di causa; e pertanto di una tipica censura diretta a denunciare il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il provvedimento impugnato;

da questa prospettiva, il motivo d’impugnazione così formulato deve ritenersi inammissibile, non essendo consentito alla parte censurare come violazione di norma di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume che sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante sul quale la sentenza doveva pronunciarsi, non potendo ritenersi neppure soddisfatti i requisiti minimi previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5, ai fini del controllo della legittimità della motivazione nella prospettiva dell’omesso esame di fatti decisivi controversi tra le parti;

con il primo motivo del ricorso incidentale, la Farmacia M. s.a.s. di T.V. censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1175 e 1375 c.c., nonchè per motivazione apparente (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4), per avere la Corte territoriale erroneamente escluso la sussistenza dei presupposti per la condanna di controparte al risarcimento del danno in ragione della violazione dei principi di buona fede e correttezza nell’adempimento delle obbligazioni contrattuali dedotte in giudizio, tenuto conto dello specifico comportamento tenuto dal R. in relazione alla vicenda relativa al recesso della conduttrice, senza dar conto, con adeguata motivazione, della decisione assunta;

il motivo è inammissibile;

osserva al riguardo il Collegio come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, il ricorrente che agendo in sede di legittimità denunci una violazione di legge riscontrabile attraverso l’termini incontestati della fattispecie concreta, ovvero l’omesso esame di fatti decisivi o il vizio di motivazione ancora rilevante in relazione al rispetto dell’art. 132 c.p.c., ha l’onere di indicare specificamente le circostanze di fatto e i relativi elementi di riscontro probatorio acquisiti nel corso del giudizio, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo dell’effettivo carattere incontroverso dei fatti su cui incide l’errata interpretazione della norma denunciata, ovvero dell’effettività dell’omissione rilevata; un controllo che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione (nella sua consacrazione normativa di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6), la Suprema Corte dev’essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto d’impugnazione, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (cfr. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 17915 del 30/07/2010, Rv. 614538 e successive conformi);

sul punto, è appena il caso di sottolineare come tali principi abbiano ricevuto l’espresso avallo della giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, hanno ribadito la necessità dell’assolvimento di oneri di specifica e completa allegazione, ad opera della parte interessata, al fine di consentire al giudice di legittimità di procedere al controllo demandatogli dalla legge (cfr. per tutte, Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831);

nella violazione di tale principio deve ritenersi incorsa la ricorrente incidentale con il motivo d’impugnazione in esame, atteso che la stessa, nel dolersi che la corte d’appello avrebbe erroneamente escluso la sussistenza dei presupposti per la condanna di controparte al risarcimento del danno in ragione della violazione dei principi di buona fede e correttezza nell’adempimento delle obbligazioni contrattuali dedotte in giudizio, ha tuttavia omesso di fornire alcuna indicazione circa i documenti (e il relativo contenuto) (con particolare riguardo alla causa petendi e al contenuto della domanda risarcitoria originariamente proposta) in ragione dei quali la corte territoriale sarebbe incorsa nell’errore denunciato, con ciò precludendo a questa Corte la possibilità di apprezzare la concludenza delle censure formulate al fine di giudicare la fondatezza del motivo d’impugnazione proposto;

con il secondo motivo, la ricorrente incidentale censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 91 e 96 c.p.c., per avere la corte territoriale erroneamente disposto la compensazione delle spese dei giudizi di merito;

il motivo è inammissibile;

al riguardo, osserva il Collegio come, nel pronunciare sul punto concernente la regolazione delle spese dei giudizi di merito, la corte territoriale si sia correttamente allineata al consolidato principio, affermato nella giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale, in tema di condanna alle spese processuali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse, e il suddetto criterio non può essere frazionato secondo l’esito delle varie fasi del giudizio, dovendo essere riferito unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte, poi soccombente, abbia conseguito un esito a lei favorevole;

ciò posto, con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale sindacato, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite; e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi (cfr. Sez. 1, Ordinanza n. 19613 del 04/08/2017, Rv. 645187 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 406 del 11/01/2008, Rv. 601214) delle altre cause legittimanti;

sulla base delle premesse che precedono, rilevata la complessiva infondatezza del ricorso principale e l’inammissibilità delle censure sollevate dalla ricorrente incidentale, deve essere pronunciato il rigetto del ricorso principale e dichiarata l’inammissibilità del ricorso incidentale;

la reciprocità della soccombenza giustifica l’integrale compensazione tra le parti delle spese dei presente giudizio di legittimità;

dev’essere, viceversa, attestata, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte di entrambe le parti ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma del cit. art. 13, art. 1-bis.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale; dichiara inammissibile il ricorso incidentale.

Dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte di entrambe le parti ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale e per il ricorso incidentale, a norma del cit. art. 13, art. 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 1 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 ottobre 2020

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA