Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2230 del 25/01/2022

Cassazione civile sez. trib., 25/01/2022, (ud. 13/01/2022, dep. 25/01/2022), n.2230

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – rel. Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 25410/2015 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato e

presso i cui uffici domicilia in Roma, alla Via dei Portoghesi n.

12;

– ricorrente –

contro

Ericsson Telecomunicazioni s.p.a., in persona del legale

rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avv. Livia

Salvini del foro di Roma, giusta procura speciale a margine del

ricorso, elettivamente domiciliata presso il suo studio, in Roma,

viale Giuseppe Mazzini, n. 11;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Campania, n. 4040/15/2015, depositata il 4 maggio 2015;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 13 gennaio

2022 dal consigliere D’Orazio Luigi.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Commissione tributaria regionale della Campania accoglieva parzialmente l’appello proposto dalla Ericsson Telecomunicazioni s.p.a. avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Napoli (n. 17820/1/2014), che aveva rigettato integralmente il ricorso proposto dalla contribuente contro l’avviso di accertamento emesso nei suoi confronti per Iva ed Irap, per l’anno 2007. In particolare, il giudice d’appello evidenziava che dalla nota integrativa al bilancio emergeva l’esistenza di beni, per un valore di circa 20.000.000 di Euro, che non erano depositati presso i locali della Ericsson, e tale considerazione trovava riscontro documentale nel raffronto tra le rimanenze al 31 dicembre 2007, pari a 169.000.000 Euro, e il valore dei beni muniti di distinte inventariali, pari a Euro 150.000.000; la nota integrativa aveva un valore confessorio o “stragiudiziale” con riferimento alla presenza dei beni presso terzi soggetti, mentre non aveva analogo valore di prova dell’effettivo deposito presso terzi dei beni; la nota in questione indicava solo il valore dei beni, ma non ne indicava la natura, qualità, quantità, né specificava i luoghi di custodia o dimostrava l’intervenuto trasporto di tali beni presso i terzi; per superare la presunzione di cessione di cui al D.P.R. n. 441 del 1997, artt. 1-4, occorreva una specifica documentazione circa la natura, qualità e quantità dei beni, il loro trasporto e la consegna, oltre alla indicazione del luogo in cui erano stati consegnati e conservati; la presunzione di cessione era comunque applicabile anche nel caso in cui l’esistenza di altri beni fosse dichiarata dal contribuente; con riferimento, poi, ai costi per le royalties, ritenuti superiori a quelli effettivi da parte dell’Agenzia, per trasferimento di tecnologia da parte della Ericsson AB, tali costi erano riconosciuti dalla società Marconi Sud alla Ericsson AB, società di diritto svedese appartenente al gruppo Ericsson; la verifica si basava sulle dichiarazioni della stessa società, che aveva dichiarato che le royalties si calcolavano sul fatturato effettivamente venduto e non già sul “net price”, come invece doveva avvenire come da contratto; le royalties erano state dunque calcolate, in punto di costo, in eccesso, ed in favore della società contribuente. Inoltre, la fattura oggetto di verifica, per ben 7.000.000 di Euro, recava 32 tipi di prodotti, di cui però solo 10 erano abbinabili al PCODE, associati agli hardware venduti ai clienti, sicché se ne desumeva che il PCODE non era recuperabile; la società avrebbe dovuto produrre l’intero fatturato per documentare che solo quella cospicua fattura faceva riferimento a 22 beni non abbinabili al PCODE; avendo invece allegato solo alcune fatture, e solo per 130.000.000 milioni di Euro su 45.200.000,00 totali, confermava il giudizio della Commissione provinciale, secondo cui la società non aveva provato, per la quota recuperata, la concreta abbinabilità, né il concreto abbinamento dei “SE/ME” ai PCODE, con conseguente impossibilità di controllare l’effettivo versamento delle royalties. La società aveva fatto cospicuo ricorso a documentazione extra contabile, calcolando i costi in modo diverso da quello dichiarato e non era stata neppure in grado di dimostrare quali e quante royalties fossero state effettivamente pagate. Con riferimento, poi, alla ulteriore ripresa fiscale di 10.000.000 di Euro (clausola di adjustment), il giudice d’appello rilevava che i rapporti commerciali originariamente, per l’anno 2006, erano intercorsi tra l’Ericsson Telecomunicazioni e la società spagnola Ericsson Espana, con la mediazione, però, della Marconi s.p.a.; nel 2007, invece, i rapporti erano intercorsi direttamente tra Ericsson Telecomunicazioni e la società spagnola Ericsson Espana, senza più la mediazione della Marconi s.p.a., che era stata incorporata dalla società contribuente; nell’anno 2007, la differenza tra il cost of sale della market unit Ericsson Espana, pari ad Euro 48.000.000, e le vendite dichiarate dalla società contribuente, pari a 38.000.000 di Euro, era costituita dalla nota di credito per 10.000.000 di Euro emessa dalla società contribuente in favore della market unit; infatti, la Ericsson Espana, quale market unit, aveva richiesto alla Ericsson Telecomunicazioni di reintegrare il 15% di netto ricavo per il 2006, affermando che per quell’anno aveva erroneamente registrato fatture di acquisto per 10.000.000 di Euro sotto voci diverse, però, dal cost of sale e, quindi, aveva omesso di richiedere l’integrazione del netto ricavo, che per tale ragione chiedeva ora nell’anno successivo, ossia nel 2007. Il giudice d’appello riteneva che l’obbligo di integrazione contrattuale del 15% in favore della market unit distributrice, Ericsson Espana, sussisteva già nell’anno 2006; in particolare, nel 2007 l’Ericsson Telecomunicazioni aveva incorporato la Marconi s.p.a., sicché, trattandosi di rapporti tra società collegate e controllate, non vi era alcun motivo per cui la Ericsson, preso atto che effettivamente la Ericsson Espana aveva acquistato e pagato merce rimasta invenduta per 10.000.000 di Euro, non avrebbe dovuto applicare l’adjustment, che già nei propri rapporti con la market unit esisteva fin dal 2006, soltanto perché l’incorporata non aveva firmato l’adjustment nel 2006. L’Ericsson Telecomunicazioni ha dunque ritenuto di applicare l’adjustment in relazione al proprio obbligo vigente in tal senso dal 2006, anche se per quella specifica partita non esisteva analogo obbligo nei confronti dell’incorporata Marconi s.p.a., prima che divenisse tale; l’Ericsson Telecomunicazioni aveva deciso di comportarsi con la sua market unit Ericsson Espana, nello stesso modo in cui si comportava per tutte le altre forniture, cioè garantendole il margine del 15% di adjustment attraverso la nota di credito, ritenendo secondario che la partita riguardasse una vendita negoziata nell’anno precedente da una incorporata, quanto ancora non lo era, che non era tenuta alla garanzia contrattuale di margine netto ricavo per il distributore; in tale prospettiva, si rinveniva la giustificazione della contestata rettifica del ricavo in diminuzione, sicché l’accertamento, su tale questione, doveva essere annullato.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso principale per cassazione l’Agenzia delle entrate.

3. Resiste con controricorso l’Ericsson Telecomunicazioni s.p.a., proponendo a sua volta ricorso incidentale e depositando memoria scritta.

4. Il Procuratore Generale, nella persona del Dott. Vitiello Mauro, ha depositato conclusioni scritte, chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso principale e l’accoglimento del ricorso incidentale limitatamente al secondo motivo e agli ultimi due motivi.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate deduce la “violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – omesso esame di un fatto storico oggetto di discussione tra le parti e decisivo per la sentenza”. Il responsabile delle vendite di Ericsson Espana, in una e-mail inviata alla contribuente Ericsson Telecomunicazioni all’epoca Marconi Sud (poi incorporata), evidenziava che parte delle fatture emesse da Marconi Sud erano state registrate, per errore, come Wip o stock e non come cost of sales, sicché la market unit Ericsson Espana non aveva richiesto alcun aggiustamento dei transfer prices afferenti a tali fatture; solo nel 2007, tali fatture erano state registrate come cost of sales e, per tale ragione, era necessario aggiustare “i nostri margini”. Per l’Agenzia delle entrate, quindi, vi era una profonda differenza tra l’anno 2006 e l’anno 2007, con riferimento al regolamento contrattuale; vi era stata, dunque, una vera e propria novazione oggettiva e soggettiva nei rapporti commerciali tra il produttore e la market unit di distribuzione, Espana Ericsson; la clausola di adjustment non esisteva nell’anno 2006, in quanto in quell’anno il rischio contrattuale gravava unicamente sul distributore Ericsson Espana, qualora non fosse riuscito a rivendere tutti i prodotti acquistati; nell’anno 2007, invece, la distribuzione dei prodotti, non avveniva più per il tramite della Marconi s.p.a., come nel 2006, ma il rapporto contrattuale riguardava due diversi soggetti, ossia la Ericsson Telecomunicazioni e la Ericsson Espana. Il giudice d’appello, invece, si era spinto a descrivere una politica di adjustment diffusa nel gruppo Ericsson e praticata, quindi, sin dall’anno 2006. V’e’ stata, dunque, omessa valutazione di fatti decisivi per la soluzione della controversia, costituiti dalla novazione oggettiva e soggettiva del contratto di distribuzione e dalla precedente cessione del ramo di azienda. La Marconi s.p.a. si fonde nella Ericsson Telecomunicazioni solo nel 2008, sicché nel 2007 sia la Marconi s.p.a. che la Marconi Sud non erano ancora incorporate nella Ericsson.

2. Con il secondo motivo di impugnazione la ricorrente deduce la “violazione di norma di legge (D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 85 e 109), rilevabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”. Non è stato, dunque, rispettato dal giudice d’appello il principio di competenza; infatti, poiché i rapporti commerciali intercorsi nel 2006 tra Marconi s.p.a. ed Ericsson Espana dovevano intendersi come esauriti, la perdita subita in quell’anno dal distributore spagnolo Ericsson Espana, avrebbe potuto aver rilievo solo ove vi fosse stata una clausola di ribaltamento sul produttore dei rischi connessi alla vendita; nell’anno successivo, invece, si era creato un nuovo assetto negoziale; inoltre, a seguito della cessione del ramo di azienda da Marconi s.p.a. alla Ericsson Telecomunicazioni nel 2007, la rettifica in diminuzione dei ricavi per fatti accaduti prima della cessione, non poteva ribaltarsi automaticamente sulla società cessionaria, a meno che in tal senso non fosse stata prevista una specifica pattuizione. La discrasia evidenziata dall’Ufficio, per la differenza tra il cost of sales dichiarato dalla Espana Ericsson per Euro 48.751.145,37 (costo sostenuto da Ericsson Espana per acquistare beni da Marconi S.p.A. nel 2006) ed il fatturato della Marconi Sud s.p.a. nei confronti della società spagnola nel 2007, emergente dai registri Iva, pari ad Euro 38.532.597,73, costituiva il fatto noto, certo e grave, da cui scaturiva il recupero a tassazione della somma di Euro 10.219.577,95. La società non ha mai dato la dimostrazione che la differenza tra i due dati fosse spiegabile in base alle rimanenze di magazzino di beni per Euro 10.219.577,95, acquistati dal distributore spagnolo Ericsson Espana del 2006 rimasti invenduti.

3. I motivi primo e secondo, che vanno trattati congiuntamente per strette ragioni di connessione, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

3.1. Invero, l’Agenzia delle entrate chiede, tra l’altro, l’interpretazione del contratto di fornitura stipulato tra la Marconi Sud e la Espana Ericsson, con la mediazione della Marconi s.p.a., poi cedente l’azienda, per l’anno 2006, sostenendo l’inesistenza all’interno della scrittura della clausola di adjustment, presente invece nell’anno 2007 nel contratto tra la Marconi Sud e la Espana Ericsson. In particolare, neppure da quanto riportato nel paragrafo 7.3, come trascritto dalla società controricorrente, si rinverrebbe il contenuto di una clausola di adjustment.

Tuttavia, la ricorrente non ha riportato, neppure per stralcio, il contenuto dei due contratti, sicché non consente a questa Corte l’interpretazione delle due scritture private.

Infatti, per questa Corte, posto che l’accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto di un negozio giuridico si traduce in una indagine di fatto affidata al giudice di merito, il ricorrente per cassazione, al fine di far valere la violazione dei canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., non solo deve fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione, mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti non potendo, invece, la censura risolversi nella mera contrapposizione dell’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata (Cass., sez. 3, 09/04/2021, n. 9461).

3.2. I motivi sono, comunque, infondati anche nel merito.

3.3. Con riferimento al rilievo in oggetto (adjustment), l’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle entrate riguardava la ripresa tassazione di Euro 10.218.547,64, in quanto la Ericsson Telecomunicazioni non avrebbe fornito la dimostrazione della diminuzione di ricavi nell’anno 2007 rispetto a quanto fatturato. L’Ufficio, infatti, ha recuperato a tassazione i ricavi ridimensionati dalla Marconi Sud a seguito dell’emissione di una nota di credito nei confronti di Ericsson Espana proprio per la somma di Euro 10.218.547,64.

Questi in sintesi i fatti di causa; inizialmente, nell’anno 2006, i rapporti commerciali riguardavano tre distinte società, la Marconi Sud che vendeva prodotti alla Espana Ericsson, quale unit market, attraverso però l’intermediazione della Marconi s.p.a.

Nel 2007, invece, i rapporti commerciali sono intercorsi direttamente tra la Marconi Sud s.p.a. e la Ericsson Espana, in quanto la Marconi s.p.a. aveva ceduto il ramo d’azienda (Supply Support) alla Marconi Sud, poi incorporata dalla Ericsson telecomunicazioni. Le vendite avvenivano sulla base di un accordo standard identico per tutte le società del gruppo denominato “Sales and Distribution Agreement”.

Non v’e’ contestazione alcuna sul metodo di transfer pricing utilizzato che era quello del resale price method. La questione controversa, invece, attiene alla esistenza o meno di una clausola di adjustment già nel contratto del 2006, stipulato tra la Marconi s.p.a. e la Ericsson Espana, prima della cessione di azienda da parte della Marconi s.p.a. alla Marconi Sud.

E’ pacifico che la merce venduta nell’anno 2006 dalla Marconi Sud, attraverso l’intermediazione di Marconi s.p.a., alla Espana Ericsson, non è stata integralmente venduta al consumatore finale da quest’ultima; pertanto, nel 2006 la Ericsson Espana, una delle market unit del gruppo, aveva in magazzino merce acquistata dalla fabbrica Marconi Sud in quell’anno; tale merce, pur essendo conteggiata dalla Marconi Sud all’interno del net sales, in realtà non era stata ancora venduta dalla Ericsson Espana al cliente finale, sicché non era stata inclusa nel cost ofsa/es di quest’ultima nell’anno 2006; la Ericsson Espana ha, poi, venduto tali beni soltanto l’anno successivo, nel 2007, sicché proprio nel 2007 ha incluso tale merce nel proprio cost of sales.

In tal modo, sommando il valore dei beni effettivamente venduti da Ericsson Espana nel 2007, pari ad Euro 38.529.493,60, al valore di Euro 10.219.577,95, relativo alla “coda” del 2006, si giunge al valore complessivo di Euro 48.749.071,55. Questo è il valore del cost of sales comunicato dalla Ericsson Espana a Marconi Sud nel 2007, quale base di calcolo dell’adjustment.

L’Agenzia delle entrate, però ha conteggiato il valore del cost of sales di Ericsson Espana nel 2007 in Euro 38.532.597,38, desumendolo dai registri Iva di Marconi Sud (ossia il valore dei beni effettivamente venduti da Ericsson Espana nel 2007); in tal modo, si è rideterminata la nota di credito di Marconi Sud s.p.a., riprendendo a tassazione la somma di Euro 10.221 250,97.

4. L’esistenza di una clausola di adjustment, già nel contratto del 2006, emerge dal contenuto del controricorso ed in particolare dal paragrafo 7.3. del contratto, ove si riconosce alla acquirente Espana Ericsson il diritto ad un margine di utile in ogni caso, a prescindere dall’andamento delle vendite al consumatore finale (cfr. pagina 53 del controricorso “il controller di Marconi s.p.a. (ora Marconi Sud s.p.a.) congiuntamente con il controller di Ericsson Espana SA ha la responsabilità di verificare ex post il margine. Azioni correttive saranno poste in essere, se necessario”. La clausola di aggiustamento del prezzo era, dunque, presente anche nel contratto del 2006, seppure in nuce.

Non si può sostenere, allora, che il contratto del 2007 stipulato tra la Marconi Sud s.p.a., quale cessionaria dell’azienda di Marconi s.p.a., e la Espana Ericsson, abbia rappresentato una vera e propria novazione oggettiva e soggettiva. Si è trattato, al più, di una mera modificazione contrattuale, con la quale si è meglio e più puntualmente specificata la clausola di adjustment, peraltro presente nei contratti stipulati da tutte le società del gruppo Ericsson, come riconosciuto dal giudice d’appello, con accertamento di fatto.

5. La sentenza del giudice d’appello, dunque, risulta completa e sufficientemente argomentata, avendo esaminato anche il contenuto dei contratti stipulati nel 2006 e nel 2007.

5.1. Quanto alla clausola di adjustment, si evidenzia che la Ericsson Espana, con riferimento all’anno 2006, ha affermato di aver erroneamente registrato le fatture di acquisto per 10.000.000 di Euro in sottovoci diverse rispetto al cost of sale, avendo dunque omesso di richiedere, per l’anno 2006, l’integrazione del netto ricavo, che conseguentemente è stato richiesto l’anno successivo ossia nel 2007. La Ericsson Telecomunicazioni ha incorporato nel 2007 la Marconi s.p.a., sicché, trattandosi di rapporti da società collegate e controllate, non vi era alcun motivo per cui la Ericsson Telecomunicazioni, una volta preso atto che effettivamente la Ericsson Espana aveva acquistato e pagato merce rimasta però invenduta per 10.000.000, non avrebbe dovuto applicare l’adjustment; la clausola di adjustment già esisteva nei rapporti con la market unit spagnola dal 2006, mentre l’incorporata Marconi s.p.a. non aveva firmato l’adjustment del 2006; se la Marconi s.p.a. fosse rimasta autonoma, non avrebbe avuto l’obbligo di reintegrare il 15% del distributore, ossia di Espana Ericsson; ma una volta incorporata la Marconi s.p.a. nella Ericsson Telecomunicazioni, la quale invece già dal 2006 aveva un accordo di adjustment con la propria market unit e collegata, la contribuente ha ritenuto di applicare l’adjustment in ragione del proprio obbligo vigente in tal senso dal 2006, “anche se per quella specifica partita non esisteva analogo obbligo nei confronti dell’incorporata prima che divenisse tale”. Aggiunge il giudice d’appello che “la Ericsson verificata, in ultima analisi, non ha inteso negare l’adjustment alla propria market unit, con la quale tale accordo preesisteva già da 2006, sol perché per tale anno la sua incorporata non aveva aderito a tale clausola; decise di comportarsi con la sua market unit nello stesso modo in cui si comportava per tutte le altre forniture, e cioè garantendole il margine del 15% di adjustment attraverso la nota di credito, ritenendo secondario che la partita riguardasse una vendita negoziata nell’anno precedente da una incorporata, quando ancora non lo era, che non era tenuta alla garanzia contrattuale di margine netto ricavo per il distributore”. In tal modo, è stata fornita la giustificazione della rettifica del ricavo in diminuzione.

Il ragionamento del giudice d’appello risulta così completo ed ancorato alla documentazione ed agli elementi istruttori prodotti in giudizio, avendo compiuto un congruo giudizio di fatto, non rivalutabile in sede di legittimità.

5.2. Tra l’altro, poiché nel 2007 v’e’ stata la cessione del ramo di azienda da parte di Marconi s.p.a., in favore di Marconi Sud, poi incorporata nella Ericsson Telecomunicazioni, l’art. 2558 c.c. ha comportato la “successione” della società contribuente nei contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda, ivi compreso il contratto stipulato tra Marconi s.p.a. ed Espana Ericsson, comprensivo della “posta” passiva relativa all’anno 2006, per la mancata rivendita ai clienti di parte delle merci acquistate da Espana Ericsson.

6. Con il primo motivo di ricorso incidentale (rubricato sub 4 a pagina 81 del controricorso contenente il ricorso incidentale) la società deduce la “nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. Omessa pronuncia sulla domanda relativa alla violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, (statuto del contribuente)”. Il giudice d’appello non si sarebbe pronunciato sullo specifico motivo di impugnazione relativo alla violazione dello Statuto del contribuente, art. 12, comma 7. L’Agenzia delle entrate, “pur avendo svolto numerosi incontri in contraddittorio con la parte” non avrebbe però preso in considerazione le osservazioni della contribuente, senza procedere ad una concreta valutazione delle stesse.

7. Il motivo di ricorso incidentale è infondato.

7.1. Anzitutto, si rileva che la società controricorrente, avendo proposto ricorso incidentale, con riferimento alla omessa pronuncia da parte del giudice d’appello sulla doglianza relativa all’illegittimità dell’avviso di accertamento che, nella sua motivazione, non avrebbe tenuto conto delle osservazioni della società, non ha riportato neppure per stralcio il contenuto dell’avviso di accertamento, non consentendo, quindi, a questa Corte di esercitare il necessario controllo di merito.

Inoltre, dal contenuto dell’atto di appello della società, riportato a pagina 83 del controricorso, emerge che l’Ufficio ha tenuto conto delle osservazioni e dei documenti prodotti dalla società contribuente (“ebbene, a sostegno di tale tesi l’ufficio ha affermato che la documentazione prodotta in contraddittorio dalla società fosse quella già presentata in sede di verifica… ed infatti, come già detto nelle memorie di primo grado, nel corso del contraddittorio svolto tra il Dott. S.M. in rappresentanza della società e il funzionario dell’ufficio, Dott. C.P., è emerso che le richieste di riesame della società sono state evase dal funzionario dell’ufficio con risposta del tutto infondata inconferenti”).

Infine, poiché il giudice d’appello è entrato nel merito delle questioni sollevate dalle parti accogliendo parzialmente il ricorso presentato dalla Ericsson Telecomunicazioni, limitatamente alla rettifica in diminuzione dei ricavi in ordine all’adjustment tra la Marconi Sud ed Ericsson Espana, rigettando le restanti doglianze di merito della società, ha implicitamente disatteso la questione preliminare relativa alla motivazione dell’avviso di accertamento, che non avrebbe tenuto conto delle osservazioni della società contribuente.

8. Con il secondo motivo di ricorso incidentale (rubricato sub 6 a pagina 89 del controricorso) la società deduce la “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”. Il giudice d’appello avrebbe errato nel riferire la riscossione delle royalties, emergente dagli atti difensivi della società, quella ricavata induttivamente dall’ufficio, che avrebbe però utilizzato presunzioni semplicissime. Il bilancio della società era stato asseverato da una revisione contabile da parte della PricewaterhouseCoopers, sicché, in presenza di un bilancio certificato l’Agenzia avrebbe dovuto fornire la prova contraria della inattendibilità della relazione di revisione. La contabilità della società era attendibile, benché il giudice d’appello abbia censurato l’esistenza di documentazione extra contabile, ossia un prospetto consegnato dalla società ai verificatori.

9. Con il terzo motivo di ricorso incidentale (rubricato sub 7 a pagina 93 del controricorso) la società lamenta la “nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4). Motivazione apparente nella parte in cui la CTR accoglie il criterio del calcolo delle royalties proposto da controparte”. In realtà, sarebbe inesistente l’esposizione delle ragioni per cui il giudice d’appello ha ritenuto di confermare l’avviso di accertamento con riferimento alle royalties. Il giudice d’appello avrebbe formato il suo convincimento essenzialmente sulla circostanza che la società, per difendersi in giudizio, avrebbe messo a disposizione dell’Ufficio una serie di prospetti extracontabili. Per i giudici d’appello, poi, era stata la stessa società contribuente a dichiarare a verbale che le royalties si calcolavano sul fatturato effettivamente venduto e non già sul net price. Il contratto stipulato tra la Marconi Sud e la Ericsson AB non faceva alcun riferimento, per il computo delle royalties, al fatturato Iva, ma prevedeva, al contrario, l’obbligo della Marconi Sud s.p.a., società contribuente in quanto incorporata nella Ericsson telecomunicazioni s.p.a., di calcolare le royalties da pagare alla Ericsson AB nella misura del 9% della quota parte di net sales (“vendite nette”). Era erroneo ogni riferimento al fatturato Iva.

10. Con il quarto motivo di ricorso incidentale (rubricato sub 8 a pagina 100 del controricorso) la società si duole della “nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4)”. In realtà, il giudice di appello non si sarebbe pronunciato sullo specifico motivo di impugnazione con il quale la società ha chiesto dichiararsi di legittimità del rilievo relativa alle royalties perché in contrasto con quanto sostenuto dallo stesso ufficio dell’avviso di accertamento n. TEBO7T100081. Infatti, l’Agenzia con l’avviso di accertamento sopra indicato ha contestato alla società la mancata applicazione della ritenuta sull’importo di Euro 40.732.994,00, qualificato come royalties pagate nel 2007 dalla società contribuente alla Ericsson AB. In questo procedimento la società aveva fornito un prospetto di calcolo delle royalties da cui risultava un importo complessivo pagato nei confronti della Ericsson AB proprio di Euro 40.732.994,00, pari al 9% della base imponibile di calcolo pari ad Euro 452.588.820,38; tuttavia, l’Ufficio aveva ritenuto non adeguatamente giustificata parte del valore della base imponibile per Euro 56.127.026,37, determinando l’importo deducibile delle royalties da pagare dalla società contribuente alla Ericsson AB nella somma di Euro 35.181.561,63. Pertanto, da un lato, ai fini dell’applicazione della ritenuta, l’Ufficio aveva calcolato le royalties nella somma di Euro 40.732.994,00, mentre con riferimento ai costi deducibili sempre collegati alle royalties, il totale delle stesse era inferiore, è pari ad Euro 35.681.561,63.

11. I motivi secondo, terzo e quarto di ricorso incidentale, che vanno trattati congiuntamente per ragioni di connessione, sono infondati.

11.1. Anzitutto, si rileva che la sentenza della giudice d’appello presenta una motivazione, non solo elaborata graficamente, ma anche dotata di adeguato apparato argomentativo logico giuridico.

11.2. Inoltre, si è dinanzi alla doppia decisione conforme di merito, sicché ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., non era possibile per la società ricorrente dedurre il vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto l’appello è stato depositato il 10 dicembre 2014, quindi dopo l’11 settembre 2012, come previsto dal D.L. n. 83 del 2012.

11.3. L’Agenzia delle entrate ha contestato alla società di avere dedotto costi eccessivi per le royalties dovute alla Ericsson AB, che aveva fornito alla società contribuente marchi e brevetti, oltre al know how. La società, in sede di verifica, aveva ammesso di aver computato le royalties ed i relativi costi in relazione non alle vendite “nette” effettuate nei confronti del consumatore finale, ma con riferimento al fatturato Iva, quindi in misura maggiore rispetto a quella contrattualmente prevista.

11.4. La Commissione regionale, sul punto, ha sottolineato che è stata la società stessa a dichiarare a verbale, in sede di verifica, che “le royalties che venivano calcolate in base al fatturato”, aggiungendo che, in base alla documentazione extra contabile esibita in tale sede, “l’importo posto a base del calcolo non coincideva al fatturato ed era superiore, sicché le royalties erano state computate come costi in misura superiore a quella effettivamente versate in base alle stesse dichiarazioni della verificata”. Inoltre, la fattura oggetto di verifica a campione recava l’importo di Euro 7.000.000, ed i beni in essa indicati coincidevano solo in minima parte con quelli abbinati ai PCODE, identificativi dei marchi e dei brevetti oltre che del know how fornito dalla Ericsson AB. In particolare solo in 10 casi su 32 risultava conforme l’abbinamento ai PCODE. Le altre fatture prodotte dalla società non erano molto indicative in quanto si riferivano 130.000.000 di Euro su 452.000.000 di Euro totali di vendite.

Inoltre, non sono state applicate le presunzioni semplicissime, come affermato dalla società nel ricorso incidentale, ma le presunzioni gravi, precise e concordanti di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d. Infatti, il giudice d’appello, pur evidenziando che la società aveva prodotto documentazione extra contabile, tuttavia le riprese fiscali emergevano sulla base di prove documentali effettive. In particolare, tali elementi derivavano non solo dalla produzione extracontabile di documenti, ma anche dalla circostanza che la terza ripresa fiscale dell’avviso di accertamento non era stata impugnata, sì da divenire definitiva, oltre che dal deposito di fatture da parte della società, al fine di dimostrare l’abbinamento del PCODE, in numero inferiore a quello complessivo. Inoltre, è stata valorizzata la circostanza “secondo cui fu la stessa società verificata a dichiarare a verbale che le royalties si calcolavano sul fatturato effettivamente venduto e non già sul net price”. Pertanto, il giudice d’appello conclude nel senso che “tali circostanze consentono di affermare che non già in base a presunzioni, ma in base a precise prove documentali, provenienti e riconosciute dalla stessa società verificata, la contabilità era formalmente corretta ma sostanzialmente non del tutto attendibile”. Poiché, dunque, la stessa società aveva dichiarato di avere computato le royalties in base al fatturato venduto, le stesse “sono state calcolate, in punto di costo, in eccesso, ed in favore della verificata, rispetto al sistema di calcolo dichiarato dalla società medesima ed in relazione alle sue scritture contabili”. Si sottolineava ancora che “la fattura verificata, per ben 7.000.000 di Euro, rechi 32 tipi di prodotti di cui solo 10 abbinabili al PCODE”. La società, invece, come detto ha allegato solo alcune fatture per 130.000.000 di Euro su 452 milioni totali, sicché va confermato il giudizio del giudice di prime cure secondo cui la società non ha provato, per la quota recuperata, la concreta abbinabilità, né il concreto abbinamento dei SE/ME ai PCODE, con conseguente impossibilità di controllare l’effettivo versamento delle royalties.

In conclusione, per il giudice d’appello la società ha tenuto la contabilità in modo palesemente inattendibile, facendo ricorso a documentazione extra contabile, calcolando i costi in modo diverso da quello dichiarato, non dimostrando, a prescindere dalla modalità di calcolo, quali e quante royalties siano state effettivamente pagate.

12. Con il quinto motivo di ricorso incidentale (giudicato sub 10 a pagina 106 del controricorso), la società deduce la “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 441 del 1997, artt. 1 e 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”. Il giudice d’appello ha erroneamente ritenuto applicabile la presunzione di cessione dei beni in evasione di imposta di cui al D.P.R. n. 441 del 1997. In particolare, la presunzione di cessione non opererebbe nel caso in cui l’assenza dei beni presso la sede sociale sia stata spontaneamente rilevata dal contribuente, come avvenuto nella specie in cui nella nota integrativa erano indicati i beni detenuti presso soggetti terzi. Inoltre, l’accertamento si fonda esclusivamente sull’utilizzo la nota integrativa al bilancio 2007, non ricorrendo, dunque, l’ipotesi legislativamente prevista della rilevazione fisica dei beni. Non ricorre, però, neppure l’ipotesi di cui al D.P.R. n. 441 del 1997, art. 4, comma 2, in quanto gli agenti verificatori non si sono avvalsi del confronto tra le risultanze delle scritture ausiliarie di magazzino di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 14, comma 1, lett. d, o su altre scritture contabili e le consistenze delle rimanenze registrate. Tra l’altro, nel periodo di imposta oggetto di controllo la società non era in alcun modo obbligata a mantenere una contabilità obbligatoria di magazzino, in quanto ai sensi del D.P.R. n. 695 del 1996, art. 1, le scritture ausiliarie di magazzino dovevano essere tenute a partire dal secondo periodo di imposta successivo a quello in cui per la seconda volta consecutiva l’ammontare dei ricavi era superiore ad Euro 5.164.569 e quello delle rimanenze ad Euro 1.032.914,00. L’esame della nota integrativa non potrebbe costituire, da sola, una valida fonte di innesco della presunzione. Inoltre, nella nota integrativa si fa riferimento al valore complessivo dei beni in deposito presso terzi, ma non alla quantità degli stessi.

13. Con il sesto motivo di ricorso incidentale (rubricato sub 11 a pagina 110 del controricorso), la società lamenta la “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”. Anche nel caso in cui l’Ufficio abbia inteso operare non già ai sensi del D.P.R. n. 441 del 1997, art. 4, ma ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53, la pretesa del fisco sarebbe comunque illegittima. Non vi sarebbe alcuna differenza tra quanto riportato nella nota integrativa e le consistenze delle rimanenze registrate. Nella nota integrativa, infatti, si legge che il totale delle rimanenze ammonta ad Euro 98.443.000,00, di cui circa 20.000.000 di Euro in deposito presso terzi; anche nel libro inventari si legge che le rimanenze ammontano ad Euro 98.443.000,00. Non è stata quindi riscontrata alcuna discrasia tra le rimanenze registrate dalla società e i beni effettivamente presenti magazzino. I beni in deposito presso terzi, infatti, sono stati debitamente e correttamente indicati tra le rimanenze di bilancio. La stessa Agenzia delle entrate aveva evidenziato che i “beni presso terzi” risultavano dal libro degli inventari al 31 dicembre 2007. Tra l’altro, è stato allegato all’atto di appello il libro degli inventari della società e si è riscontrato come alle righe 122, 124 e 126 erano esplicitamente menzionati i beni in deposito presso terzi in virtù di un contratto di consignment stock per un ammontare complessivo pari ad Euro 6.394.783, ossia il valore indicato in nota integrativa. Inoltre, nel libro inventari sono stati indicati anche i beni in deposito presso terzi “non in consignment” per un valore di Euro 14.127.246,00, valore ancora una volta corrispondente a quello rilevato in nota integrativa.

14. I motivi quinto e sesto del ricorso incidentale, che vanno trattati congiuntamente per ragioni di connessione, sono infondati.

14.1. Invero, il disposto del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 53, è stato sostituito dal D.P.R. 10 novembre 1997, n. 441, emanato in attuazione della L. n. 662 del 1996, art. 3, comma 137, con efficacia sostitutiva dell’art. 53, e prevede all’art. 1 (presunzione di cessione) che “si presumono ceduti i beni acquistati, importati o prodotti che non si trovano nei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni, né in quelli dei suoi rappresentanti. Tra tali luoghi rientrano anche le sedi secondarie, filiali, succursali, dipendenze, stabilimenti, negozi, depositi ed i mezzi di trasporto nella disponibilità dell’impresa”.

La prova contraria può essere fornita solo ai sensi del D.P.R. n. 441 del 1997, art. 1, comma 2, (“la presunzione di cui al comma 1 non opera se è dimostrato che i beni stessi: a) sono stati impiegati per la produzione, perduti o distrutti; b) sono stati consegnati a terzi in elaborazione, deposito, comodato o in dipendenza di contratti estimatori, di contratti di opera, appalto, trasporto, mandato, Commissione o di altro titolo non traslativo della proprietà”).

Ai sensi dell’art. 3 (presunzione di acquisto) “i beni che si trovano in uno dei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni si presumono acquistati se lo stesso non dimostra di averli ricevuti in base ad un rapporto di rappresentanza o ad uno degli altri titoli di cui all’art. 1, nei modi ivi indicati”.

L’art. 4 (operatività delle presunzioni) prevede, poi, che “gli effetti delle presunzioni di cessione e di acquisto, conseguenti alla rilevazione fisica dei beni, operano al momento dell’inizio degli accessi, ispezioni e verifiche. Le eventuali differenze quantitative derivanti dal raffronto tra le risultanze delle scritture ausiliarie di magazzino…, o della documentazione obbligatoria emessa e ricevuta, e le consistenze delle rimanenze registrate costituiscono presunzione di cessione o di acquisto per il periodo d’imposta oggetto del controllo”.

14.2. Ai sensi del D.P.R. n. 441 del 1997, art. 1, comma 3, poi, “la disponibilità delle sedi secondarie, filiali o succursali, nonché delle dipendenze, degli stabilimenti, dei negozi, dei depositi, degli altri locali e dei mezzi di trasporto che non emerga dalla iscrizione al registro delle imprese, alla Camera di Commercio o da altro pubblico registro, può risultare dalla dichiarazione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 35, se effettuata anteriormente al passaggio dei beni, nonché da altro documento dal quale risulti la destinazione dei beni esistenti presso i luoghi su indicati, ha notato in uno dei registri in uso, tenuto ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 39”.

Il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 35 (disposizione regolamentare concernente le dichiarazioni di inizio, variazione e cessazione attività) dispone al comma 2 che “dalla dichiarazione di inizio attività devono risultare: (…) d) il tipo e l’oggetto dell’attività e il luogo o i luoghi in cui viene esercitata anche a mezzo di sedi secondarie, filiali, stabilimenti, succursali, negozi, depositi e simili…”. Per il comma 3 “in caso di variazioni di alcuno degli elementi di cui al comma 2 o di cessazione dell’attività, il contribuente deve entro 30 giorni farne dichiarazione ad uno degli uffici indicati dal comma 1, utilizzando modelli conformi a quelli approvati con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate”. Per il comma 6 “le dichiarazioni previste dal presente articolo sono presentate in via telematica secondo le disposizioni di cui ai commi 10 le seguenti ovvero, in duplice esemplare, direttamente ad uno degli uffici di cui al comma 1. Le dichiarazioni medesime possono, in alternativa, essere inoltrate in unico esemplare a mezzo servizio postale mediante raccomandata, con l’obbligo di garantire l’identità del soggetto dichiarante mediante allegazione di idonea documentazione”.

14.3. Per questa Corte, in tema di accertamento delle imposte sul reddito, trovano applicazione, in virtù del principio di unitarietà dell’ordinamento, le presunzioni di cessione e di acquisto dei beni rinvenuti nel luogo o in uno dei luoghi in cui il contribuente esercita la propria attività, poste in materia di IVA dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 53; tali presunzioni, peraltro, non operando in via diretta ed immediata in materia di imposte dirette, non sono da sole sufficienti a giustificare l’accertamento, ma necessitano di ulteriori riscontri, adeguati alla disciplina delle singole imposte; inoltre, trattandosi di presunzioni legali relative, annoverabili tra quelle c.d. “miste”, è consentita la prova contraria da parte del contribuente, ma solo entro i limiti di oggetto e di mezzi di prova indicati dall’art. 53 cit., e da quest’ultimo previsti ad evidenti fini antielusivi (Cass., 19/07/2006, n. 16483).

Si esclude, dunque, una completa libertà di prova contraria e questo all’evidente fine di contrastare l’elusione della normativa in materia di Iva che potrebbe essere aggirata affidandosi a prove aventi un limitato grado di affidabilità (Cass., 04/02/2015, n. 1976; Cass., 1134/2001; Cass., 7121/2003; Cass., 10947/2002).

La presunzione legale relativa di cessione opera solo se la differenza quantitativa, in negativo, tra beni esistenti nei luoghi indicati e quelli acquistati, importati o prodotti risulti o a seguito della verifica fisica dei beni giacenti, oppure dal confronto – “differenza inventariale” – tra la consistenza delle rimanenze registrate e le risultanze delle scritture ausiliarie di magazzino, di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 14, comma 1, lett. d, o di altra documentazione obbligatoria (Cass., 13/06/2012, n. 9628).

Pertanto, in tema di IVA, il mancato rinvenimento, nei luoghi in cui il contribuente esercita la sua attività, di beni risultanti in carico all’azienda in forza di acquisto, importazione o produzione – nella specie, rilevati sulla base di annotazioni provvisorie contenute nelle schede di magazzino – determina l’applicabilità del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 53, comma 1, il quale pone la presunzione legale di cessione senza fattura dei beni medesimi, salvo che il contribuente, su cui incombe la prova contraria, fornisca spiegazioni in merito all’assenza degli stessi in sede di verifica, e non, invece, del D.P.R. citato, art. 54, comma 2, ultimo inciso, il quale legittima il ricorso al metodo induttivo anche sulla base di presunzioni semplici, purché siano gravi, precise e concordanti (Cass., 16/12/2011, n. 27195; Cass., 30/07/2014, n. 17298).

15. Anzitutto, si rileva anche in questo caso la sussistenza di una doppia decisione conforme di merito, ex art. 348-ter c.p.c., in quanto sia il giudice di prime cure che il giudice d’appello hanno respinto la doglianza della società sulla base degli stessi elementi istruttori. Pertanto, non è possibile per la società articolare il vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., essendo stato depositato l’appello in data 10 dicembre 2014, quindi successivamente all’11 settembre 2012, come disposto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134.

15.1. La società, peraltro, pur articolando formalmente il motivo di impugnazione come violazione di legge, in realtà surrettiziamente chiede una nuova rivalutazione degli elementi di fatto già congruamente effettuata dal giudice d’appello e non consentita in sede di legittimità.

15.2. Quanto alla fonte di innesco, non v’e’ dubbio che anche la nota integrativa al bilancio costituisca documentazione obbligatoria della società, da cui si può dedurre l’esistenza di beni presso soggetti terzi. Il bilancio civilistico, del resto, è formato dallo stato patrimoniale, dal conto economico, dal rendiconto finanziario ex art. 2425-ter c.c. (quest’ultima a decorrere dal 1 gennaio 2016) e dalla nota integrativa di cui all’art. 2427 c.c., come previsto dall’art. 2423 c.c.; tali documenti sono tutti obbligatori ai fini della corretta redazione del bilancio di esercizio dell’impresa. La nota integrativa, che costituisce parte integrante e sostanziale del bilancio, svolge una funzione indispensabile per la corretta redazione del bilancio di esercizio; infatti, la sua funzione, in relazione ai dati presentati nello stato patrimoniale nel conto economico, che, per loro natura sono sintetici e quantitativi, è quella di fornire informazioni integrative, esplicative e, ove necessario complementari. La funzione informativa assegnata dal bilancio di esercizio si realizza proprio attraverso la nota integrativa, per consentire al socio di disporre di una corretta informazione per esprimere il proprio voto consapevole in assemblea. I vizi della nota integrativa, infatti, sono equiparati ai vizi dei prospetti contabili sicché se tali vizi incidono sulla chiarezza e sulla rappresentazione veritiera e corretta, sì da impedire la conoscenza della situazione della società, la sanzione è sempre la nullità della delibera di approvazione del bilancio.

Nessun dubbio, allora, che la fonte di innesco della presunzione di cessione possa radicarsi proprio nei dati forniti dalla nota integrativa, al fine di chiarire gli aspetti quantitativi dello stato patrimoniale del conto economico. Nella nota integrativa, quindi, era indicato espressamente che beni per il valore di Euro 20.000.000,00 si trovavano depositati presso terzi, senza però alcuna indicazione né sul titolo di tale deposito presso terzi, né sulla quantità e la qualità dei beni, né sui luoghi di destinazione, né sulle modalità di trasporto degli stessi.

15.3. Va peraltro osservato che per questa Corte, anche in assenza di innesco della presunzione di cessione da parte di documentazione contabile obbligatoria, e comunque possibile conseguire il medesimo risultato attraverso le presunzioni semplici di cui all’art. 2729 c.c. Si e’, quindi, affermato che, in tema di accertamento dell’IVA e delle imposte sui redditi, il rilievo di ammanchi di beni sulla base di scritture contabili non obbligatorie esclude l’applicabilità della disciplina dettata dal D.P.R. n. 441 del 1997, in materia di presunzioni legali di cessione e di acquisto di beni, la quale presuppone che gli ammanchi siano riscontrati a seguito di un inventario fisico dei beni o di un confronto basato su documentazione contabile obbligatoria; nondimeno la rettifica delle dichiarazioni fiscali può avvenire anche sulla base di presunzioni semplici dotate dei requisiti di cui all’art. 2729 c.c., in quanto queste possono essere desunte anche da documentazione contabile non obbligatoria tenuta dal contribuente e rinvenuta dai verificatori ovvero spontaneamente esibita in sede di verifica – nella specie, costituita da prospetti inventariali volontariamente redatti dalla contribuente- (Cass., sez. 5, 24/06/2021, n. 18211).

15.4. Tuttavia, la nota integrativa se è utilizzabile come fonte di innesco della presunzione di cessione dei beni acquistati, non rientra però tra le peculiari modalità di prova contraria che la legge impone per superare la presunzione di cessione; la prova contraria può essere fornita solo documentalmente da determinati atti tassativamente indicati e quindi: atto pubblico, scrittura privata registrata; lettera annotata in apposito registro, in data anteriore a quella in cui è avvenuto il passaggio dei beni presso l’ufficio Iva competente in relazione al domicilio fiscale del rappresentante del rappresentato (Cass., sez. 5, 26/01/2001, n. 1134; Cass., sez. 5, 09/05/2003, n. 7121). Di nuovo condivisibile e’, quindi, il ragionamento compiuto sia dal giudice di prime cure che dal giudice d’appello sulla questione centrale della controversia in oggetto.

16. Il D.P.R. n. 441 del 1997, art. 1, comma 5, prevede, infatti, che la consegna dei beni a terzi a titolo non traslativo della proprietà risulta in via alternativa: “a) dal libro giornale o da altro libro tenuto a norma del c.c. o da apposito registro tenuto in conformità al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 39, o da atto registrato presso l’ufficio del registro, dai quali risultino la natura, qualità, quantità dei beni medesimi e la causale di trasferimento; b) dal documento di trasporto previsto dal D.P.R. 14 agosto 1996, n. 472, art. 1, comma 3, integrato con la relativa causale, o con altro valido documento di trasferimento; c) da apposita annotazione effettuata, al momento del passaggio dei beni, in uno dei registri previsti dal D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 23,24 e 25, contenente, oltre alla natura, qualità e quantità dei beni, i dati necessari per identificare il soggetto destinatario dei beni medesimi e la causale del trasferimento”.

La presunzione di cessione non opera, poi, nei casi di cui al D.P.R. n. 441 del 1997, art. 2; tra tali casi non rientra la nota integrativa al bilancio.

Ne’ la mera indicazione da parte della società nella nota integrativa del valore dei beni asseritamente in deposito presso terzi può integrare una condotta del contribuente “equipollente” alla documentazione contabile (bolle, annotazioni negli appositi registri), tale da poter costituire un comportamento concludente da cui desumere il luogo di destinazione degli stessi beni (Cass., sez. 5, 20/06/2008, n. 16838).

17. Il giudice d’appello, con motivazione congrua e logica ha evidenziato che la nota integrativa indica il valore dei beni, ma non ne indica natura, qualità, quantità, né specifici luoghi di custodia o prova l’intervenuto trasporto presso gli stessi; per superare la presunzione di cessione occorre, invece, una specifica documentazione circa la natura, qualità e quantità dei beni, il loro trasporto e consegna, il luogo in cui sono stati consegnati e conservati.

Nella memoria scritta, a pagina 16 la società indica alcuni elementi di fatto, che non sarebbero stati considerati dal giudice di appello, ma, in realtà, tali elementi non sono stati indicati nei motivi di ricorso per cassazione (“il registro attestante per ogni singolo bene in giacenza presso terzi il relativo codice identificativo, la sua qualità e quantità, il luogo di detenzione, nonché la causa e la data dello spostamento presso terzi”). Non sono decisivi, invece, il “campione di beni” indicati come in giacenza presso terzi, né la distruzione di alcuni beni”, stante l’assoluta genericità di tali indicazioni.

18.Va accolta, invece, la richiesta relativa all’applicazione dello ius superveniens sulle sanzioni, di cui al D.Lgs. n. 158 del 2015, dovendosi applicare la disciplina più favorevole alla contribuente, ed avendo la ricorrente incidentale indicato con precisione il diverso regime in concreto applicabile.

19. Non opera a carico dell’Agenzia ricorrente il raddoppio del contributo unificato (Cass., 890/2017; Cass., 5955/2014).

PQM

rigetta il ricorso principale dell’Agenzia delle entrate; rigetta il ricorso incidentale della società; cassa la sentenza impugnata limitatamente al computo delle sanzioni, in ragione del D.Lgs. n. 158 del 2015, con rinvio alla Commissione tributaria regionale della Campania, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 13 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2022

 

 

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