Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22264 del 04/08/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/08/2021, (ud. 17/02/2021, dep. 04/08/2021), n.22264

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12704-2015 proposto da:

ISTITUTO NAZIONALE DI PREVIDENZA DEI GIORNALISTI ITALIANI “GIOVANNI

AMENDOLA” INPGI, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA COLA DI RIENZO 69, presso

lo studio dell’avvocato BRUNO DEL VECCHIO, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA S.P.A., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PO 25/B, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO PESSI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAURIZIO SANTORI;

– controricorrente –

nonché contro

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

Presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli Avvocati

ANTONINO SGROI, CARLA D’ALOISIO, LELIO MARITATO, ESTER ADA SCIPLINO,

EMANUELE DE ROSE, GIUSEPPE MATANO;

– resistente con mandato –

nonché contro

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE – GESTIONE EX

E.N. P.A.L.S.- Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i

Lavoratori dello Spettacolo;

– intimato –

avverso la sentenza n. 10327/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 12/05/2014 R.G.N. 8472/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/02/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCO BUFFA.

 

Fatto

RITENUTO

CHE:

1. Con sentenza del 12.5.14, la Corte d’Appello di Roma ha confermato la sentenza del tribunale della stessa sede del 1.4.11, che aveva revocato il decreto ingiuntivo con il quale l’INPGI aveva chiesto il pagamento di 2.184.096, per contributi omessi e sanzioni civili, in relazione al rapporto lavorativo di B.E. per il programma televisivo “(OMISSIS)” negli anni dal (OMISSIS).

2. In particolare, la corte territoriale – considerata la qualificazione del rapporto data dalle parti, l’assenza di assoggettamento gerarchico del giornalista al potere direttivo datoriale, l’assenza di inserimento nell’organizzazione dell’impresa (non riscontrabile nella mera successione di incarichi professionali autonomi) e l’ampia autonomia del giornalista nella ideazione e conduzione del programma – ha ritenuto non subordinato il rapporto di lavoro predetto.

3. Avverso tale sentenza ricorre l’INPGI per tre motivi, cui resiste con controricorso, illustrato da memoria, la RAI; l’INPS ha depositato delega in calce alla copia notificata del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

4. Con il primo motivo si deduce – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2697 c.c., per avere la sentenza impugnata trascurato le risultanze del verbale ispettivo versato in atti, attribuendo rilevanza esclusiva alle prove orali (dalle quali risultava comunque la presenza fissa del giornalista in redazione, l’uso degli strumenti aziendali, il rispetto delle direttive di massima della direzione generale della RAI, lo svolgimento delle riunioni di redazione, aspetti questi tutti ignorati dalla corte territoriale).

5. Con il secondo motivo si deduce – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – vizio di motivazione della sentenza impugnata per i medesimi fatti indicati al motivo precedente.

6. Con il terzo motivo di ricorso si deduce – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione dell’art. 2094 c.c. e art. 6 del contratto collettivo nazionale di categoria, per avere trascurato che la particolare autonomia del direttore per la funzione apicale ricoperta (e che si esprime nella libertà di organizzazione della redazione e di decisione dei contenuti) non esclude la subordinazione e trova il suo limite nel raccordo (comunque necessario) con il datore di lavoro; si lamenta inoltre che la sentenza non ha considerato la stabilità del programma diretto e condotto da B., andato in onda per 700 puntate consecutive e 7 stagioni televisive, l’assenza di rischio in capo al lavoratore, ed infine la sospensione del programma (a seguito di interviste – a M. e Be. – ritenute in contrasto con la linea editoriale).

7. I motivi possono essere esaminati insieme per la loro connessione: essi sono infondati.

8. Occorre permettere che nessuna violazione delle disposizioni richiamate sussiste, posto che la corte territoriale ha valutato tutte le prove proposte dalle parti e ritualmente raccolte, nel rispetto dell’onere della prova a carico dell’INPGI in ordine alla natura subordinata del rapporto lavorativo ed al connesso debito datoriale contributivo, e nel rispetto altresì dei criteri generali indicati dalla norma e precisati dalla giurisprudenza in rodine alla qualificazione del rapporto lavorativo come subordinato.

9. In particolare, deve rilevarsi che la parte ricorrente non indicato con la specificità necessaria riportandone in ricorso le risultanze, in violazione del principio di autosufficienza, le risultanze dei verbali ispettivi asseritamente ignorati, non consentendo a questa Corte il sindacato richiesto con compiutezza; per altro verso, il ricorrente non ha indicato specifici elementi fattuali in ipotesi ignorati dalla corte territoriale.

10. Per converso, risulta che la corte territoriale: non ha escluso la rilevanza delle risultanze del verbale ispettivo, ma le ha valutate unitamente alle altre prove raccolte, attribuendo correttamente maggior rilevanza alle prove – di contenuto preciso e di ritenuta attendibilità – direttamente acquisite dal giudice nel contraddittorio delle parti; ha valutato tutti i fatti dedotti dalle parti ed oggetto di discussione, ponderandone la relativa rilevanza ed incidenza sulla qualificazione del rapporto lavorativo; ha correttamente applicato i criteri legali e giurisprudenziali per la qualificazione giudica del rapporto di lavoro.

11.La sentenza impugnata è immune dai vizi denunciati.

Questa Corte, infatti, ha già (Cass. Sez. 2 -, Ordinanza n. 21187 del 08/08/2019, Rv. 655229 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 16467 del 04/07/2017, Rv. 644812 – 01) più volte affermato che, in tema di procedimento civile, sono riservate al giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle prove, la scelta, tra le risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, nonché la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento. Tale scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involge apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata.

12. Si è anche precisato (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16056 del 02/08/2016, Rv. 641328 – 01; Sez. 1 -, Ordinanza n. 19011 del 31/07/2017, Rv. 645841 – 01; Sez. L, Sentenza n. 13485 del 13/06/2014, Rv. 631330 – 01) che, in tema di prova, spetta in via esclusiva al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, assegnando prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, nonché la facoltà di escludere anche attraverso un giudizio implicito la rilevanza di una prova, dovendosi ritenere, a tal proposito, che egli non sia tenuto ad esplicitare, per ogni mezzo istruttorio, le ragioni per cui lo ritenga irrilevante ovvero ad enunciare specificamente che la controversia può essere decisa senza necessità di ulteriori acquisizioni.

13. In tale contesto, il verbale ispettivo è prova documentale liberamente valutabile dal giudice in concorso con gli altri elementi probatori; detto verbale, secondo la giurisprudenza di legittimità (tra le tante, Cass. Sez. L, Sentenza n. 23800 del 07/11/2014, Rv. 633239 – 01) fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale rogante come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonché alla provenienza del documento dallo stesso pubblico ufficiale ed alle dichiarazioni delle parti, mentre la fede privilegiata non si estende agli apprezzamenti ed alle valutazioni del verbalizzante né ai fatti di cui i pubblici ufficiali hanno avuto notizia da altre persone, ovvero ai fatti della cui verità si siano convinti in virtù di presunzioni o di personali considerazioni logiche. Il materiale raccolto dal verbalizzante deve dunque passare al vaglio del giudice, il quale, nel suo libero apprezzamento, può valutarne l’importanza e determinare quale sia il conto da farne ai fini probatori (Sez. L, Sentenza n. 6110 del 18/06/1998, Rv. 516601 – 01).

14. All’esito del su richiamato giudizio – giudizio come detto tipicamente di merito, insindacabile in sede di legittimità se non nei limiti, oggi ben ristretti, in cui sia deducibile il vizio motivazionale -, la corte territoriale ha qualificato il rapporto di lavoro del giornalista B. come autonomo, valorizzando in particolare la volontà delle parti espressa nel contratto di lavoro (qualificato come autonomo), la posizione delle parti (ed in particolare la notorietà del giornalista, che gli attribuisce una posizione contrattuale forte nei confronti del datore, rendendo inverosimile l’imposizione datoriale di una qualificazione del rapporto non rispondente alla effettiva volontà delle parti), l’assenza di prova di direttive datoriali nei confronti di B., la mancanza di attribuzione di compiti di direttore di testata e l’assenza di esercizio da parte di B. di poteri direttivi in senso stretto o disciplinari nei confronti del personale addetto alla redazione; in sintesi, tutti tali elementi hanno portato la corte ad escludere l’inserimento continuativo del giornalista nell’organizzazione datoriale.

15. La valutazione del giudice d’appello è peraltro in linea con la giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, Cass. Sez. L, Sentenza n. 3647 del 24/02/2016, Rv. 638950 – 01; Sez. L, Sentenza n. 5571 del 13/11/1985, Rv. 442763 – 01; Sez. L, Sentenza n. 4466 del 07/07/1981, Rv. 415173 – 01), secondo la quale il conferimento dell’incarico di direttore responsabile di un giornale o di una rivista periodica, ai sensi della L. 8 febbraio 1948, n. 47, art. 3 non comporta di per sé l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato, essendo a tal fine necessario che, in capo alla stessa persona chiamata ad assolvere questa funzione di carattere pubblicistico – consistente nell’adempimento dello obbligo di controllo del contenuto delle pubblicazioni a salvaguardia di interessi etici della collettività, protetti dallo stato – si cumulino altri e diversi compiti svolti in guisa tale da dimostrare lo inserimento del lavoratore nell’organizzazione dell’impresa, per porre a servizio di questa l’energia lavorativa con le caratteristiche essenziali della subordinazione e della collaborazione.

16. Non vi è dunque necessaria correlazione tra l’incarico di direttore di testata giornalistica e l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato con l’azienda proprietaria della stessa, essendo a tal fine necessario che in capo alla medesima persona, chiamata ad assolvere detta funzione di carattere pubblicistico, si cumulino altri e diversi compiti, svolti in modo tale da dimostrare l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione dell’impresa, con le caratteristiche essenziali della subordinazione e della collaborazione.

17. In tema, utile è anche il richiamo a Cass. Sez. L, Sentenza n. 5645 del 09/03/2009 (Rv. 607474 – 01), secondo la quale l’elemento che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato rispetto al rapporto di lavoro autonomo è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l’assenza di rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione, idonei anche a prevalere sull’eventuale volontà contraria manifestata dalle parti, ove incompatibili con l’assetto previsto dalle stesse. (Nella specie, la S.C., ritenendo inapplicabili al direttore sanitario di una clinica privata le norme statali di cui al D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni, relative al direttore generale di una A.S.L. o di una azienda ospedaliera, ha cassato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto subordinato il rapporto di lavoro del primo sulla base soltanto del collegamento funzionale delle mansioni con l’organizzazione imprenditoriale del datore, senza verificare la compatibilità di tale elemento, quale indice non assorbente della sussistenza del vincolo di subordinazione, con il rapporto di collaborazione professionale autonomo che le parti avevano formalmente previsto e che non era escluso dalle disposizioni di legge – L.R. Veneto 30 dicembre 1985, n. 68 – applicabili al rapporto).

18. Il secondo motivo incorre in più profili di inammissibilità, in presenza di doppia pronuncia di merito conforme (ed ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., u.c.), nonché per altro verso in difetto di specifica indicazione dei fatti decisivi oggetto di discussione delle parti e ignorati dalla sentenza, ed in ragione della proposizione con il mezzo ex n. 5 di mere censure alla valutazione delle prove operata dal giudice di merito (tra le tante, Cass. Sez. L, Sentenza n. 24395 del 03/11/2020, Rv. 659540 – 01).

19.Ne consegue il rigetto del ricorso.

20.Spese secondo soccombenza in favore della sola RAI, non avendo l’INPS svolto attività difensiva.

21. Sussistono i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna l’Inpgi al pagamento – in favore della sola RAI – delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 22.000,00 per compensi professionali, oltre spese al 15 % ed accessori di legge.

Ai sensi del contri

dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 17 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2021

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