Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22279 del 05/09/2019

Cassazione civile sez. VI, 05/09/2019, (ud. 14/05/2019, dep. 05/09/2019), n.22279

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso 28771-2017 proposto da:

H.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso

la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato VIGNALI ROSA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1892/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 09/08/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/05/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ACIERNO

MARIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

la Corte d’Appello di Firenze ha rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dal cittadino pakistano H.A. ritenendola in parte inammissibile ex art. 342 c.p.c. in parte manifestamente infondata, sulla base delle seguenti argomentazioni:

a) le ragioni per le quali il primo giudice ha ritenuto che la vicenda personale allegata dal ricorrente non potesse costituire la base per la concessione dello status di rifugiato o per la protezione sussidiaria non sono state oggetto di specifiche critiche da parte dell’appellante e sono del tutto condivisibili;

b) Le ragioni di vulnerabilità esposte sono, specie con riferimento alla persistenza delle stesse, attesa la loro natura strettamente privata (persecuzioni ad opera dei aprenti della prima moglie dalla quale aveva divorziato per unirsi ad un’altra donna dopo 14 anni di matrimonio), sono rimaste sfornite di qualsiasi prova od indizio non essendo ragionevole che dopo così tanti anni la famiglia della prima moglie possa ancora avere rancore ed intenti delittuosi.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il cittadino straniero.

Nel primo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 342 c.p.c. non ravvisandosi il difetto di specificità sollevato dalla Corte d’Appello dal momento che i motivi d’appello sono stati analitici e diffusi.

Il motivo è inammissibile in quanto non coglie la ratio decidendi della pronuncia impugnata che fonda la valutazione di non specificità sul contenuto delle difese dell’appellante non ritenute mirate a contestare l’accertata natura meramente privata delle vicende narrate, da parte del giudice di primo grado.

Nel secondo e terzo motivo che possono essere trattati congiuntamente perchè connessi logicamente, viene dedotta al violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14 per avere la corte d’Appello apoditticamente affermato di condividere le ragioni del primo giudice senza svolgere alcun accertamento officioso in relazione alle violenze da parte del clan familiari quanto meno nella zona del Punjab e alla mancanza di reazione statuale nonostante il ricorrente avesse lamentato di essere stato vittima di atti violenti ripetuti rispetto ai quali nonostante la denuncia effettuata l’autorità pubblica non aveva reagito. Anche in relazione alla protezione sussidiaria la Corte d’Appello avrebbe aderito acriticamente alle conclusioni del giudice di primo grado che peraltro aveva limitato la sua indagine all’EASO, senza verificare che l’area di provenienza del richiedente era molto vicina al Kashmir.

La censura è inammissibile perchè priva di specificità. La Corte d’Appello ha spiegato perchè, attesa la natura strettamente privata della vicenda narrata, era inverosimile sia ai fini dell’integrazione del fumus persecutionis che in relazione alla protezione sussidiaria che potesse persistere l’intento delittuoso all’attualità. Questa peculiare ratio non è stata censurata così come del tutto genericamente è stata dedotta la pericolosità dell’area, senza che sia stato indicato quando e come nel giudizio d’appello fossero state effettuate deduzioni ed allegazioni specifiche anche in relazione all’ipotesi di protezione sussidiaria contenuta nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. e). Deve essere infine evidenziato che il citato doc. 26 risulta non leggibile.

Nel quarto motivo viene dedotta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per non avere la Corte d’Appello ravvisato profili di vulnerabilità nella vicenda narrata e non aver tenuto conto dell’inserimento lavorativo documentato. Anche questa censura è inammissibile per la prima parte per le ragioni già esposte in relazione alla natura privata e poco credibile delle vicende narrate e per la seconda parte perchè non è stato neanche dedotto dove e come sarebbe stata documentato tale inserimento.

In conclusione il ricorso è inammissibile. Non deve prcoedersi alla statuizione sulle spese processuali in assenza di difese della parte intimata.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 14 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2019

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