Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22297 del 04/08/2021

Cassazione civile sez. I, 04/08/2021, (ud. 11/05/2021, dep. 04/08/2021), n.22297

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 9706/2020 r.g. proposto da:

O.S., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso,

giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato

Daniele Valeri, con cui elettivamente domicilia in Roma, Piazza

Mazzini n. 8, presso lo studio dell’Avvocato Fachile;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro.

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Ancona, depositato in data

9.2.2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/5/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1.Con il decreto impugnato il Tribunale di Ancona ha respinto la domanda di protezione internazionale ed umanitaria avanzata da O.S., cittadino del (OMISSIS), dopo il diniego di tutela da parte della locale commissione territoriale, confermando, pertanto, il provvedimento reso in sede amministrativa.

Il tribunale ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere nato e vissuto in (OMISSIS); ii) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese perché denunciato dalla banca per la mancata restituzione di un prestito.

Il tribunale ha ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, in ragione della complessiva valutazione di non credibilità del racconto, che risultava, per molti aspetti, non plausibile e generico e perché il pericolo denunciato non era collegabile ad atti di persecuzione ed anche perché avrebbe potuto ben richiedere protezione giuridica a tutela dei suoi diritti; b) non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito al (OMISSIS), stato di provenienza del richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, perché il ricorrente non aveva dimostrato un saldo radicamento nel contesto sociale italiano né una condizione di soggettiva vulnerabilità.

2. Il decreto, pubblicato il 9.2.2020, è stato impugnato da O.S. con ricorso per cassazione, affidato a sei motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1.Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.L. n. 13 del 2017, degli artt. 1 e 2, conv. in L. n. 46 del 2017, nonché dell’art. 276 c.p.c., con conseguente nullità del decreto impugnato per intervenuta mutazione dell’organo giudicante, essendo stata trattata la discussione del procedimento davanti ad un got non facente parte della sezione specializzata istituita presso il Tribunale di Ancona mentre la decisione era stata assunta da un collegio i cui componenti erano diversi dal giudice che aveva assistito alla discussione della causa, con violazione pertanto del principio di immutabilità del giudice sull’immutabilità del giudice.

1.1 Il primo motivo è infondato.

1.1.1 Le doglianze sollevate dal ricorrente risultano in contrasto con quanto recentemente affermato dalla giurisprudenza di vertice di questa Corte (cfr. Sez. U, Sentenza n. 5425 del 26/02/2021) secondo cui verbatim “Ne’ la validità del processo è inficiata dalla circostanza che il giudice onorario, delegato all’attività istruttoria, non fa poi parte del collegio giudicante. Da tempo, infatti, è consolidato nella giurisprudenza di questa Corte l’avviso che nei procedimenti camerali – qual è quello di cui qui si discute, ai sensi del D.Lgs. n. 13 del 2017, art. 3, comma 4-bis, e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 9, – il principio dell’immutabilità del giudice, sancito dall’art. 276 c.p.c., opera con esclusivo riferimento al momento in cui la causa è introitata in decisione, e pertanto non viene violato per il fatto che il collegio in tale momento abbia una composizione diversa da quella di precedenti fasi processuali (Cass., Sez. I, nn. 545 del 1981, 2350 del 1990, 19216 del 2005; Sez. II, n. 452711984), sicché non rileva la circostanza che il giudice che ha proceduto all’attività istruttoria non faccia poi parte del collegio giudicante (Cass., Sez. I, nn. 7757 del 1990, 20166 del 2004, 5060 del 2007, 16738 del 2011… La rilevanza dell’articolazione del giudizio civile in fasi, ai fini del principio di immodificabilità del giudice, è del resto esplicitata nella stessa disciplina fondamentale dell’immutabilità dei giudice nel processo civile, quella dettata per il rito ordinario dall’art. 276, comma 1, secondo periodo, c.p.c.: a mente del quale alla decisione “possono partecipare soltanto i giudici che hanno assistito alla discussione”, non anche all’istruzione”.

1.1.2 Occorre invero precisare che al giudice onorario possono essere delegati, ai sensi del D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, comma 11, “compiti e attività” processuali, tra i quali ben può rientrare la celebrazione dell’udienza prevista dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, (senza dubbio facente parte della “trattazione” riservata al componente del collegio all’uopo designato e dal medesimo, quindi, delegabile al giudice onorario ai sensi del D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, comma 11, cit.) ed anche l’audizione del richiedente. Tuttavia, tale udienza non è da confondere con l’udienza di discussione di cui all’art. 275 c.p.c., la quale è prevista in realtà nel rito ordinario di cognizione, mentre il processo di protezione internazionale segue un suo rito speciale, disciplinato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, cit., sull’impianto del rito camerale di cui agli artt. 737 c.p.c. e ss., che non prevede una “udienza di discussione”, quale atto iniziale della “fase” di decisione propria del rito ordinario.

2. Con il secondo mezzo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di omesso esame di fatti decisivi oggetto di discussione tra le parti, nonché vizio di violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.L. n. 13 del 2017, art. 3, comma 1, lett. c, come convertito nella L. n. 132 del 2018, nonché violazione dell’art. 111 Cost., comma 1 e art. 113 Cost., con rilievo di incostituzionalità del D.L. n. 13 del 2017, art. 2. Si evidenzia da parte del ricorrente che aveva già denunciato innanzi al tribunale l’omessa motivazione del provvedimento amministrativo di diniego dell’invocata tutela reso dalla commissione territoriale, senza che il tribunale rispondesse sulla censura così avanzata e non potendosi ritenere tale violazione “sanata” dalla breve audizione del richiedente innanzi al giudice di prime cure.

2.1 La censura è inammissibile.

Occorre in primo luogo chiarire che, secondo il costante insegnamento di questa Corte, in tema di immigrazione, la nullità del provvedimento amministrativo di diniego della protezione internazionale, reso dalla Commissione territoriale, non ha autonoma rilevanza nel giudizio introdotto mediante ricorso al tribunale avverso il predetto provvedimento poiché tale procedimento ha ad oggetto il diritto soggettivo del ricorrente alla protezione invocata, e deve pervenire alla decisione nel merito circa la spettanza, o meno, del diritto stesso non potendo limitarsi al mero annullamento del diniego amministrativo (cfr. Sez. 1, Ordinanza n. 17318 del 27/06/2019; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 20492 del 29/09/2020). Ne consegue che oggetto del giudizio introdotto non è tanto il provvedimento negativo della Commissione territoriale quanto, piuttosto, l’accertamento del diritto soggettivo del richiedente alla protezione invocata.

I vizi del procedimento amministrativo – così come riportati dal ricorrente nel motivo qui in esame – non rilevano.

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 2, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 – 5, in ordine alla valutazione di non credibilità del ricorrente, senza che il tribunale acquisisse officiosamente notizie aggiornate sul paese di provenienza, nonché vizio di omesso esame di fatto decisivo, sempre in relazione al medesimo profilo di censura.

3.1 Il motivo è inammissibile.

3.1.1 In relazione ai profili di doglianza riguardanti la fase amministrativa, occorre richiamare quanto osservato nel motivo che precede, con conseguente inammissibilità delle relative censure.

3.1.2 Per quanto concerne la valutazione di non credibilità, giova ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (cfr. Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019). Più precisamente, la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. sempre, Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019).

Orbene, osserva la Corte come, sotto l’egida formale del vizio di violazione di legge, la parte ricorrente pretenda, ora, un’inammissibile rivalutazione del contenuto delle dichiarazioni rilasciate dal ricorrente e del giudizio di complessiva attendibilità di quest’ultimo, profilo che è irricevibile in questo giudizio di legittimità perché non dedotto nel senso sopra chiarito (in quanto nella censura è solo formalmente richiamato il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) e perché comunque rivolto ad uno scrutinio di merito delle dichiarazioni che invece è inibito al giudice di legittimità.

4. Il quarto mezzo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 e ss., in relazione al mancato riconoscimento dello status di rifugiato.

4.1 Il quarto motivo è inammissibile perché non coglie la ratio decidendi della motivazione impugnata che, in merito al diniego dello status di rifugiato, riposa su una valutazione di non credibilità del racconto, profilo quest’ultimo in relazione al quale il ricorrente ha avanzato solo censure irricevibili nei motivi che precedono.

5. Il ricorrente propone inoltre un quinto motivo con il quale si denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vizio di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, per il rigetto della domanda di protezione sussidiaria.

5.1 La doglianza è inammissibile perché, anche in tal caso, le relative censure sono completamente decentrate rispetto alla ratio decidendi principale, e cioè sempre la valutazione di non credibilità del racconto.

6. Con il sesto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione di norme di legge, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al diniego dell’invocata protezione umanitaria.

6.1 La doglianza è inammissibile sia perché il ricorrente non spiega ove le questioni dedotte (in relazione al profilo dell’integrazione sociale) siano state dedotte nella precedente fase di merito, dovendosi così ritenere, in assenza di ulteriori indicazioni estraibili dal provvedimento impugnato, che le stesse siano inammissibili per novità nella loro proposizione ed anche perché le relative censure neanche contrastano la ratio decidendi, e cioè la mancata allegazione e prova di una condizione di soggettiva vulnerabilità. Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 96602019.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2021

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